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Ricorrenze

L' 8 marzo tra equilibrismo esistenziale e gestione del potere: la difficile quadratura del cerchio della vita femminile

L' 8 marzo tra equilibrismo esistenziale  e  gestione del potere: la difficile quadratura del cerchio  della vita femminile

L' 8 marzo si è trasformato, con il passare dei decenni, in una sorta di esercizio di equilibrismo pubblico. Da una parte la liturgia delle celebrazioni, le cerimonie ufficiali, le mimose consegnate nei luoghi di lavoro, dall'altra una realtà che, osservata con onestà intellettuale, mostra ancora crepe profonde. Emerge chiaro come questa giornata rischi di diventare una scatola vuota se privata del suo portato politico e sociale.  La retorica del "gentile omaggio" è spesso un velo che copre un'assenza di sostanza: si celebra la donna, ma si fatica a misurare il peso di un gap salariale che non è solo una cifra, ma il riflesso di un sistema che assegna ancora al genere il peso principale del lavoro di cura, rendendolo invisibile ed esente da retribuzione.

La narrazione odierna è vittima di una bizzarra distorsione: ci si concentra sull'empowerment individuale,  la donna in carriera, la manager, l'astronauta, dimenticando spesso le radici storiche di una condizione che rimane, per una fetta della popolazione, ancora legata a una precarietà materiale e simbolica. La vera sfida non è celebrare l'eccezione che rompe il tetto di cristallo,  ma analizzare le ragioni per cui il soffitto è ancora lì, solido e opaco.  

Forse il modo più acuto per onorare questa ricorrenza non è il consueto catalogo di conquiste, ma un'analisi etica severa. È il momento di chiederci quanto, in un anno, sia effettivamente cambiato nella sostanza delle politiche sociali e quanto invece sia rimasto immutato sotto la coltre di una parità di facciata. 

Senza questa introspezione, l'8 marzo corre il rischio di diventare l'ennesimo capitolo di una narrazione confortevole, rassicurante e, in definitiva,  profondamente sterile.

Perché la liturgia dell'8 marzo sembra ignorare costantemente l'elefante nella stanza: la profonda, radicata asimmetria tra la retorica della parità e la realtà materiale del mercato del lavoro. Se ci liberiamo per un momento dalla narrazione edulcorata che accompagna questa giornata, ciò che resta è una struttura occupazionale che, di fatto,  continua a penalizzare la scelta della maternità  come se fosse un'anomalia statistica, anziché una componente essenziale del corpo sociale. 

L'analisi economica degli ultimi anni, pur tra incentivi fiscali e sgravi contributivi, rivela un fallimento strutturale. Il cosiddetto Motherhood Penalty non è un'invenzione sociologica,  ma una misura tangibile: la maternità agisce come una variabile indipendente che riduce drasticamente le probabilità di accesso alle posizioni al vertice.

Il punto nodale, che spesso sfugge alla politica,  è che le attuali misure di conciliazione vita-lavoro si limitano a "tamponare" l'assenza, senza mai mettere in discussione la centralità del modello maschile, inteso come disponibilità totale e lineare,  che rimane il paradigma dominante. Finché il congedo di paternità sarà un orpello facoltativo, il carico di cura continuerà a essere delegato implicitamente al genere femminile. Di conseguenza,  la donna diventa, per il mercato,  un "rischio" occupazionale da gestire o, peggio, da scoraggiare.

Le statistiche sull'occupazione femminile ci offrono spesso una visione distorta. È confortante vedere il tasso di occupazione che cresce, ma è un dato parziale se non incrociato con la la qualità del tempo salariale.  Spesso, la crescita dell'occupazione è trainata dal part-time involontario,  una forma di "precariato soft" che solleva lo Stato dal dovere potenziare i servizi all'infanzia. 

La vera riflessione etica, dunque, non riguarda quanto lavoriamo,  ma a quale prezzo. L'8 marzo dovrebbe essere l'occasione per iniziare a denunciare un'impalcatura che impone una scelta binaria tra vita privata e carriera. Finché non si interverrà sulla radicale redistribuzione del tempo di cura e sulla responsabilità condivisa,  ogni discorso sulla parità rimarrà un esercizio di stile,  una riflessione che non osa scalfire la superficie delle radici sociali. 

Se analizziamo le politiche di conciliazione vita-lavoro degli ultimi anni, emerge una contraddizione di fondo. Mentre il discorso pubblico si è arricchito di termini  come "parità di genere" e sostegno alla "genitorialità", la struttura del mercato del lavoro continua a trattare la maternità come una variabile di costo che grava quasi esclusivamente sulle aziende o, in misura più drammatica, sulla carriera della donna. 

Gli sgravi fiscali per l'assunzione di donne funzionano finché l'occupazione è un numero su un foglio Excel, ma falliscono nel momento in cui la  donna deve negoziare una posizione di leadership o promozione dopo il rientro.

La domanda che una riflessione acuta deve porsi non è "quante donne lavorano", ma a che prezzo. La politica degli incentivi è un cerotto su una ferita che richiede un intervento di chirurgia strutturale, che passi per una radicale revisione dei tempi del lavoro e, soprattutto, dei tempi della vita.

Nota a piè di pagina 

Hillary Clinton quando il potere non salva la vita alla donne: l'altra faccia della medaglia. 

Hillary Clinton è stata per decenni uno dei volti più esposti e polarizzatoi della politica americana.  First Lady,  senatrice,  segretaria di Stato, candidata alla Casa Bianca. Ogni fase della sua carriera è  stata accompagnata da un'attenzione mediatica capillare e da un'opposizione feroce. È tornata alla ribalta con Epstein e fa riflettere. Innanzitutto su come il potere vero non abbia sesso,  al di là di tutte le nostre battaglie quotidiane, e su come le donne poi siano ancora poco attrezzate a frequentarlo, per quanto possa sembrare assurdo. C'è un ricordo romano che, pur non avendo nulla a che vedere con dossier giudiziari e aerei privati, racconta qualcosa di più sottile, e che spiega anche l'espressione di stupore mista a paura delle foto di Hillary Clinton di questi giorni.  In via dei Condotti, davanti la boutique di Salvatore Ferragamo, durante una visita di Stato, l'auto blindata di Hillary Clinton rimase chiusa. Lei non scese per timore di un attentato.  Eppure, a guardare la scena, ero lì , c'erano solo curiosi, passanti, cellulari sollevati, nessuna ostilità. Attraversai quella piccola folla senza fatica. La mia impressione, in relazione alla sua scelta di non scendere dall'auto, fu di totale distanza dalla realtà e di una solitudine fisica, costruita da filtri, protocolli, vite blindate. Un fatto questo comune a tutti quelli che come lei vivono solo di potere. E insieme il dubbio, legittimo, umano, su quanto possa conoscere la vita reale chi la osserva quasi sempre dietro un vetro antiproiettile.  Non è un'accusa, né una prova. È una sensazione. Ma anche le sensazioni, nell'epoca della sfiducia,  contribuiscono a disegnare il ritratto di una figura pubblica. E talvolta pesano quanto i fatti, e fanno pensare su come sia davvero difficile credere che la vita delle donne possa cambiare per un pugno di mimose, se una donna di potere è prigioniera del potere stesso, senza che lo abbia  minimamente scalfito, con il suo operato, per migliorare davvero la sua di vita e quella di tutte le altre donne . 

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