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08.04.2026 - 18:11
Nel lungo post pubblicato dopo la decisione del Consiglio di Stato, Donatella Merra (FdI) sceglie una linea precisa: spiegare e rivendicare. Il ricorso è stato respinto e questo significa una sola cosa: Alessandro Galella (FdI) resta in Consiglio regionale della Basilicata. Fine della partita, almeno sul piano giuridico. Eppure, nel messaggio dell’ex assessora non c’è traccia di un augurio diretto al collega di partito, solo un generico saluto “a chi continuerà a sedere in Consiglio regionale”. Freddo, distante, quasi burocratico. Al centro del ragionamento di Merra c’è invece la contestazione del voto non riconosciuto: quella scheda melfitana che, secondo la sua linea difensiva (e il parere di alcuni esperti), esprimeva una volontà chiara dell’elettore. Una lettura che però non ha convinto i giudici amministrativi. E così si resta al paradosso: stesso numero di voti, ma seggio deciso dall’ordine alfabetico. Una regola che Merra trasforma in terreno politico, evocando il tema della rappresentanza femminile e criticando, nemmeno troppo velatamente, chi si occupa di pari opportunità “tra convegni e iniziative che producono poco”. Il passaggio è tutt’altro che neutro. Perché se da un lato dice che la riforma della legge elettorale “non è una priorità”, dall’altro la utilizza per sottolineare una stortura del sistema. Un doppio binario che suona più come una stoccata che come una proposta. Poi il tono cambia. Arriva la citazione di Giulio Andreotti, evocato per parlare di potere che “dà alla testa”, e subito dopo il riferimento a una frattura tra cittadini e classe politica. Un passaggio che amplia il campo, portando una vicenda locale dentro una narrazione più estesa – crisi della rappresentanza, distanza dalla realtà, fase “maledettamente complicata”. Ma il rischio è quello di diluire una sconfitta concreta dentro categorie troppo grandi. Non manca, naturalmente e come giusto che sia, la rivendicazione personale: i 4060 voti, la scelta di non richiedere il vitalizio, il lavoro amministrativo “sotto gli occhi di tutti”. E soprattutto il messaggio politico: io non mi fermo. Un classico della comunicazione con lo sguardo già rivolto al dopo. Resta però un elemento che pesa più di altri. In un passaggio così delicato – interno allo stesso partito, deciso con gli avvocati al seguito e sul filo di una norma – sarebbe bastata una riga, una sola, per riconoscere apertamente il risultato e il collega. Ma sullo sfondo resta anche un altro elemento, più strettamente politico. La gestione interna della vicenda lascia strascichi evidenti dentro Fratelli d'Italia, che sul piano dell’immagine esce inevitabilmente indebolito. Uno scontro consumato fino all’ultimo grado di giudizio, senza una sintesi politica, finisce per esporre il partito più di quanto lo rafforzi.
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