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Il fatto di cronaca

Compagna e figlio considerati di sua proprietà, arresto per un campobassano di 50 anni

Le accuse, tutte da provare in giudizio, fotografano un contesto di maltrattamenti ripetuti ai danni dell’ex compagna, una quarantenne residente in città, e un clima di tensione che non ha risparmiato neppure il figlio minore.

campobasso, custodia cautelare per 50enne: «considerava ex e figlio come proprietà personali»

Il procuratore Nicola D’Angelo, in una nota, ha sintetizzato così il quadro: durante la relazione sentimentale, durata dal 2017 al 2024, l’uomo avrebbe esercitato «un controllo soffocante sulla donna, limitandone gli spostamenti e monitorando persino le visite ai genitori o le brevi uscite per la spesa, accecato da una gelosia costante».

Un’espressione, da sola, racconta molto più di un fascicolo. «Considerava la sua ex compagna e suo figlio di appena 7 anni come proprietà personali». In questa frase c’è la cifra di un’indagine che scuote Campobasso e interroga tutti noi: quando la gelosia si traveste da amore, che cosa resta? Secondo il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Campobasso, che ha accolto la richiesta della Procura, il rischio era grave e attuale. Per questo, nella giornata del 29 gennaio 2026, è stata disposta la custodia cautelare in carcere per un 50enne del capoluogo molisano, pluripregiudicato, rintracciato dalla Polizia e trasferito nel penitenziario cittadino. Le accuse, tutte da provare in giudizio, fotografano un contesto di maltrattamenti ripetuti ai danni dell’ex compagna, una quarantenne residente in città, e un clima di tensione che non ha risparmiato neppure il figlio minore.

IL CASO DI CAMPOBASSO E LE PAROLE CHE PESANO
Nelle carte, i contorni della vicenda sono netti. Il procuratore Nicola D’Angelo, in una nota, ha sintetizzato così il quadro: durante la relazione sentimentale, durata dal 2017 al 2024, l’uomo avrebbe esercitato «un controllo soffocante sulla donna, limitandone gli spostamenti e monitorando persino le visite ai genitori o le brevi uscite per la spesa, accecato da una gelosia costante». Un controllo che, per gli inquirenti, non si è esaurito con la fine della relazione, nonostante un accordo bonario sull’affidamento del bambino. I contrasti sono proseguiti, con un picco durante le ultime festività natalizie: un periodo che dovrebbe unire e invece, troppo spesso, esaspera tensioni già accese. Qui, dicono gli atti, si sarebbero susseguiti episodi di violenza verbale, tanto da spingere la donna a sporgere denuncia.

# L’ORDINANZA DEL GIP: PERCHÉ IL CARCERE
La custodia cautelare in carcere è la misura più afflittiva tra quelle previste dall’ordinamento prima di una sentenza; non è una condanna, ma un presidio di tutela quando il pericolo appare concreto. Nel provvedimento, il gip di Campobasso ha ritenuto sussistenti segnali di reiterazione dei comportamenti e un rischio elevato per la persona offesa. La Procura, con Nicola D’Angelo, ha sottolineato «la tempestività delle indagini e la gravità del rischio a cui era esposta la donna», elementi che hanno consentito di «richiedere e ottenere rapidamente la massima misura cautelare». Una scelta che, nella prassi, arriva quando altri strumenti (come divieti di avvicinamento o allontanamento dalla casa familiare) appaiono insufficienti.

# IL CONTROLLO CHE DIVENTA ABUSO: 2017-2024
Le cronache giudiziarie mostrano come il controllo sistematico — limitare spostamenti, sorvegliare incontri, imporre regole — sia la porta d’ingresso del cosiddetto controllo coercitivo: non urla sempre, ma stringe, giorno dopo giorno, come una morsa. È la gelosia che si fa lente: amplifica ogni gesto, distorce ogni parola. E alla fine colonizza il tempo e lo spazio dell’altro. In questo caso, secondo le indagini, il monitoraggio si sarebbe spinto fino alle visite ai genitori e alle uscite per la spesa. Sembra poco? È, invece, il segnale più chiaro: la quotidianità diventa frontiera, il pianerottolo un confine da presidiare.

# ESCALATION DURANTE LE FESTIVITÀ: QUANDO IL SILENZIO SI ROMPE
La rottura del legame non ha placato i contrasti. Nonostante l’accordo bonario sull’affidamento del figlio minore, il clima è rimasto conflittuale. Durante le festività natalizie — periodo in cui le aspettative elevate spesso collidono con fragilità irrisolte — gli episodi di violenza verbale si sarebbero moltiplicati. La scelta della vittima di rivolgersi alle forze dell’ordine ha segnato un punto di non ritorno. È qui che l’intervento pubblico si è fatto più fitto: anche dopo l’avvio degli accertamenti, il 50enne avrebbe proseguito con comportamenti ritenuti aggressivi, rendendo necessari ripetuti interventi delle Volanti. Una scia di chiamate che, nella lettura degli inquirenti, ha rafforzato l’idea di un pericolo attuale e non teorico.

# LA MACCHINA DELLA GIUSTIZIA: PROCURA E POLIZIA
Nell’ordinanza si legge un coordinamento rapido tra Procura e Polizia. L’uomo è stato rintracciato e trasferito nel carcere cittadino di Campobasso. La dinamica investigativa, come spesso accade in materia di maltrattamenti, ha privilegiato la tempestività: ascolto della persona offesa, ricostruzione degli episodi, verifica dei riscontri, analisi del rischio. È un approccio che si inserisce nel solco delle procedure accelerate inaugurate in questi anni per affrontare i reati di violenza domestica: limitare i tempi riduce l’esposizione della vittima e consente di calibrare misure più adeguate.

