IL MATTINO
48 anni dal sequestro Moro
16.03.2026 - 20:19
Sono passati quarantotto anni da quel 16 marzo 1978. Per la memoria collettiva italiana, il tempo sembra essersi cristallizzato nel fragore degli spari in via Fani e nel silenzio assordante che seguì, interrotto solo dal ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani il 9 maggio successivo. Non si tratta solo dell’apice del terrorismo brigatista, ma dello spartiacque in cui le ambiguità della Prima Repubblica vennero brutalmente a galla. Per comprendere la portata di questo trauma, bisogna guardare oltre la cronaca e analizzare le radici storiche di un Paese che, in quei 55 giorni, ha visto sospesa la propria democrazia. Il sequestro Moro fu un evento di rottura sistemica, un colpo inferto al cuore di una strategia politica — il "Compromesso Storico" — che cercava di traghettare l’Italia verso un assetto bipartitico maturo, inglobando il PCI nell’area di governo.
Il contesto internazionale: un'Italia sotto pressione
Non si può leggere il 1978 senza considerare il peso opprimente della Guerra Fredda. L'Italia era un campo di battaglia strategico: le superpotenze guardavano al nostro Paese con estrema preoccupazione. Per Washington, l'ingresso dei comunisti al governo, pur mediato da Moro, rappresentava un rischio inaccettabile per l'equilibrio della NATO; per Mosca, il percorso autonomo del PCI di Berlinguer era una minaccia dogmatica altrettanto destabilizzante. In questo scenario, le dinamiche interne del sequestro si intrecciarono inevitabilmente con pressioni internazionali che vedevano nella neutralizzazione di Moro il modo per mantenere l'Italia saldamente ancorata al blocco occidentale, impedendo qualsiasi "terza via" che potesse alterare lo status quo del Mediterraneo.
Il corto circuito etico e i misteri irrisolti
La tragedia solleva ancora oggi interrogativi severi. La decisione della "linea della fermezza", il rifiuto di trattare, rimane una ferita aperta. Fu vera difesa della democrazia o la scelta di sacrificare un uomo per evitare che le rivelazioni di Moro, o le pressioni estorte dai brigatisti, potessero scoperchiare equilibri di potere consolidati e indicibili segreti? La gestione di quei giorni fu segnata da un corto circuito etico: da una parte lo Stato che doveva affermare la propria autorità, dall'altra l'evidenza di un apparato di intelligence incapace, o forse non intenzionato, a individuare il covo principale. Da via Fani in poi, l'Italia è sprofondata in una stagione di "non detto". I misteri sui tentativi di mediazione, il ruolo del SISMI, le presunte interferenze straniere e il mancato ritrovamento del memoriale integrale sono tasselli di un mosaico che suggerisce un Paese in cui la verità è stata costantemente oscurata per ragioni di Stato. Il sequestro non ha solo decapitato la classe dirigente dell'epoca; ha segnato il tramonto definitivo della "politica come mediazione alta". Dopo Moro, la politica italiana ha imboccato una deriva più pragmatica, perdendo quella tensione ideale che aveva guidato la ricostruzione post-bellica. A quarantotto anni di distanza, non siamo davanti a un semplice anniversario, ma a un monito persistente. La storia continua a ripercuotersi nel nostro presente ogni volta che la politica rinuncia a comprendere le radici profonde delle proprie crisi per limitarsi alla gestione emergenziale. La domanda che resta, severa e ineludibile, è se lo Stato sia mai davvero riuscito a fare i conti con le proprie zone d'ombra, o se queste continuino a influenzare, in modo carsico, la nostra vita democratica.
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