IL MATTINO
Analisi
06.03.2026 - 17:27
L’attacco all’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele, almeno rispetto all’iniziativa voluta da Trump, rappresenta un errore di valutazione strategica.
Gli errori di valutazione nella storia sono numerosi. Valutazioni sbagliate hanno spesso prodotto tragedie immani, soprattutto nel secolo scorso. A differenza della Seconda guerra mondiale, voluta e pianificata dalla Germania di Adolf Hitler, che non fu il risultato di un errore ma di un progetto ideologico, l’ingresso in guerra dell’Italia guidata da Benito Mussolini accanto alla Germania fu invece una grave errata valutazione, sia sulla durata del conflitto sia sulle reali potenzialità tedesche.
La Prima guerra mondiale fu anch’essa, tra le altre cause, il risultato di errori di valutazione compiuti dalle classi dirigenti dell’epoca. La rapidità delle comunicazioni, resa possibile dal telegrafo, contribuì ad accelerare decisioni politiche e militari senza adeguata ponderazione, come ha evidenziato lo storico Christopher Clark.
Di battaglie perse per errata valutazione la storia è ricca. La Grande Armée di Napoleone Bonaparte fu sconfitta dal “generale inverno”. Pensare che la conquista di Mosca avrebbe determinato il crollo dell’Impero zarista fu un errore strategico. Un errore che può essere paragonato alla convinzione che la decapitazione del gruppo dirigente iraniano — a partire dalla guida suprema — avrebbe prodotto il rapido collasso del regime teocratico.
Gli errori di valutazione sono quasi sempre determinati da più fattori. In questo caso l’errore potrebbe essere stato alimentato anche dalla percezione di un “successo” replicabile, come nel caso venezuelano. Dopo la cattura di Maduro, l’establishment venezuelano si è rapidamente adattato al nuovo corso, rafforzando l’idea che la pressione politica e strategica possa produrre risultati rapidi.
Questa interpretazione avrebbe potuto rafforzare la convinzione che il metodo fosse efficace. Anche alcune reazioni inizialmente critiche da parte dei presidenti di Colombia e Messico sembrano essersi progressivamente attenuate. Nel caso del Messico, dopo dichiarazioni pubbliche di distanza, sono seguiti atti che hanno segnalato una forma di riallineamento: il blocco di una petroliera diretta a Cuba e l’autorizzazione di operazioni congiunte tra forze di polizia messicane e statunitensi contro i cartelli della droga. Analogamente, il presidente colombiano, dopo l’incontro e gli omaggi pubblici rivolti a Washington, non ha mantenuto un profilo di forte contrapposizione.
Gli Stati latino-americani, tuttavia, non possiedono una identità culturale e storica comparabile a quella dell’Iran, l’antica Persia. Il Venezuela, sin dalla dichiarazione di indipendenza del 1811, è stato prevalentemente governato da regimi autoritari. La democrazia, affermatasi tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, è stata più volte interrotta da colpi di Stato e svolte autoritarie. Un Paese con due secoli di storia politica dominata da élite spesso “americanizzate” non è paragonabile a una società e a una classe dirigente che affondano le proprie radici in una tradizione millenaria.
Va inoltre ricordato che l’antica Persia non è mai stata una colonia. Tanto l’Impero zarista quanto quello britannico si sono fermati lungo i suoi confini. Pur avendo interessi strategici nell’area, hanno preferito negoziare piuttosto che occupare direttamente il territorio: un segnale di prudenza geopolitica e di consapevolezza dei limiti del potere militare.
Appare evidente che alcune scelte sono state lette come influenzate anche da settori dell’establishment legati a forti interessi politici e strategici. In più occasioni ha colpito la presenza di Jared Kushner, genero di Donald Trump, negli scenari più delicati del Medio Oriente. Il suo ruolo non si esaurisce nel legame familiare, ma si inserisce nel rapporto tra mondo imprenditoriale e dinamiche politiche tra Stati Uniti e Israele.
Quando si parla di establishment, è evidente che ci si riferisce solo ad alcune sue componenti. Il disagio presente nella base MAGA, le critiche di alcuni parlamentari e la stessa recente giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti — a maggioranza conservatrice — in materia di dazi, indicano che non tutto il sistema politico sostiene automaticamente la linea della Casa Bianca.
È realistico inoltre prevedere che la durata del conflitto non sarà quella ipotizzata inizialmente. Dopo il primo attacco, l’Iran ha reagito militarmente e non ha accettato alcuna proposta di cessate il fuoco. Questo dato dimostra che le manifestazioni interne dei mesi precedenti non erano sufficienti a determinare il collasso del regime degli ayatollah.
Israele e Stati Uniti cercano ora di fare leva sulla minoranza curda per aprire un fronte interno all’Iran. Consapevoli di non poter inviare truppe di terra, puntano su alleati locali. Anche questa strategia potrebbe rivelarsi errata.
La rivista geopolitica Limes ha pubblicato una cartina che rappresenta alcune ipotesi elaborate negli ambienti neoconservatori americani per una futura sistemazione dell’area. In tale visione l’assetto regionale verrebbe profondamente modificato, con la nascita di uno Stato curdo esteso tra Iran, Iraq, Siria e — elemento particolarmente delicato — Turchia.
Gli stravolgimenti della carta geografica europea, con l’affermazione del principio di nazionalità promosso dal presidente americano Woodrow Wilson, furono il risultato di due guerre mondiali e produssero effetti che si sono protratti fino al crollo dell’URSS e alla dissoluzione della Jugoslavia.
Dopo i tradimenti politici subiti nel Novecento — sia dopo la Prima guerra mondiale sia in fasi più recenti — è difficile immaginare che i curdi possano ancora una volta affidarsi senza riserve alle promesse occidentali. In Siria, la minoranza curda, dopo avere combattuto contro l’ISIS, si trova oggi esposta a nuove pressioni e conflitti interni.
Il popolo curdo, tra i 25 e i 30 milioni di persone divise tra diversi Stati, rappresenta oltre il 10% della popolazione in Turchia. Un progetto di ridefinizione dei confini che coinvolga direttamente questa minoranza rischia di estendere il conflitto ben oltre l’Iran, con effetti potenzialmente incontrollabili sull’intera regione mediorientale.
Se Stati Uniti e Israele pensavano di destabilizzare l’Iran, è possibile che — qualora la guerra dovesse prolungarsi — a essere destabilizzati possano essere gli stessi Stati Uniti e, in particolare, la presidenza di Donald Trump. I segnali in questa direzione non sono pochi.
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