IL MATTINO
Analisi
17.03.2026 - 11:46
Ci sono storie che non colpiscono soltanto per la gravità dei reati che raccontano, ma per la frattura simbolica che aprono nell’idea stessa di famiglia. Non è tanto la dimensione criminale, pur enorme, a rendere inquietante una vicenda come questa. È piuttosto il luogo in cui si sviluppa: la quotidianità domestica, lo spazio che nella cultura occidentale continua a essere pensato come rifugio, protezione, zona franca dal pericolo. La cronaca giudiziaria restituisce un copione ormai riconoscibile: una coppia di adulti apparentemente integrati nella vita ordinaria, un rapporto sentimentale che si consolida attorno a pulsioni condivise, l’uso di dispositivi digitali come strumento di registrazione e scambio. Ma ciò che rende questa vicenda particolarmente perturbante è la dissoluzione di uno dei tabù più profondi dell’organizzazione sociale: quello che separa radicalmente il mondo degli adulti da quello dei bambini. La famiglia, da sempre, è il primo presidio di quella separazione. È il luogo in cui l’infanzia viene protetta, custodita, tenuta al riparo dalla sessualità adulta e dalle sue logiche. Quando proprio la famiglia diventa il teatro dell’infrazione, il danno non è solo individuale ma simbolico: viene meno l’architettura di fiducia che regge i rapporti tra generazioni. In questo caso la dinamica appare ancora più destabilizzante perché l’abuso non nasce da un’aggressione improvvisa o da una figura esterna alla cerchia familiare. Al contrario, si sviluppa dentro una relazione di coppia che sembra trasformare la trasgressione in complicità. È un meccanismo noto alla criminologia: la devianza che si rafforza nella reciprocità, che trova legittimazione nello sguardo dell’altro. Non più l’atto isolato di un singolo, ma una piccola comunità morale parallela in cui ciò che altrove è proibito diventa pratica condivisa, mentre la tecnologia gioca un ruolo decisivo. Smartphone e computer non sono soltanto strumenti tecnici, ma veri e propri catalizzatori simbolici. Consentono di trasformare il gesto in immagine, l’immagine in oggetto di scambio, lo scambio in una forma di ritualità privata. L’abuso non si esaurisce nel momento in cui avviene: viene registrato, archiviato, commentato, rievocato. Il digitale costruisce una seconda scena, invisibile, dove la trasgressione si consolida e si normalizza. Ma forse l’aspetto più rivelatore riguarda la gradualità con cui tutto questo accade. Non c’è, nelle ricostruzioni investigative, l’idea di un salto improvviso nel crimine. Piuttosto emerge un processo di progressiva desensibilizzazione: gesti che diventano immagini, immagini che diventano gioco, giochi che si spingono sempre più oltre. È la dinamica tipica di molte forme di abuso: lo spostamento continuo della soglia di ciò che viene percepito come accettabile. Dentro questo quadro, il ruolo della giovane che ha raccontato ciò che aveva visto assume un valore che va oltre la singola vicenda. In un contesto in cui il potere degli adulti è totale — affettivo, economico, simbolico — la parola di un minore è spesso l’unico elemento capace di interrompere il circuito. Non è un passaggio semplice: significa rompere un equilibrio familiare, mettere in discussione figure di riferimento, accettare il rischio di non essere creduti. Il fatto che questa parola sia arrivata al padre e poi alle autorità mostra quanto la protezione dei minori dipenda ancora, in larga misura, da queste fragili catene di fiducia: qualcuno che parla, qualcuno che ascolta, qualcuno che decide di agire. Le indagini e il processo stabiliranno le responsabilità individuali. Ma la domanda che resta, inevitabilmente, riguarda la dimensione collettiva: come sia possibile che certe derive si sviluppino dentro contesti sociali che, all’apparenza, non mostrano alcun segno di marginalità o disgregazione. È un interrogativo scomodo perché incrina una convinzione rassicurante: che il male abbia sempre un volto riconoscibile. In realtà, la lezione più difficile della cronaca contemporanea è che spesso non è così. L’abuso non arriva necessariamente da fuori. A volte cresce nel luogo che dovrebbe impedirlo: l’intimità familiare, dove la fiducia è così forte da rendere quasi invisibile la sua violazione, perché siamo talmente distratti da noi stessi da non riconoscere alcun disagio, soprattutto se entrano in gioco dei minori.
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