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Analisi

Il deserto dei vicini: Gravina la contromisura muta del Calvario

Il deserto dei vicini: Gravina la contromisura muta del Calvario

La geografia del sacro, nel cinema, ha sempre avuto il fiato corto e la memoria selettiva. Cerca l’eterno, ma si accontenta del disponibile. Così accade che mentre Matera si specchia nella propria santificazione turistica, scoprendosi improvvisamente troppo preziosa per sporcarsi le mani con la polvere dei set, la vicina Gravina in Puglia si offra come vittima sacrificale sull’altare della produzione globale. Non è un passaggio di testimone, ma una sostituzione d’identità che consuma il paesaggio senza restituire il nome. Trent’anni fa, i Sassi erano il silenzio fatto pietra, un grembo vuoto dove Pier Paolo Pasolini e poi Mel Gibson potevano poggiare la cinepresa senza chiedere scusa a nessuno. Oggi, quel silenzio è stato messo a rendita. Matera è diventata un dispositivo economico complesso, un ingranaggio di B&B, guide autorizzate, aperitivi al tramonto e flussi di folla che non ammettono interruzioni. Blindare una piazza nel Sasso Caveoso non significa più soltanto spostare tre sedie e un mulo, ma inceppare una macchina che fattura milioni. Hollywood, che del capitale è la sacerdotessa suprema, ha fatto il calcolo del "lucro cessante" e ha voltato le spalle alla sua vecchia musa. Matera è diventata troppo cara, troppo esigente, troppo viva per chi cerca la solitudine del Golgota. Ed è qui che entra in gioco Gravina. A pochi chilometri di distanza, lo stesso fango calcareo, le stesse ferite rupestri, lo stesso orizzonte biblico. Ma con una differenza sostanziale, che non è estetica, bensì politica e sociale: Gravina è disponibile perché è rimasta ferma.

L’estetica dell’abbandono come vantaggio competitivo

Il cinema contemporaneo si muove seguendo le rotte della minore resistenza. Se Matera è il museo a cielo aperto dove ogni centimetro ha un prezzo, Gravina è il magazzino dimenticato dove puoi ancora spostare le pareti a tuo piacimento. La produzione di Resurrection, il nuovo capitolo della saga cristologica di Gibson, ha trovato nel territorio murgiano non solo la bellezza, ma soprattutto l’assenza. L’assenza di vincoli, l’assenza di una struttura turistica capace di negoziare, l’assenza di una voce che dica "io valgo". Si celebra, tra le strade di Gravina, un paradosso amaro che sfugge all’entusiasmo dei comunicati stampa locali. Si scambia l’essere stati scelti per una forma di riscatto, quando in realtà si tratta di un’operazione di sciacallaggio estetico. I registi non cercano la location più bella; cercano la location più bella che sia ancora abbastanza disperata da costare poco. Gravina vince perché è nuda. Vince perché le sue chiese rupestri non hanno code di influencer all’ingresso, perché i suoi permessi si firmano con la velocità di chi ha bisogno di sentirsi considerato, fosse anche solo per il tempo di un ciak. È una forma di "neocolonialismo dello sguardo". Si estraggono le immagini come si estraeva il carbone: si entra in una terra, se ne preleva l'anima visiva, si lasciano pochi spiccioli sul tavolo della burocrazia comunale e si riparte. Ma la ferita vera è un’altra: il nome di Gravina, con ogni probabilità, rimarrà ancora una volta confinato nelle note a margine o nei ringraziamenti sbiaditi dei titoli di coda. La narrazione globale continuerà a nutrirsi del brand Matera, anche quando Matera sarà solo l’alibi per aver girato altrove.

