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Intervista

Referendum giustizia, Salvatore Borsellino accusa: «Costituzione violata, è un’operazione di potere»

«Testo blindato, Parlamento messo da parte, pm sotto la politica». Il fronte del No alza il tiro verso il voto del 22 e 23 marzo

Referendum giustizia, Salvatore Borsellino accusa: «Costituzione violata, è un’operazione di potere»

I prossimi 22 e 23 marzo saremo chiamati ad esprimerci sul referendum costituzionale, una consultazione che potrebbe incidere in modo significativo e duraturo sull’assetto istituzionale del Paese. In un contesto in cui le ragioni del Sì trovano ampio sostegno nella maggioranza politica, in nome del pluralismo, ho deciso di ascoltare anche il punto di vista opposto, intervistando un sostenitore del No: l’ingegner Salvatore Borsellino. Quando la storia personale si intreccia con quella del Paese diventandone parte integrante, non servono ulteriori presentazioni. 

Partiamo dal quesito referendario. La domanda a cui saremo chiamati a rispondere il 22 e 23 marzo in occasione del referendum costituzionale sulla giustizia recita: «Approvate il testo della legge di revisione degli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025 con il titolo Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?». Rispondendo Sì, viene confermato l’intervento costituzionale, rispondendo No viene respinto. Lei è apertamente schierato per il No, ci condivide le motivazioni?

«Le motivazioni sono tante e mi riservo di rispondere dettagliatamente con riferimento ai punti che vengono propagandati dai sostenitori del Sì. Ce n’è però una fondamentale e che basterebbe da sola a decidere quale sarà il mio voto, che sarà un deciso No, a questa cosiddetta riforma costituzionale: qui non si tratta di una riforma costituzionale. Per attuare una riforma di questo tipo, una riforma che riguarda il testo fondamentale dei principi della nostra democrazia, un testo che è nato dal confronto di 75 padri costituenti appartenenti a tutti gli orientamenti politici e che ha richiesto mesi e mesi di discussioni e confronti, protraendosi dal 25 giugno 1946 al 31 dicembre 1947, devono essere seguiti ben altri criteri. Non può essere imposta attraverso un vero e proprio golpe, esautorando il Parlamento dalle sue funzioni ed impedendo, nelle richieste quattro letture in entrambi i rami dello stesso, ogni discussione ed ogni emendamento, non soltanto da parte dell’opposizione ma anche da parte della maggioranza. È inconcepibile che una riforma costituzionale nasca attraverso un testo blindato, elaborato dal governo e sottratto ad ogni forma di confronto e di discussione. E una riforma del genere dovrebbe modificare ben sette articoli della nostra Costituzione? Questa riforma viene presentata dai sostenitori del sì come riforma per la “separazione delle carriere” ma le carriere sono già state separate dalla riforma Cartabia e senza bisogno di alcuna modifica costituzionale. Oggi una percentuale minima di magistrati, meno dell’1 per cento, passa da una funzione all’altra a causa delle restrizioni introdotte per questi passaggi che sono possibili solo entro i primi dieci anni e con la necessità di cambiare regione. Quindi non c’è alcun bisogno di scempiare il testo della nostra Costituzione per ottenere questo scopo. Bisogna poi tenere presente che questa riforma non è fatta nell’interesse del cittadino, non tende a migliorare l’efficienza della Giustizia, non velocizza affatto i processi e lo dice lo stesso ministro Nordio in una delle sue esternazioni in cui incautamente rivela i veri scopi di questa riforma. Riporto testualmente: “Questa riforma non influisce sull’efficienza della Giustizia…mai nessuno ha preteso che influisse sull’efficienza della Giustizia” e l’On. Giulia Bongiorno aveva in precedenza affermato : “Scusate, chi ha mai detto che questa riforma debba incidere sui tempi della Giustizia?.... Un ignorante può pensare una cosa del Genere.” E allora ci dica loro cosa dobbiamo pensare, a quale scopo si vogliono modificare ben sette articoli della nostra Costituzione?».

Una domanda ricorrente che le viene fatta è: suo fratello avrebbe votato No?
«Io non posso sapere come avrebbe votato mio fratello, lo hanno ucciso anche perché non potesse più parlare e bisognerebbe smetterla di tirare in ballo due martiri, Falcone e Borsellino, per sostenere le proprie ragioni. È una operazione indegna. Le loro parole, che tirano in ballo a sproposito, si riferivano ad un contesto completamente diverso dall’attuale. Quello che so è che Giovanni Falcone parlava, essendo in atto, allora, la riforma del Codice penale, di separazione delle funzioni, non delle carriere, e lui stesso era più volte passato dalla magistratura inquirente a quella giudicante. Quello che so è che mio fratello, in parecchi suoi scritti, si era chiaramente espresso a difesa dell’indipendenza della magistratura e basta citarne uno, datato Marsala, 11 dicembre 1987, “Il ruolo del pm nel nuovo codice”, in cui si riferisce alle “…. ricorrenti tentazioni del potere politico, quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i magistrati del pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche attraverso il primo passo della separazione delle carriere ….”. Io non so come avrebbe votato mio fratello ma, leggendo queste parole, posso facilmente immaginarlo. Quello che so è che mio fratello, su questa Costituzione, aveva prestato il suo giuramento e per mantenere fede a questo giuramento ha sacrificato la sua vita e questo mi basta per dire che questa Costituzione va difesa ad ogni costo. Per questo voterò No e questo voto sosterrò con tutte le mie forze».

