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08.04.2026 - 19:06
Negli anni del dopoguerra, in Italia, economia e finanza erano certamente determinanti, ma la politica restava autonoma e distinta. Aveva una funzione di guida, non di rincorsa. L’impresa, spesso organizzata attorno alla famiglia dell’imprenditore, non era soltanto profitto: era anche responsabilità, radicamento, funzione sociale. Oggi questo equilibrio appare rovesciato. Tutto è diventato “opportunità”, ma nel senso più riduttivo del termine: opportunismo. La politica mostra evidenti limiti di conoscenza, competenza, visione e capacità. Non governa i processi, li insegue. Non interpreta il futuro, si adatta al presente. E così finisce per perdere la propria autonomia, diventando permeabile a logiche che non controlla. La politica e i suoi leader dovrebbero essere di esempio nei comportamenti, nello stile, nella sobrietà, ed infondere fiducia, fermezza e tenacia, rappresentando un baluardo in mezzo a un mercato sempre più selvaggio. Resta una società che orienta i propri rappresentanti attraverso i sondaggi, più che attraverso una reale partecipazione. Una società frammentata, che guarda al proprio orticello e si muove spesso per reazione, più che per convinzione. In questo contesto, gli interessi finanziari trovano spazio e incidono. Non necessariamente perché creino le crisi, ma perché sono in grado di amplificarle e di trarne vantaggio. Abbiamo forse evitato una fase di grave destabilizzazione, alimentata anche da dinamiche finanziarie che hanno amplificato tensioni già esistenti. Ma la sensazione è che si sia intervenuti sugli effetti, più che sulle cause. Il punto è che non basta più difendere il proprio orticello o contrapporsi all’avversario per mere ragioni di consenso. In assenza di una visione più ampia, di una politica capace di recuperare autonomia e di una società più consapevole del proprio ruolo, il sistema resta esposto a nuove tensioni. Non è un esito inevitabile. Ma è un rischio concreto, che cresce ogni volta che viene semplicemente rinviato.
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