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Il caso

Il teatro è di tutti. Ma quale teatro?

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Chiarezza finalmente
Ogni tanto, nel dibattito culturale di una città, serve fare una cosa semplice: chiamare le cose con il loro nome. Senza urlare. Senza offendere. Ma senza nascondersi dietro parole eleganti che dicono tutto e niente. Le dichiarazioni della violoncellista Giovanna D’Amato sul trasferimento degli uffici comunali all’interno del Teatro Francesco Stabile vanno in questa direzione: toni pacati, invito a superare le polemiche, apertura al dialogo. E fin qui, nulla da dire. Ma se vogliamo davvero un dibattito “sano e serio”, come lei stessa auspica, allora la prima forma di rispetto verso chi legge è una sola: la trasparenza.

Un dettaglio che non è un dettaglio
Per chiarezza: lo stesso assessore alla cultura ha pubblicamente ringraziato Giovanna D’Amato per il contributo diretto alle scelte di programmazione del Teatro Francesco Stabile, pur senza un incarico formalmente retribuito. Parliamo di dichiarazioni pubbliche, non di interpretazioni. Non è un’accusa. È un fatto. E questo fatto cambia il peso delle parole. Perché quando si interviene in un dibattito pubblico da una posizione che, di fatto, è già interna al processo decisionale, non si è più semplicemente “una voce fuori dal coro”. Si è parte del coro. Legittimamente, per carità. Ma allora diciamolo. Perché la credibilità non si costruisce sull’ambiguità, ma sulla chiarezza dei ruoli.

La scelta “naturale” che naturale non è
Definire il trasferimento degli uffici comunali nel teatro come “una scelta abbastanza naturale” è una di quelle espressioni che funzionano benissimo… finché non le si guarda da vicino. Naturale per chi? Secondo quale visione? Un teatro non è uno spazio neutro. Non è una stanza grande da riempire con funzioni diverse. È un luogo con una vocazione precisa: produrre cultura. Trasformarlo, anche solo in parte, in sede amministrativa non è un gesto neutro. È una scelta politica e culturale. E le scelte, per loro natura, dividono. Negarlo non abbassa la polemica. La rende solo più opaca. Perché un teatro pubblico non è solo uno spazio: è una responsabilità culturale verso la città.

La distanza che non si misura in metri
“Accorciare la distanza tra istituzioni e operatori culturali.” Frase perfetta. Talmente perfetta da sembrare risolutiva. Ma la distanza tra istituzioni e cultura non è fisica. Non si misura in metri, ma in visione. Puoi mettere gli uffici sul palco, ma se manca un progetto culturale forte, quella distanza resterà intatta. Anzi, rischia di aumentare. Perché quando la cultura si adatta alla logica amministrativa, invece di guidarla, smette di essere motore e diventa funzione accessoria.

Il teatro non è invaso: davvero questo è il punto?
“Gli spazi sono circoscritti, il teatro non è invaso.” Bene. Ci mancherebbe. Ma ridurre la questione alla quantità di spazio occupato significa non aver colto il problema. Il teatro non è un contenitore da dosare. È un organismo. E un organismo cambia anche per piccole alterazioni. La domanda non è “quanto spazio occupano gli uffici”, ma che funzione resta al teatro.

Il grande silenzio: il teatro
E qui arriviamo al punto più delicato. Si parla di musica. Di lirica. Di orchestre. Di conservatori. Di grandi nomi. Tutto giusto. Tutto necessario. E sia chiaro: anche la musica e la lirica producono cultura, lavoro e valore. Ma qui il punto è un altro: in un teatro, il teatro non può essere marginale. Ma il teatro? Quello vero. Quello che si scrive, si prova, si produce, si replica. Quello che dà lavoro continuo ad attori, registi, tecnici, drammaturghi. Quello che, dati alla mano, rappresenta uno dei settori più produttivi dello spettacolo dal vivo. Quello che genera una filiera: formazione, creazione, lavoro, continuità. Scompare. Non è una dimenticanza. È una rimozione. E quando in un discorso sul futuro di un teatro il teatro non è centrale, qualcosa non torna. C’è una differenza sostanziale tra programmare spettacoli e produrli. La programmazione porta eventi. La produzione crea lavoro, identità e continuità. Ed è esattamente qui che si gioca la partita.

