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Religione = superstizione, Lucrezio docet

Bisogna sacrificare i propri figli se è la divinità che lo ordina: due storie a confronto

Religione = superstizione, Lucrezio docet

Se tutti ricordiamo bene i personaggi di Agamennone e Menelao come grandi capi dell’esercito nella Guerra di Troia, forse passa inosservata ai più la triste vicenda che vede protagonista la figlia primogenita di Agamennone, ossia Ifigenia (sorella dei più famosi Oreste ed Elettra)

«Tantum religio potuit suadere malorum» (“così tanto la superstizione religiosa poté persuadere di cose malvage”) così ammoniva il poeta latino Lucrezio, seguace della filosofia epicurea, che vedeva nella religione non solo una forma di superstizione ma anche di pericolo. Tito Lucrezio Caro, vissuto nel I sec. a.C., spiegava che le credenze possono essere pericolose quando sfociano nel fanatismo e inducono gli uomini a strani rituali, ad odiarsi gli uni con gli altri o ad essere ossessionati da ciò che loro ritengono che le divinità vogliano. Per spiegare ai cittadini romani di circa duemila anni fa come la religio potesse essere pericolosa e annebbiare la mente, Lucrezio si serve di un exemplum mitologico: quello di Ifigenia. Se tutti ricordiamo bene i personaggi di Agamennone e Menelao come grandi capi dell’esercito nella Guerra di Troia, forse passa inosservata ai più la triste vicenda che vede protagonista la figlia primogenita di Agamennone, ossia Ifigenia (sorella dei più famosi Oreste ed Elettra). Pare che, mentre le navi greche cercavano di raggiungere la Troade, fossero state bloccate ad Aulide (città greca della Beozia) da forti venti mandati dalla dea Artemide adirata. Perché la divinità non voleva far salpare i Greci? A tal proposito ci sono varie versioni, tra le quali la più accreditata è che Agamennone avesse ucciso una cerva sacra alla dea, per placare l’ira della quale l’oracolo vaticinò che dovesse essere sacrificata sua figlia: la primogenita. Che cosa allora contava di più: l’affetto di padre o vincere la guerra? E soprattutto era lecito opporsi a quanto la divinità imponeva? Così la fanciulla fu mandata a chiamare con una scusa; le dicono che il valoroso Achille vuole sposarla e le nozze devono essere celebrate subito. Così Ifigenia e sua madre si recano ad Aulide, la fanciulla avanza vestita da sposa verso l’altare ma… ben presto si accorge che quello non è un matrimonio. Con queste parole Lucrezio descrive la scena: «Ammutolita dal terrore cadde a terra, in ginocchio. / E neppure poté giovare all’infelice, in quell’occasione, / l’aver dato per prima il nome di padre al re. / Tirata su, infatti, dalle mani dei guerrieri, e tutta tremante, all’altare / fu condotta, non perché, celebrato il solenne rituale, / venisse poi accompagnata da uno splendido Imeneo, / ma perché, lei casta, nello stesso tempo delle nozze, / infelice vittima sacrificale cadesse empiamente uccisa dal padre, / e la flotta avesse una felice e fausta partenza. / A tanto delitto poté indurre la superstizione religiosa». Il poeta indugia sui particolari ricchi di pathos: “non le giovò l’aver dato per prima il nome di padre al re” che ricalca il verso di Euripide “per prima t'ho chiamato mio padre e tu figlia” a sottolineare il legame affettivo, cancellato da un ordine che si crede voluto da una dea. Ifigenia piange, le ginocchia le tremano al punto da cadere ed essere sostenuta mentre la conducono all’altare, quell’altare che non la vedrà sposa bensì vittima sacrificale. Perché così ha imposto la divinità. Non ha importanza se Agamennone voglia o non voglia sacrificarla. Deve! Immaginate la scena, immaginate la ragazza su quell’altare. Ora, togliete Ifigenia e metteteci Isacco (!). Mi direte: ma Dio non voleva ucciderlo. Sì, ma questo Abramo non poteva saperlo. Esattamente come Agamennone ha percepito tale strazio ma non ha esitato. Questo per i credenti è plausibile, per il poeta Lucrezio no. Per Lucrezio questa era superstizione, follia.

Come è andata a finire? Secondo alcune versioni del mito Ifigenia morì (e per questo motivo, una volta tornato dalla guerra, Agamennone fu ucciso dalla moglie Clitennestra), secondo altre fonti, tra cui il tragediografo Euripide, la dea Artemide, mossa a pietà, all’ultimo secondo sostituì sull’altare Ifigenia con una cerva; salvando la ragazza in extremis, esattamente come nell’analogo racconto biblico.

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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