# COSA DICE LA LEGGE: MALTRATTAMENTI, STALKING, CODICE ROSSO
Nel nostro ordinamento, condotte come quelle descritte rientrano, a seconda dei fatti, nel perimetro dei maltrattamenti contro familiari e conviventi (art. 572 del codice penale) e degli atti persecutori (art. 612-bis). Il cosiddetto Codice Rosso ha rafforzato corsie preferenziali e strumenti di tutela, imponendo tempi più stretti per l’ascolto e valutazioni rapide sull’adozione di misure cautelari. Non ogni conflitto è un reato: lo diventa quando il controllo sistematico e la sopraffazione intaccano libertà, dignità, integrità psicofisica.

## LE ESIGENZE CAUTELARI E IL PERICOLO CONCRETO
Per disporre la custodia in carcere, il gip deve verificare due presupposti: gravi indizi di colpevolezza e almeno una tra le esigenze cautelari previste dalla legge (pericolo di fuga, inquinamento probatorio, reiterazione del reato). Qui, secondo la Procura, ha pesato soprattutto l’ultimo profilo: la prosecuzione dei comportamenti anche a indagini avviate e la necessità di prevenire nuovi episodi. È un bilanciamento delicato, che chiama in causa la presunzione di innocenza e, nello stesso tempo, l’imperativo di proteggere chi denuncia.

# MINORI E TUTELA: UN FIGLIO DI 7 ANNI AL CENTRO
Nel fascicolo c’è un dato che impone una cura ulteriore: la presenza di un bambino di 7 anni. I contrasti tra adulti, quando scivolano nella violenza, non restano mai ai margini della vita dei minori. Anche quando non sono bersaglio diretto, respirano il clima, assorbono linguaggi, normalizzano l’eccezione. L’accordo bonario di affidamento testimonia la volontà, almeno in una fase, di trovare una cornice condivisa. Ma l’escalation descritta pone interrogativi inevitabili: come garantire un diritto di visita sicuro? Quali cautele attivare per evitare che il conflitto travolga gli equilibri del bambino? In questi casi, la rete tra procura ordinaria, tribunale per i minorenni e servizi territoriali è cruciale: monitoraggio, spazi neutri per gli incontri, interventi di sostegno alla genitorialità, se e quando possibile.

# OLTRE IL CASO: LA CULTURA DEL POSSESSO E IL CONTROLLO COERCITIVO
«Proprietà personali». Le parole pesano perché rivelano una visione: l’altro non come soggetto, ma come oggetto da trattenere, verificare, possedere. È la radice culturale che alimenta il controllo coercitivo, un fenomeno sempre più riconosciuto dagli operatori: non è solo violenza fisica, ma un mosaico di divieti, umiliazioni, sorveglianza, intermittenze emotive che isolano e sfiancano. È una ruggine che corrode piano, e quando la lamiera cede è spesso troppo tardi. Per questo le prime crepe — i divieti ingiustificati, i telefoni controllati, gli amici allontanati — non possono essere derubricate a «carattere» o «passionalità». La gelosia non è un’attenuante; è, spesso, l’innesco.

# PREVENZIONE E AIUTO: NUMERI E RETE TERRITORIALE
Le indagini lampo evidenziate dal procuratore Nicola D’Angelo sono una risposta necessaria. Ma la prevenzione non è solo compito di tribunali e questure. È una rete fatta di centri antiviolenza, sportelli comunali, medici di base, scuole, vicini di casa che sanno ascoltare. Domanda scomoda ma inevitabile: quante volte i segnali si vedono e si ignorano? Se si avvertono situazioni a rischio, è bene rivolgersi alle forze dell’ordine o ai servizi dedicati. Il numero 1522, attivo 24 ore su 24, offre ascolto e indirizzo ai centri sul territorio; una chiamata può fare la differenza.

## SE RICONOSCI SEGNALI, CHIEDI AIUTO
Chi vive dinamiche di controllo o violenza sa quanto sia difficile parlarne. Eppure, rompere l’isolamento è il primo passo per riprendersi tempo e spazio. Il procedimento di Campobasso lo ricorda: la denuncia, gli interventi delle Volanti, la valutazione del rischio, la misura cautelare. Una catena che si attiva più rapidamente quando i tasselli arrivano in fretta e in modo chiaro. È un percorso che richiede coraggio alla vittima e responsabilità a tutti gli attori istituzionali.

LE PROSSIME TAPPE: GARANTIRE DIRITTI, PREVENIRE RISCHI
L’inchiesta proseguirà con gli atti garantiti alle parti, gli approfondimenti e le eventuali richieste di incidente probatorio. La difesa potrà far valere le proprie ragioni. La custodia in carcere sarà oggetto di verifica, come vuole la legge, anche alla luce dell’evoluzione dei fatti. Nel frattempo resta l’urgenza di mettere al centro la protezione della donna e del bambino. Perché un provvedimento cautelare non è un punto d’arrivo, ma un ponte: deve condurre a una quotidianità più sicura, a relazioni regolamentate, al rispetto di confini oggi violati. In fondo, la domanda che Campobasso ci consegna è semplice e radicale: vogliamo abitare relazioni di possesso o di libertà? La giustizia può e deve fare la sua parte; il resto tocca a una comunità che non volti lo sguardo.

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