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Il mito di Niobe, quando la fertilità è punita

C’è una roccia in Turchia che si dice che pianga. Il suo errore? Essere stata una madre eccessivamente superba

Il mito di Niobe, quando la fertilità è punita

Monte Sipilo (Turchia)

Da qualche settimana, in vista del prossimo referendum, sembra essersi ormai sopita la polemica inerente alla disastrosa campagna di comunicazione ministeriale relativa al Fertility day, che ha visto due spot, uno peggiore dell’altro, uno più esplicito dell’altro, dire che cosa è giusto e cosa non lo è. Nel primo spot è giusto essere mamma, è giusto essere una moglie, è giusto avere tanti figli; mentre non va bene essere una frigida donna in carriera che magari la sera pianifica il planning del giorno dopo anziché ricamare dolci scarpine da neonato. Nel secondo spot (e qui ci si sono messi d’impegno i migliori intellettuali) è cosa buona e giusta essere belli, biondi e con i denti sani (dato che l’immagine era stata scopiazzata dalla pubblicità inglese di un dentifricio), mentre è cosa deplorevole, che non porta ad avere una famiglia, l’andare a fumare ‘canne’ con spacciatori dall’aria giamaicana. Eh già, perché o hai una famiglia e dei figli, oppure inevitabilmente finirai come una fallita, magari morta per overdose… Una via di mezzo proprio no? Magari resto zitella e divento Rita Levi Montalcini… Scherzi a parte, di fronte a queste esternazioni di fertilità, il mito antico insegna a non vantarsi e non considerarsi superiori alle altre, pena: l’attirarsi la punizione divina; ne è un esempio il mito di Niobe, su cui ho svolto uno studio qualche anno fa. Niobe, era figlia di Tantalo, re della Lidia, la quale avendo avuto una numerosa prole (ben 7 maschi e 7 femmine, stando al racconto di Ovidio) e vantandosene costantemente, rifiutò di partecipare alle cerimonie in onore della dea Latona (madre di Apollo e Artemide), asserendo di essere ‘superiore’ alla dea, che a differenza sua aveva solo due figli, e che pertanto onori divini sarebbero dovuti spettare a lei e non a Latona. Inutile dire che la divinità, più che adirata, giurò che avrebbe fatto rimangiare a Niobe quelle parole ricche di superbia ed empietà. Fu così che i gemelli Apollo e Artemide vendicarono l’offesa subita, uccidendo in un istante, con le loro frecce, tutti i figli di Niobe (Apollo i maschi, Artemide le femmine). Vero è che Latona ne aveva solo due, ma quei due soli fecero strage di ben 14. Fu così che Niobe, ormai conscia della sua tracotanza, si chiuse in un muto silenzio, accompagnato da pianto costante, al punto che Zeus, impietositosi, la rese di pietra, esattamente come ‘pietrificato’ era ormai il suo cuore di madre, e la collocò sul monte Sipilo, dove tutt’oggi vi è una roccia dalle sembianze quasi umane da cui sembrano scendere lacrime. Gli antichi poeti, da Omero a Saffo, a Ovidio, ad Apollodoro visitarono questo posto e ne rimasero affascinati. Voi cosa ne pensate? Si tratta davvero di Niobe?

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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