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Analisi

L'equilibrio sottile: tra ragion di Stato e l'inciampo del Palazzo

L'equilibrio sottile: tra ragion  di Stato e l'inciampo del Palazzo

C’è un’ombra lunga che si stende tra le aule di Piazzale Clodio e i velluti della Camera, una di quelle ombre che la politica italiana preferisce solitamente gestire con la discrezione dei corridoi e che invece, stavolta, finisce sotto i riflettori di un’aula di tribunale. Il caso di Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto di via Arenula, non è solo una cronaca giudiziaria di "false informazioni": è il precipitato chimico di un cortocircuito tra poteri che sembra scritto per un manuale di sociologia del potere nostrano. Al centro della scena, il generale libico Almasri. Una figura che evoca scenari da spy-story mediterranea, tra accuse di torture e rimpatri repentini su aerei dei servizi segreti. Ma se il generale è il fantasma che agita le acque, la Bartolozzi è diventata il parafulmine istituzionale. La citazione diretta a giudizio, firmata dalla procura di Francesco Lo Voi, ci racconta di un’inchiesta che non si accontenta delle versioni ufficiali, cercando di scavare in quel "non detto" che spesso cementifica i rapporti tra sicurezza nazionale e trasparenza democratica. Tuttavia, il vero teatro dell’assurdo si è consumato alla Camera. Mentre il giudice monocratico lucidava lo scranno per il 17 settembre, l’Aula decideva di alzare lo scudo del conflitto di attribuzioni davanti alla Consulta. Una mossa che ha il sapore amaro della difesa corporativa, votata con uno scarto di appena 47 voti. È l’eterno ritorno del "conflitto tra poteri", quella scialuppa di salvataggio istituzionale che viene varata ogni volta che la magistratura tenta di varcare il portone di un ministero. La sociologia di questo scontro ci restituisce un’immagine plastica della nostra democrazia: un’architettura barocca dove la responsabilità individuale si diluisce nelle procedure. Da una parte, il tentativo dei pm di ricondurre un atto oscuro sotto l'egida della legge ordinaria; dall'altra, la politica che rivendica una sorta di extraterritorialità etica, proteggendo i propri terminali amministrativi in nome di una superiore (e spesso vaga) "Ragion di Stato". A rendere il quadro ancor più graffiante è lo sfondo di un’opposizione decimata dalle sanzioni, assente non per scelta ma per castigo, dopo l'occupazione della sala stampa anti-Casapound. Un dettaglio che aggiunge una nota di sarcasmo involontario: mentre si discute della supremazia dei poteri, la dialettica parlamentare si riduce per mancanza di "corpi" in aula. In questo intreccio di voli di Stato e silenzi sospetti, resta un dubbio etico che nessuna sentenza o decisione della Consulta potrà sanare del tutto. Ci si chiede se la politica sappia ancora distinguere tra la protezione delle proprie prerogative e la fuga dalle proprie responsabilità. Perché, alla fine, tra un conflitto di attribuzioni e un’udienza rinviata, a restare a terra non è solo un generale libico, ma quella fiducia dei cittadini che mal sopporta le verità confezionate nei palazzi e mai verificate nelle aule di giustizia.

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