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13.04.2026 - 17:12
La tentazione di gridare alla crisi è forte. Ma la politica, si sa, vive anche di rappresentazioni. E quella che va in scena in Basilicata in queste ore ha tutti gli ingredienti del copione già visto: l’opposizione che alza i toni, la maggioranza che minimizza, e nel mezzo una crepa – reale – che rischia di allargarsi. Nel mirino c’è il presidente Vito Bardi, chiamato a riferire in Aula dopo lo strappo consumato in Giunta dall’assessore Carmine Cicala. Un voto contrario che pesa, perché arriva su un atto chiave e mette nero su bianco un dissenso politico prima ancora che tecnico. Tradotto: ora non è solo una questione di fondi, ma di fiducia e di metodo. E infatti l’opposizione “sbraita”, eccome. Pretende che Bardi apra formalmente la crisi, che chiarisca se la sua maggioranza esiste ancora o se si regge su equilibri sempre più precari. Il sottotesto, neanche troppo nascosto, è un altro: qualcuno spera che la vicenda possa portare al rimpasto o alle dimissioni. Di Cicala? O – nel migliore dei casi per chi siede dall’altra parte dell’emiciclo – di Bardi. E magari a elezioni anticipate. Fantapolitica. Ma qui, ragionando per assurdo, arriva la domanda scomoda. Sono pronti? Perché a guardare l’opposizione, la risposta non è così scontata. Il Movimento 5 Stelle incalza, il Partito Democratico prova a tenere la linea istituzionale e poi c’è l’area civica che ruota attorno al già candidato e naufragato presidente in pectore Angelo Chiorazzo e a Basilicata Casa Comune. Ma più che un fronte compatto, sembra un mosaico ancora in costruzione. Il Pd, in particolare, continua a fare i conti con i suoi problemi strutturali: correnti, sottocorrenti, l'ennesimo addio di Cifarelli e una linea politica che fatica a essere riconoscibile. Il fatto che sia commissariato è più di un dettaglio: è il segno di una difficoltà profonda a esprimere una guida autorevole sul territorio. Non proprio il miglior viatico per presentarsi come alternativa di governo credibile. E allora sì, la maggioranza mostra crepe evidenti. Lo strappo di Cicala non può essere archiviato come un incidente di percorso. Ma trasformare una crepa in un crollo richiede un’alternativa pronta, solida, organizzata. Al tempo stesso va chiarito un punto che spesso viene evocato in modo strumentale: il trionfo del No al recente referendum non può essere letto come un lasciapassare politico automatico o come un termometro utile a “blindare” il cosiddetto campo largo. Si tratta di piani completamente diversi e livelli di partecipazione non sovrapponibili. Confonderli rischia di alimentare una narrazione più utile alla propaganda che alla realtà. Certo, la Basilicata a trazione centrodestra attraversa una fase storica complessa e delicata, le criticità sono molteplici ed evidenti a partire dallo spopolamento per arrivare alle crisi industriali ma resta un dato politico difficilmente aggirabile: il campo largo in versione lucana è oggi poco più di un cantiere aperto. Un progetto evocato più che costruito, dove le alleanze sono fluide e le leadership ancora tutte da definire. Perché senza una guida riconosciuta, senza figure autorevoli, capaci di tenere insieme pezzi diversi e spesso diffidenti, anche la crisi più rumorosa rischia di restare un’occasione mancata. O, peggio, un salto nel vuoto.
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