IL MATTINO
Cinema
11.04.2026 - 15:11
Un’immagine restituisce, meglio di qualunque dato Cinetel, il senso della nostra industria culturale oggi: una platea semibuia dove le poltrone di velluto sembrano più stanche di chi ci si siede sopra e lo schermo occupato, con una regolarità che rasenta la statistica, dal volto di Valerio Mastandrea. Non è un’iperbole, è la mappatura di un’occupazione sistematica dell’immaginario coatto. Se guardiamo ai listini, la sua presenza è diventata una costante matematica, l’unità di misura della nostra incapacità di cercare altrove. Questa ubiquità assume i contorni di un sintomo. Il cinema italiano non sta bene e non è solo una questione di tagli ministeriali o di fondi falciati, sebbene quel buco da duecento milioni pesi come un macigno sulle produzioni future. La vera patologia è l’agorafobia creativa: la paura del vuoto, dell’inedito, della faccia che non abbiamo ancora imparato a decifrare. Il nostro cinema si è ridotto a un fortino assediato dove si gioca di rimessa e dove il rischio è un lusso che nessuno può più permettersi. Di conseguenza, ci si affida a quegli strumenti di cui conosciamo l’esatta tenuta dinamica. E Mastandrea, in questo momento, è l’usato sicuro più prestigioso che abbiamo in magazzino. Come si spiega questo "strike"? Come può un solo attore occupare così tanto spazio in un mercato che dovrebbe produrre nuove icone a getto continuo? La risposta non risiede in un’improvvisa apoteosi del suo talento, quanto in una precisa mutazione del suo stare in scena. Mastandrea ha smesso di essere il portavoce del disagio generazionale per diventare l'amministratore delegato della nostra rassegnazione. È l’attore che non invade il film, ma lo gestisce per sottrazione. È diventato il porto sicuro che nobilita l’opera prima e dà una parvenza di profondità al veterano a corto di idee. In un'epoca di recitazioni urlate o di piattume televisivo, lui opera nel grigio, con una competenza tecnica che rasenta la freddezza artigiana.
La polizza assicurativa del volto noto
La sua onnipresenza è la risposta pavloviana di un sistema che ha paura del buio. Produrre oggi in Italia significa camminare su un campo minato: quando i budget si restringono e il pubblico è attratto solo dai blockbuster d'importazione, il volto del protagonista diventa l’unica garanzia collaterale accettabile per le banche e per i distributori. Mastandrea è la nostra "tripla A". Ma questa concentrazione di fiducia è un paradosso pericoloso: se il cinema italiano ha bisogno di lui per sentirsi legittimato, significa che ha smesso di investire sulla varietà dei propri sguardi. È il corto circuito di un'industria che, non potendo più permettersi la ricerca, si rifugia nella replica di un'efficienza. Lui, dal canto suo, gestisce questo monopolio con una sobrietà che qualcuno scambia per carisma, ma che forse è solo un’acuta consapevolezza dei propri limiti. Non lo troverete mai a sbracciarsi per attirare l’attenzione; lo troverete invece a prestare il suo distacco a storie che spesso senza quel distacco crollerebbero sotto il peso della propria fragilità. C'è in lui una malinconia vigile, contrista, che lo rende perfetto per raccontare un'Italia che ha smesso di correre e ha iniziato a guardarsi le scarpe.
La radice sociale di un'assenza
Analizzare l'iperattività di Mastandrea significa ammettere la desertificazione che gli cresce intorno. Se un tempo il cinema era lo specchio delle nostre ambizioni, oggi con Valerio è lo specchio delle nostre rinunce e dei nostri silenzi. La sua "acutezza" sta nel non aver mai cercato di essere altro da sé: un uomo medio, con le rughe giuste e lo sguardo che punta sempre un centimetro sopra l'orizzonte, mai l'infinito. È questa autenticità non negoziata che piace ai registi: la certezza che la sua maschera non tradirà mai l'aspettativa del pubblico. Ma non possiamo ignorare che cinque film in uscita siano anche il grido d'aiuto di un settore che non sa più a chi chiedere un prestito di credibilità. Se domani Mastandrea decidesse di fermarsi, che cosa resterebbe dei nostri listini? Quali facce avrebbero la forza di bucare il velo dell'indifferenza senza l'ombrello protettivo del suo disincanto? Il cinema italiano oggi è come un atleta che prova a correre con un solo polmone. Respira a fatica, si guarda intorno smarrito, ma finché Mastandrea resta in scena, abbiamo l’illusione che la partita non sia ancora finita. È una consolazione magra, venata di quella stessa ironia sottile che lui mette nelle sue interpretazioni migliori. Ma è tutto quello che resta a un’industria che ha paura del futuro e che si aggrappa al suo miglior presente, sperando che basti a nascondere il vuoto che sta inghiottendo tutto il resto.
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