Cerca

Dibattito

Il teatro non è un ufficio

Il teatro non è un ufficio

Da dove nasce questa riflessione

Questa riflessione nasce dall’ascolto dell’intervista rilasciata dall’assessore alla cultura Roberto Falotico al giornalista Paride Leporace. Non è una posizione predefinita, ma una lettura maturata nell’ascolto progressivo delle dichiarazioni, mentre si stratificavano. E più ascoltavo, più emergeva una sensazione precisa: non una semplice divergenza amministrativa, ma un diverso modo di intendere la natura stessa del teatro pubblico. 

La verità dei fatti (prima di tutto)

Nel corso dell’intervista viene richiamata la presenza di uffici e personale amministrativo all’interno del Teatro Stabile come scelta già sperimentata nella scorsa legislatura. Non risulta, nei termini descritti, alcuna strutturazione stabile del teatro come sede di uffici amministrativi. Eventuali riferimenti a un utilizzo di spazi culturali per tali finalità riguardano altre sedi e, in ogni caso, non hanno mai trovato attuazione stabile, anche a causa dei vincoli imposti dalla Soprintendenza. Per correttezza e senso di responsabilità, ho svolto verifiche dirette contattando l’ex assessora alla cultura Stefania D’Orazio e l’ex sindaco Mario Guarente, riportando qui quanto da loro riferito in conversazioni di cui mi assumo piena responsabilità. Entrambi hanno smentito con chiarezza che sia mai stata presa in considerazione l’ipotesi di trasferire gli uffici dell’assessorato al teatro stabile. L’ex sindaco Guarente ha inoltre precisato che, in sede di consiglio comunale, fu invece avanzata l’idea di destinare l’ultimo piano del museo a tali uffici, proposta che non ebbe seguito per il diniego della Soprintendenza. Il quadro normativo resta quello del D.Lgs. 42/2004, Codice dei beni culturali e del paesaggio: – art. 10: definizione dei beni culturali, inclusi i teatri storici – artt. 20 e 21: divieto di uso incompatibile e obbligo di autorizzazione per ogni mutamento di destinazione. Il principio è chiaro: un bene culturale non è neutro rispetto alla sua funzione. 

Il punto che emerge dall’intervista

Nelle parole dell’assessore si intravede una distinzione tra spazi intangibili del teatro e spazi invece utilizzabili per funzioni operative. Ma un teatro non si articola secondo una logica compartimentale. È un organismo unitario, in cui ogni componente concorre alla funzione complessiva. Separare rigidamente gli spazi rischia di alterarne la natura profonda. 

La logica della scelta amministrativa

La motivazione è chiara: efficienza, presenza, controllo, gestione più ordinata. Si tratta di una logica comprensibile sul piano amministrativo. Ma qui si apre una contraddizione. Se un sistema è già fragile per carenza di risorse e personale, l’inserimento di funzioni estranee non lo rafforza: lo compensa. E la compensazione non coincide mai con una riforma. 

Il nodo della fondazione

L’intervista apre anche alla prospettiva di una fondazione. Ma qui emerge una contraddizione strutturale. Da un lato viene descritto un quadro di difficoltà economica: vincoli di bilancio, risorse limitate, necessità di rispondere alla Corte dei Conti e al Ministero. Dall’altro si ipotizza la costruzione di una fondazione, con una regia pubblica molto forte. Una fondazione non è una soluzione semplificata. Richiede stabilità economica, continuità di risorse, capacità gestionale e partecipazione reale del soggetto privato. In assenza di tali condizioni, la fondazione non risolve la fragilità. Rischia di diventarne la forma. 

Il nodo normativo: teatro di tradizione e contraddizione di sistema

Nel dibattito viene richiamato il modello del teatro di tradizione. I teatri di tradizione sono una categoria riconosciuta nello spettacolo dal vivo italiano, nell’ambito lirico-sinfonico. In Italia sono 21 e rappresentano istituzioni storiche con funzione stabile di produzione e programmazione. Non è una definizione generica, ma una qualifica tecnica del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (DM 23 dicembre 2024 n. 463). Elemento centrale è la prevalenza del finanziamento pubblico. Quando si evocano modelli come il Teatro Verdi di Salerno, si fa riferimento a realtà già pienamente inserite in questo sistema. 