Il mito della "Matera del 2004"

Dire che Gravina è la "Matera di vent’anni fa" è un’offesa travestita da complimento. Significa ammettere che la città non ha saputo – o non ha potuto – costruire un’alternativa al ruolo di comparsa. Mentre Matera utilizzava la spinta dei grandi set per trasformarsi in una capitale culturale (con tutte le degenerazioni della gentrificazione che ben conosciamo), Gravina è rimasta nel limbo. È la "terra di nessuno" che fa gola ai produttori perché non ha pretese.Questa umiliazione silenziosa si ripete ciclicamente. Già nel 2004, durante le riprese di The Passion, ampie porzioni di paesaggio appartenevano a Gravina, a Craco, a Laterza. Eppure, nell’immaginario collettivo, quel film è "il film di Matera". Oggi il copione si ripresenta identico. La produzione annulla giornate di ripresa nella città dei Sassi, spaventata dai costi e dalle complicazioni burocratiche di un centro ormai saturo, e si rifugia nel "buco nero" della Murgia. Si rifugia lì dove il silenzio non è una scelta artistica, ma una condizione demografica. C’è un’ironia severa in questa dinamica. La mancata modernizzazione di Gravina, il suo restare fuori dai circuiti del turismo di massa, il suo essere rimasta "autentica" per mancanza di investimenti, diventa oggi la sua unica attrattiva per i cacciatori di location. Ma è un’attrattiva tossica. Non genera sviluppo, non crea infrastrutture, non lascia consapevolezza. Lascia solo il ricordo di qualche roulotte e l’autografo di una star in un bar della piazza.

L’etica del paesaggio e il dovere della parola

Dovremmo interrogarci seriamente su cosa significhi "marketing territoriale" in queste terre. Se il marketing consiste nel vendersi a saldo pur di apparire, allora stiamo assistendo al funerale della dignità di una comunità. Gravina presta la sua faccia, le sue rughe di pietra e la sua storia millenaria a un racconto che si dimenticherà di citarla. È la controfigura che rischia l’osso del collo mentre l’attore famoso si prende gli applausi e la percentuale sugli incassi. La politica locale, spesso miope davanti ai bagliori di Hollywood, tende a presentare questi eventi come successi epocali. Ma il successo di un territorio si misura sulla sua capacità di imporre la propria identità, non sulla docilità con cui si lascia calpestare dai mezzi tecnici di una produzione straniera. Se il prezzo per avere Mel Gibson in città è restare nell’oblio comunicativo, allora quel prezzo è troppo alto. In questo scenario, Matera agisce come un’aristocratica decaduta che ha imparato a farsi pagare anche solo per farsi guardare. Gravina, invece, è la parente povera che accetta le briciole pur di stare a tavola. Ma il cinema è una macchina celibe: finiti i soldi della produzione, spenti i riflettori, le strade di Gravina torneranno a essere quello che erano prima. Vuote. Con la differenza che, sullo schermo, i turisti crederanno di vedere Matera.

È una forma di alienazione geografica che non trova giustificazione. Il degrado di una città non risiede solo nelle sue crepe o nei suoi servizi mancanti, ma nell'incapacità di farsi soggetto della propria storia. Finché Gravina accetterà di essere il "piano B" economico di Matera, rimarrà condannata a una bellezza muta, a un’estetica della sopravvivenza che serve a nutrire i sogni degli altri senza mai alimentare i propri.

La verità dietro il ciak

La verità cruda, spogliata dal glamour delle anteprime, è che Hollywood ha smesso di cercare la verità storica per cercare la sostenibilità contabile. La Murgia è diventata un set a basso costo, un teatrino di posa naturale dove la povertà dei servizi si traduce in ricchezza per chi deve far quadrare i bilanci di produzione.

Non c’è vanto nel sapere che i registi ti scelgono perché "non rompi le scatole". È la stessa ragione per cui si scelgono le zone franche, le terre dove le leggi sono più blande o dove il consenso si compra con poco. Gravina meriterebbe di essere la protagonista di un racconto che ne valorizzi la specificità, la sua unicità fatta di gravine profonde e di un coraggio antico, non di essere la "pezza d'appoggio" per una Matera diventata troppo snob per il sangue finto del cinema. Finché non ci sarà una presa di coscienza collettiva che pretenda il riconoscimento del nome, Gravina continuerà a prestare il fianco allo sciacallaggio. E tra dieci anni, quando un altro regista cercherà un posto dimenticato da Dio per girare l'ennesima resurrezione, si sposterà ancora più in là, verso qualche altro borgo svuotato e silenzioso, perché anche Gravina, nel frattempo, potrebbe aver imparato a chiedere il conto. Ma per ora, il silenzio della Murgia è d'oro solo per chi lo compra a poco prezzo. Per chi ci vive, resta solo la polvere del deserto dei vicini. E comunque Mel Gibson non ha smesso di frequentare Matera.

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