IL MATTINO
Il Medioevo degli Ultimi
09.04.2026 - 18:59
Non è un caso che il fango sia il primo protagonista dell'inquadratura. Non un fango scenografico, ma una melma densa, ancestrale, che s’impasta con le carni e con le ambizioni. Sessant'anni fa, Mario Monicelli, insieme al genio architettonico della parola di Age e Scarpelli, partoriva L’Armata Brancaleone, compiendo un’operazione che oggi definiremmo di decostruzione radicale, ma che all’epoca fu un terremoto sismico nel linguaggio cinematografico e nell’immaginario storico italiano. Mentre il cinema internazionale inseguiva il Medioevo dei marmi, delle armature lucenti alla Ivanhoe o delle ascese mistiche bergmaniane, Monicelli sceglieva di scendere nel fossato. La ricorrenza del sessantennale non serve a celebrare un reperto archeologico, ma a constatare quanto quel "brancaleonismo" sia diventato la chiave di lettura definitiva per comprendere l’antropologia del nostro Paese e, forse, della condizione umana moderna.
La lingua dell'impostura e della fame
Il cuore pulsante dell’opera risiede nella sua invenzione linguistica. Quello che Brancaleone da Norcia parla non è volgare medievale, né latino maccheronico: è una lingua "monicelliana", un pastiche di dialettismi, arcaismi inventati e solennità tronfie che servono a coprire il vuoto dei ventri. È la lingua dell’autosuggestione. Sessanta anni dopo, la sociologia del linguaggio ci insegna che l'italiano medio continua a nutrirsi di questa "supercazzola" istituzionale. Brancaleone, interpretato da un Vittorio Gassman che qui rompe definitivamente con il cliché dell'attore tragico per farsi maschera picaresca, usa il verbo come unica arma di difesa contro la miseria. "Seguitemi, o miei prodi!", grida a una masnada di derelitti – un vecchio avido, un bizantino smarrito, un barbaro gigante e un manipolo di contadini affamati – che non hanno nulla da perdere se non la pelle, e spesso nemmeno quella. Questa armata non va alla conquista di un regno per sete di potere, ma per una necessità biologica di appartenenza. Aurocastro, la meta agognata, non è un luogo fisico: è il miraggio di una dignità che la Storia ha negato loro sin dalla nascita.
Il rovesciamento del cavaliere
Brancaleone è l'anti-eroe per eccellenza. Cavalca Aquilante, un ronzino giallo che sembra uscito da un incubo febbrile, e indossa un'armatura che cigola come un cancello arrugginito. In lui, il concetto di cavalleria viene spogliato di ogni etica cortese per essere ridotto a una serie di tic nervosi e di velleità fallimentari. Sociologicamente, il film opera un ribaltamento carnevalesco del potere. I potenti sono o assenti, o folli, o crudeli. La Chiesa è rappresentata dal monaco Zenone, un fanatico che trascina la folla verso una Gerusalemme che è solo un cimitero a cielo aperto. Qui Monicelli anticipa la critica ai grandi movimenti di massa e ai populismi: la cecità di chi segue è pari solo alla follia di chi guida. La grandezza del film sta nell'aver capito che l'italiano non è un popolo di conquistatori, ma di sopravvissuti. L'armata è un microcosmo di un'Italia che, in pieno boom economico (siamo nel 1966), guardava con sospetto al progresso e restava ancorata a una diffidenza atavica verso l'autorità. Il Medioevo di Monicelli è lo specchio del presente: un'epoca di transizione dove le vecchie strutture crollano e le nuove sono ancora troppo fragili per offrire riparo.
La crudeltà del ridicolo
Non si ride mai "con" Brancaleone, si ride "di" Brancaleone, eppure se ne prova una pietà profonda. È la lezione della Commedia all'italiana che qui raggiunge vette filosofiche. La scena della peste, o quella del bosco dei morti, non sono espedienti comici, ma squarci di crudo realismo storico trasfigurati dall'ironia. Il documentarismo di Monicelli non passa attraverso i dati, ma attraverso la consistenza dei materiali: il legno marcio, il ferro arrugginito, la pelle sporca. La fotografia di Carlo Di Palma restituisce un mondo cromaticamente spento, dove l'unico colore acceso è il rosso della vergogna o della rabbia.
L'attualità di un fallimento collettivo
Perché oggi sentiamo ancora il bisogno di Brancaleone? Perché viviamo in un'epoca di "nuovi feudi". La frammentazione sociale contemporanea ha ricreato quella stessa precarietà che costringeva Abacuc e compagni a mettersi in marcia. La ricerca di un'identità sotto un vessillo qualsiasi, purché ci faccia sentire meno soli nell'affrontare la "nera signora" o la fame, è il tema centrale del nostro secolo. L'armata è il simbolo del fallimento che si fa epica. Non c'è vittoria alla fine del viaggio. Aurocastro si rivela una trappola, i pirati saraceni sono una minaccia implacabile e la fuga è l'unica strategia possibile. Ma è proprio in quella fuga, in quel movimento perpetuo e disordinato, che risiede l'unica forma di libertà concessa ai subalterni. Brancaleone non è un leader, è un catalizzatore di sfortune. Eppure, la sua capacità di rialzarsi, di rimettersi l'elmo ammaccato e di inventare una nuova destinazione, è l'atto di resistenza più nobile che il cinema italiano abbia mai filmato. Sessant'anni non hanno scalfito la potenza di questo messaggio: siamo tutti parte di un'armata scalcinata, pronti a seguire un sogno improbabile pur di non restare immobili nel fango.
L'eredità etica
Guardare oggi L'Armata Brancaleone significa spogliarsi delle sovrastrutture del politicamente corretto per riscoprire la forza dell'autenticità. Monicelli non giudica i suoi personaggi; li osserva con la severità di un entomologo e l'affetto di un padre che sa quanto sia difficile restare umani quando tutto intorno è bestiale. Il film resta un monito contro la retorica del potere. Ogni volta che qualcuno usa parole roboanti per nascondere la vacuità dei fatti, lì risuona l'eco di Brancaleone da Norcia. Ma resta anche un inno alla solidarietà tra gli ultimi. Perché alla fine, tra un "Branca, Branca, Branca" e un "Leon, Leon, Leon", quello che emerge non è la gloria, ma il calore di corpi che si stringono per non aver paura del buio. Sessanta anni fa nasceva un modo di vedere il mondo che non ci ha più abbandonati. Un Medioevo che non è mai finito, perché abita dentro le pieghe della nostra cronaca, nei nostri tentativi maldestri di trovare un posto nel mondo e nella nostra invincibile capacità di ridere del destino, anche quando questo ha la faccia di un boia o il sapore della polvere. Brancaleone è vivo, ed è più "prodo" che mai.
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