Le riepilogo le ragioni del Sì e le chiedo la cortesia di argomentare perché, secondo lei, ai vari punti bisognerebbe invece rispondere No. L’approvazione della riforma costituzionale (o riforma Nordio dal nome del ministro della giustizia) porterebbe a: una distinzione netta tra le carriere di giudici e pubblici ministeri che rafforzerebbe l’imparzialità del giudice e renderebbe più chiara la distinzione tra chi accusa (pubblici ministeri) e chi giudica (giudici). Questa distinzione garantirebbe maggiore equilibrio.

«Ripeto che le carriere di giudici e pubblici ministeri sono già separate di fatto e non c’è nessuna ragione per andare a toccare la nostra Costituzione per ottenere questo obiettivo. Non vedo poi come questa separazione, già peraltro di fatto esistente, dovrebbe rafforzare l’imparzialità del giudice. La verità è che questa riforma farebbe diventare il PM un avvocato dell’accusa piuttosto che obbligarlo, come avviene oggi, a cercare non solo le prove a carico dell’imputato ma anche quelle a suo favore, per portare obbligatoriamente al giudice non solo gli elementi a carico ma anche quelli a discarico del suo indagato, in modo da arrivare alla Verità “oltre ogni ragionevole dubbio”. Dalle esternazioni dello stesso ministro Nordio e del ministro Tajani si evincono invece quali sono i veri scopi di questa riforma: mettere i pm sotto il controllo della politica e addirittura togliere loro il controllo della polizia giudiziaria. Che il pm diventi un avvocato dell’accusa e non un ricercatore della Verità non è certamente qualcosa che possa giovare ai i cittadini, che il pm finisca sotto il controllo della politica è qualcosa che può giovare al potere, ai potenti, non ai semplici cittadini. Se dovesse passare questa pretesa “riforma”, forse sarà il caso di togliere la scritta che compare in tutte le aule di giustizia “La legge è uguale per tutti"  e sostituirla con una più appropriata, “La legge è uguale per tutti, tranne per i politici”».

La creazione di due Csm distinti, un Csm per i giudici ed un Csm per i pubblici ministeri. La scelta dei membri (i cosiddetti “togati”) sarebbe in parte affidata a un sorteggio casuale tra i magistrati iscritti a ruoli specifici anziché alla tradizionale elezione interna. Oggi esiste un solo Csm (Consiglio superiore della magistratura) che ricordiamo essere l’organo che governa l’autonomia e la disciplina dei magistrati. 

«Qui sta uno dei difetti più grandi di questa riforma prima di tutto perché il sorteggio non eliminerebbe affatto le correnti, che peraltro non esistono soltanto tra i magistrati e nel Csm, ma anche nella politica e nel Parlamento. Se un magistrato segue o appartiene ad una corrente continuerà a seguirla o ad appartenervi anche se sorteggiato; il sorteggio farà sì soltanto che il peso delle correnti all’interno del Csm diventi casuale piuttosto che legato al peso effettivo delle stesse “correnti” all’interno della Magistratura. ll sorteggio poi costituisce una vera e propria umiliazione per i magistrati che non potranno più scegliere in autonomia, come è naturale in tutti gli ordini professionali (avvocati, ingegneri, industriali etc.) i propri rappresentanti ma dovranno invece affidarsi ad una “lotteria” che porterà al Csm magari elementi inesperti, perché appena inseriti nella professione o non dotati delle capacità necessarie per svolgere quel particolare compito. Questo mentre invece per i componenti “non togati” dello stesso Csm, i politici, non ci sarà un sorteggio secco, una “lotteria” come per magistrati, ma un sorteggio all’interno di una lista preparata e votata dalla politica, sarà quindi soltanto un “finto sorteggio».

L’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare con competenze specifiche per i giudici, spostando così le funzioni svolte oggi dal CSM unico. Questo renderebbe più chiaro e trasparente il sistema delle sanzioni verso i magistrati. 