Teatro di tradizione: una parola che pesa
Si propone di trasformare lo Stabile in “teatro di tradizione”. Bene. Parliamone seriamente. Il teatro di tradizione, in Italia, è una categoria precisa. È legata principalmente alla lirica. E soprattutto: non è un modello economicamente autosufficiente. Non è una critica alla lirica, ma una constatazione: è un modello che vive grazie al sostegno pubblico, non alla sostenibilità autonoma. I dati sono chiari, anche nei bilanci pubblici degli enti lirici: • la maggior parte dei teatri lirici vive grazie a finanziamenti pubblici • i ricavi da biglietteria non coprono i costi • molti enti hanno attraversato crisi e piani di risanamento. Esistono eccellenze, certo. Ma sono eccezioni, non la regola. Allora la domanda è semplice: è questo il modello che vogliamo? Oppure stiamo evocando una parola che suona bene senza affrontarne le conseguenze?

Il marchio senza contenuto
“Serve un marchio.” Ancora una volta: giusto. Ma un marchio senza produzione è solo una scritta. Una targhetta elegante su una porta chiusa. Si parla di rete, di fondi, di sistema. Ma senza produzione culturale stabile, tutto questo resta teoria. Il rischio reale è uno: un teatro che funziona a eventi, ma non produce nulla durante l’anno. Un teatro vive se produce. Il resto è contorno.

Una cosa che dico da 15 anni
Qui permettetemi una nota personale. Da oltre quindici anni sostengo una cosa molto semplice: il Teatro Francesco Stabile deve diventare un centro di produzione multidisciplinare, attraverso un organismo unico pubblico-privato. Non come posizione personale, ma come proposta pubblica, più volte espressa nel tempo. Non oggi. Non perché è di moda. Non perché conviene dirlo. E colpisce vedere che oggi si parla di fondazioni, di reti, di sistema… senza mai arrivare fino in fondo. Da quindici anni. Perché il punto non è creare una struttura. È decidere cosa deve fare. Gestire o produrre? Perché se la risposta non è “produrre”, allora stiamo solo cambiando forma a un problema che resta identico.

La città pronta… a metà
“La città è pronta.” Probabilmente sì. Ma pronta a cosa? A riempire una sala o a costruire un sistema? A ospitare eventi o a generarli? Perché una città che non produce cultura è una città che dipende. E una città che dipende non cresce: consuma.

Il punto vero: coerenza
Non è una questione personale. Non è una guerra tra visioni. È una questione di coerenza. Non si può dire “il teatro è di tutti” e poi parlare solo di musica e lirica. Non si può invocare il dibattito e poi evitare i nodi centrali. Non si può chiedere di superare le polemiche senza affrontare le contraddizioni.

Scegliere da che parte stare
E allora arriviamo al punto finale. Quello che conta davvero. Qui non si tratta di essere favorevoli o contrari a un trasferimento. Non si tratta di difendere una posizione per principio. Si tratta di scegliere che idea di teatro vogliamo. Un teatro che ospita. O un teatro che produce. Un teatro che si adatta. O un teatro che guida. Un teatro che diventa tutto. O un teatro che resta ciò che è. Perché una cosa è certa. Se continuiamo a parlare di tutto, uffici, marchi, fondazioni, lirica, sistema, e continuiamo a non parlare del teatro come produzione centrale, non stiamo evitando il problema. Lo stiamo scegliendo. E prima o poi, quel vuoto si vedrà. Sul palco. Dietro le quinte. Nella città. E a quel punto non serviranno più riflessioni. Non serviranno più dichiarazioni. Perché la risposta sarà già sotto gli occhi di tutti: un teatro che non produce teatro non è un teatro aperto. È un teatro spento. E un teatro spento non fa rumore. Ma lascia un vuoto che, prima o poi, qualcuno dovrà spiegare. E quel vuoto, quando arriva, non è mai improvviso. È sempre il risultato di scelte precise.

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