Il dibattito e le suggestioni

Nel dibattito torna il riferimento al Teatro Verdi di Salerno e al teatro di tradizione. Lo stesso richiamo emerge sia nelle parole dell’assessore sia nell’intervento della violoncellista Giovanna D’Amato, nel confronto condotto da Paride Leporace. Una convergenza che non è di per sé un problema. Può essere un punto di partenza. Ma quando alcune visioni coincidono con questa precisione in uno spazio pubblico ristretto, qualche domanda è inevitabile. Siamo davanti a una semplice sintonia culturale? O a una traiettoria che, pur non esplicitata, sembra delinearsi con una certa coerenza interna? Nulla di male, purché sia trasparente. Perché i percorsi costruiti a bassa voce, per quanto legittimi, possono essere percepiti come decisioni maturate altrove più che come processi condivisi. Non nei fatti, ma nelle direzioni. E qui vale una vecchia verità: a pensar male si fa peccato, ma spesso si finisce per cogliere dinamiche reali. 

Il punto tecnico rimosso ma decisivo

Un teatro non può prescindere da una struttura tecnica adeguata. Le compagnie portano esigenze operative complesse: tecnici, allestimenti, logistica. Senza questo livello, il teatro diventa spazio ospitante e non luogo produttivo. 

Il lavoro culturale come sistema

Il teatro non è solo programmazione. È una filiera di lavoro. Quando questa si indebolisce, si indebolisce l’intero ecosistema culturale. 

Il centro storico come tema ricorrente

Il riferimento al centro storico e alla rigenerazione urbana è legittimo. Ma il teatro non può essere letto principalmente come strumento urbanistico. La sua funzione culturale precede quella territoriale. 

Il rischio del precedente

Ogni scelta amministrativa in cultura produce effetti oltre il contingente. Diventa precedente. E ciò che nasce come eccezione può diventare prassi.

Il metodo

In un intervento pubblico al Teatro Stabile, prima di uno spettacolo, l’assessore ha dichiarato di avere già una direzione e di non avere bisogno di contributi esterni. Non è un dettaglio. È un’impostazione di metodo. La cultura vive anche di confronto. 

Il punto non è il teatro, ma l’idea di teatro

Quello che emerge non è solo una scelta amministrativa, ma una visione. Le visioni non sono neutre: producono conseguenze. Il teatro non è uno spazio da adattare. È uno spazio che orienta. Quando lo si riduce a funzione, si sta scegliendo. La cultura non è un ambito in cui il decisionismo può sostituire il confronto. L’ascolto rafforza il ruolo politico, non lo indebolisce. Non è un problema non sapere tutto. È umano. Il problema nasce quando si ritiene di poter sapere tutto. Forse basta poco: meno autosufficienza, più ascolto. Svolgere il ruolo politico è già un compito importante. Soprattutto quando si ha a che fare con la cultura. 

La proposta

Da anni sostengo la necessità di un organismo regionale pubblico-privato che metta insieme istituzioni, economia e mondo culturale. Non una somma di soggetti, ma una regia condivisa. Una vera e propria cabina di regia regionale della cultura, capace di superare la frammentazione attuale e costruire una visione sistemica delle politiche culturali. Un organismo che veda la partecipazione della Regione, del Comune in quanto proprietario del Teatro Stabile, dei Comuni dotati di spazi destinati allo spettacolo dal vivo e in regola con le normative vigenti in materia di sicurezza, delle strutture che operano nella produzione, organizzazione di rassegne, festival e distribuzione culturale, oltre che del sistema economico rappresentato da istituti bancari e imprese. Un luogo di confronto stabile, non episodico, in cui programmazione culturale, sostenibilità economica e funzione pubblica non procedano separatamente ma in modo coordinato e trasparente, con criteri di trasparenza, programmazione pluriennale e valutazione pubblica dei risultati.

La cultura come metodo
Perché alla fine il punto resta sempre lo stesso: non si tratta di difendere un’idea astratta di teatro, ma di scegliere che tipo di cultura pubblica si vuole costruire. Una cultura che si chiude nelle decisioni, o una cultura che si apre al confronto. La differenza non è tecnica. È di metodo. E il metodo, in cultura, è già sostanza. Un luogo di confronto stabile, non episodico, in cui programmazione culturale, sostenibilità economica e funzione pubblica non procedano separatamente ma in modo coordinato
e trasparente. 

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Il Castello Edizioni e Il Mattino di Foggia

Caratteri rimanenti: 400

edizione digitale

Sfoglia il giornale

Acquista l'edizione