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Civiltà della colpa vs civiltà della vergogna, perché Aiace ‘deve’ morire

Quanto contano la responsabilità e la volontà? Tutto per noi, poco nel mondo arcaico

Civiltà della colpa vs civiltà della vergogna, perché Aiace ‘deve’ morire

Qui risiede la differenza sostanziale tra la nostra civiltà, fondata sulla colpa, e quella greca, fondata sulla vergogna. Non ha importanza se ciò che è accaduto sia da imputare alla voluntas dell’individuo, bensì conta soltanto che l’azione commessa sia disonorevole o meno, a prescindere dalla responsabilità

Nel nostro blog domenicale disquisiamo spesso di miti, metamorfosi, eziologie dell’antichità che spesso, al di là delle storie in sé, fanno riflettere su quella che era la concezione della religiosità, delle divinità, dell’amore e della morte, nonché della natura stessa dell’uomo nel mondo classico greco e latino. Per questo articolo mi ha offerto l’abbrivio una considerazione di una nostra lettrice che giustamente notava come in questi miti spesso a ‘pagare’ sono le vittime; questo, ad esempio, accade per la storia di Nyctimene, la civetta, che, a causa della vergogna per la violenza subita, viene trasformata in un uccello notturno; questo accade nei poemi omerici in merito alla figura di Aiace Telamonio. Lo ricordate Aiace? Tra tutti gli eroi citati nell’Iliade da Omero, questo è il più valoroso, secondo solo ad Achille, tanto da essere definito «distruttore di rocche, servo di Ares, gigante, capo di eserciti, primo degli Achei, etc», così che, quando Achille muore, ecco che il Telamonio reputa che le armi del compagno spettino a lui; ma c’è un altro guerriero che si fa avanti a reclamare le armi di Achille, ossia Ulisse. Ulisse non è valoroso e forte quanto Aiace, non ha ucciso tanti avversari in battaglia, eppure è astuto, è furbo. Non solo. Ulisse è abile con le parole, e così, tramite una orazione efficace, riesce a convincere i Greci che è a lui che devono andare le armi del compagno Achille. Insomma, Ulisse non è il più meritevole ma sa convincere di esserlo (!). Per di più ha dalla sua parte gli dèi; infatti Atena durante la notte fa impazzire Aiace: gli manda allucinazioni, per cui l’eroe scambia un gregge di pecore per uno schieramento di soldati nemici e ne fa strage. Al mattino, quando ritorna in sé e prende coscienza di cosa ha fatto, la vergogna lo sovrasta, l’intero esercito ride di lui, ergo, Aiace non può che fare una cosa: uccidersi! Uccidersi perché ha assunto un comportamento disonorevole e vergognoso (si badi che l’‘onore’ non era considerato un concetto astratto ma il risultato di atteggiamenti concreti e ben definiti). Direte: ma era incosciente, è stata la divinità a tradirlo! La colpa non era sua. Non importa. Qui risiede la differenza sostanziale tra la nostra civiltà, fondata sulla colpa, e quella greca, fondata sulla vergogna. Non ha importanza se ciò che è accaduto sia da imputare alla voluntas dell’individuo, bensì conta soltanto che l’azione commessa sia disonorevole o meno, a prescindere dalla responsabilità. Ecco che allora Edipo sarà maledetto e punito dagli dèi, perché ha ucciso suo padre e commesso incesto con sua madre, anche se non lo sapeva, anche se nessuna delle sue azioni è stata commessa consapevolmente; perché ciò che conta è che il tutto sia vergognoso, turpe. Così come vergognose sono la vicenda di Aiace e quella di Nyctimene e tante altre… Secondo il pensiero greco arcaico chiunque si sia macchiato di hybris (in latino nefas) ossia empietà, tracotanza, sovversione delle leggi naturali (anche suo malgrado) deve ricevere una qualche punizione o maledizione (anche se non mancano le eccezioni).

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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