«L’istituzione di questa Alta Corte che si configura come un vero e proprio Tribunale Speciale, espressamente vietato dalla Costituzione e di cui si sa ancora poco perché la sua istituzione viene delegata ad una legge ordinaria, sottrarrà i magistrati soggetti a sanzioni al loro giudice naturale che è il Csm, organo che ha sempre esercitato correttamente questa funzione, come si può vedere con riferimento al “caso Palamara”, nel quale i magistrati implicati sono stati radiati dalla magistratura mentre lo stesso non è avvenuto per i politici coinvolti. In caso di ricorso contro la sentenza, il giudizio finale, oggi, spetta alla corte di Cassazione che per tutti i cittadini è il giudice naturale per la sentenza definitiva. Invece in caso di ricorso contro una sentenza comminata da questa Alta Corte, da questo tribunale speciale, il procedimento di appello si svolgerà sempre davanti alla stessa Alta Corte, seppure in diversa composizione. E’ evidente come questo sia un attacco alle prerogative del Presidente della Repubblica che del Csm è il presidente perché la presidenza dell’Alta Corte verrà affidata ad un politico, attraverso procedure neanche al momento conosciute perché verranno delegate ad una legge ordinaria… tanto per parlare di trasparenza».

In un recente collegamento con il teatro “Carlo Felice” di Genova, lei definiva questa riforma “un attentato ai principi costituzionali e all’equilibrio tra poteri” ed esortava i ragazzi a ribellarsi per non permettere che il Paese diventi “un regime mascherato da democrazia”. Ritiene che la riforma della legge elettorale sia un ulteriore campanello d’allarme? 

«È innegabile che questa riforma costituisca un attacco ai principi fondamentali della nostra Costituzione che sono l’equilibrio e l’indipendenza dei poteri. Dopo avere esautorato il Parlamento dall’esercizio del potere legislativo attraverso l’emanazione di decreti legge al posto di leggi discusse in Parlamento e il continuo ricorso a votazioni di fiducia, con questa riforma si mira ad esautorare il potere giudiziario che è oggetto di continui attacchi e a metterlo sotto il controllo della politica. Il prossimo passo, se dovesse passare questa pretesa riforma della Giustizia, sarebbe il premierato anche questo uno dei punti del Manifesto di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli, un programma di sovversione dell’ordine democratico che è stato purtroppo attuato in quasi tutti i suoi punti. È per questo che sarebbe più appropriato dare a questa riforma il nome Gelli piuttosto che Nordio. Lo stesso Nordio, in una delle sue esternazioni, è giunto ad affermare, cito le sue testuali parole : “Io non conosco il piano della P2, ma se  l’interpretazione, o meglio l’opinione del signor Gelli, era giusta, non vedo perché non si debba seguire solo perché lo ha detto lui”. Il “signor” Gelli, come lo chiama è quello che ha finanziato la preparazione della strage di Bologna, con buona pace delle 81 vittime della strage e delle centinaia di feriti che ne porteranno per sempre addosso le cicatrici e i terribili ricordi».

Nel salutarla, non posso non farle una domanda di stretta attualità: cosa pensa delle recenti esternazioni di Giuseppa Lara Bartolozzi, capo di Gabinetto del ministro Nordio, che ha definito la magistratura un “plotone di esecuzione” e delle parole del magistrato Nicola Gratteri ?

«Avrei preferito non dover mai ascoltare parole così indegne ed aberranti pronunziate da una persona che pure ha vestito, ma forse se ne è dimenticata, la stessa toga di mio fratello. A finire sotto i “plotoni di esecuzione”, se mai dovesse passare questa sciagurata riforma, sarebbero i pm che non si adeguassero alle direttive del governo. Sono stati invece 27 i magistrati che hanno perso la vita sotto il fuoco di altri plotoni di esecuzione, quelli reali, spesso manovrati da pezzi deviati di quello stesso stato sulla cui Costituzione, che oggi si vuole alterare nella lettera e nello spirito, avevano prestato giuramento. In quanto al procuratore Gratteri, magistrato fortemente a rischio, da anni, di finire la sua vita come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, non posso che approvare le sue parole. Massoni e criminali non possono che sperare che passi questa riforma che metterebbe i pm sotto il controllo della politica, una politica che con l’antistato è arrivata ad intavolare una trattativa e che è arrivata a dichiarare, per bocca di un ministro, che con la mafia si può convivere. Quello però che non ha detto è che per poterci convivere, la magistratura deve essere messa sotto il controllo della politica».

Quali saranno i suoi prossimi impegni? 

«I miei impegni principali saranno, come sempre, gli incontri con i giovani nelle scuole perché non si perda la memoria, non si stenda un velo di oblio, come il sistema di potere che ci governa sta tentando di fare, sulle stragi che hanno insanguinato il nostro paese e sul filo nero che le collega, da Portella da Ginestra, il primo maggio del 1947, alle stragi di Via dei Georgofili, a Firenze e di Via Palestro, a Milano, nel maggio e nel luglio del 1993.
Il mio impegno principale però, fino al 23 marzo, sarà quello di sostenere, con tutte le mie forze, le ragioni del No a questo attacco allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione».

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