IL MATTINO
Cultura
12.02.2026 - 12:39
Ci sono scrittori che occupano il centro della scena e scrittori che abitano i margini.
I primi li riconosci dal frastuono che li accompagna; i secondi dal silenzio che lasciano quando se ne vanno.
Cees Nooteboom apparteneva a questa seconda specie rara, una presenza laterale, quasi obliqua, e proprio per questo indispensabile.
La sua morte non interrompe una conversazione rumorosa; spegne una luce discreta che, senza che ce ne accorgessimo, teneva insieme molte stanze d’Europa.
Nato all’Aia nel 1933, cresciuto nell’ombra lunga della guerra, il padre ucciso da un bombardamento quando lui era bambino, Nooteboom ha portato per tutta la vita una familiarità precoce con la frattura.
Nei suoi libri non c’è mai un terreno completamente stabile.
Le identità oscillano, le città cambiano nome, le biografie si incrinano.
È come se ogni pagina custodisse la consapevolezza che ciò che chiamiamo “io” è un racconto provvisorio, una costruzione elegante sul bordo del vuoto.
Eppure Nooteboom non è stato uno scrittore cupo. Piuttosto, uno scrittore del tempo.
Del tempo che stratifica le pietre delle cattedrali, che deposita polvere sulle strade della Castiglia, che trasforma un volto in una mappa.
Nei suoi libri il presente non è mai solo presente, è un palinsesto.
Cammini in una piazza spagnola e senti i passi di chi l’ha attraversata secoli prima.
Guardi un quadro e avverti lo sguardo di chi l’ha già guardato.
Il tempo, per Nooteboom, non scorre, si sovrappone.
Forse è per questo che viaggiava tanto. Non come un turista, ma come un rabdomante del senso.
La Spagna è stata il suo secondo paese, la sua geografia sentimentale.
Ne ha scritto con un’attenzione quasi amorosa, senza folclore, senza cartoline.
Nei deserti aragonesi, nelle città assolate dell’Andalusia, nelle strade per Santiago, cercava qualcosa che non aveva nome.
O forse sì.
Cercava la prova che il mondo esiste anche senza di noi, e che proprio per questo vale la pena raccontarlo.
Chi non lo ha mai letto potrebbe pensare a un autore “colto”, distante.
È vero Nooteboom non strizzava l’occhio al lettore.
Non offriva confessioni, non metteva in scena se stesso come personaggio centrale. Ma sotto la superficie limpida della sua prosa scorreva un’inquietudine familiare.
In Rituali, il romanzo che lo ha imposto all’attenzione internazionale, tre uomini tentano di dare forma alla propria esistenza attraverso gesti ripetuti, regole, discipline.
È un libro sull’ordine, ma anche sulla sua fragilità.
Basta un dettaglio fuori posto perché l’architettura crolli.
La sua scrittura aveva qualcosa di geometrico e insieme di musicale.
Frasi nette, quasi cristalline, che però aprivano abissi.
Non c’era compiacimento, non c’era enfasi. Sembrava che Nooteboom avesse imparato l’arte della sottrazione: togliere fino a lasciare soltanto ciò che resiste.
Leggerlo è un’esperienza curiosa, ti sembra di muoverti in una stanza spoglia, e poi ti accorgi che ogni oggetto è stato scelto con una precisione maniacale.
In un’epoca che ha trasformato la letteratura in esposizione permanente dell’io, Nooteboom ha praticato un’altra fedeltà: quella alla distanza. Nei suoi romanzi i personaggi spesso osservano più di quanto agiscano.
Sono testimoni, viaggiatori, intermediari. Cercano qualcuno e finiscono per smarrirsi.
In Il giorno dei morti, un documentarista sulle tracce di un poeta scomparso si inoltra in un labirinto di specchi, dove la ricerca dell’altro diventa perdita di sé.
È un motivo che ritorna: l’identità come enigma, non come certezza.
Eppure, in mezzo a questa instabilità, c’è una forma di quiete.
Nooteboom sapeva fermarsi davanti a una facciata barocca, a un giardino, a una stanza d’albergo fuori stagione, e trasformare quella sosta in rivelazione.
Non c’era bisogno di grandi eventi.
Bastava la luce che cambia nel pomeriggio. Bastava una conversazione interrotta.
Nei suoi libri si respira l’aria delle città quando i turisti se ne sono andati e restano solo i residenti e le ombre.
È stato spesso evocato come possibile Nobel, ha ricevuto premi prestigiosi, è stato tradotto in molte lingue. Ma la sua fama è rimasta proporzionata alla sua natura: solida, non clamorosa.
Era uno scrittore europeo nel senso più pieno e meno retorico del termine.
Non rappresentava una nazione; attraversava confini. Nei suoi saggi e nei suoi reportage letterari, un genere che ha praticato con maestria, l’Europa non era un’idea astratta, ma un tessuto di storie, rovine, biblioteche, memorie incrociate.
La guerra, che lo aveva segnato da bambino, non diventava mai tema gridato.
Era piuttosto un sottofondo, una consapevolezza.
Forse è da lì che nasce la sua diffidenza verso le verità assolute.
Nei suoi libri non ci sono proclami, ma domande.
Non sistemi chiusi, ma percorsi.
Nooteboom sembrava dirci che l’unica forma onesta di appartenenza è il movimento.
La sua morte arriva in un tempo che ama le semplificazioni, le identità compatte, le narrazioni nette.
Nooteboom ha fatto l’opposto: ha complicato, ha sfumato, ha aperto varchi.
Non per gusto dell’ambiguità, ma per fedeltà al reale.
La vita, suggeriva, non è una linea retta ma un reticolo. E la letteratura serve a orientarsi, non a tracciare confini.
Immaginarlo oggi significa vederlo ancora in viaggio.
Un uomo alto, elegante senza ostentazione, seduto in un treno che attraversa paesaggi invernali.
Un taccuino aperto, uno sguardo che registra. Non c’è fretta.
C’è attenzione.
È forse questa la parola che meglio lo definisce: attenzione. Alle pietre, ai volti, alle stratificazioni invisibili del tempo.
Chi non lo ha mai letto non deve sentirsi in colpa.
La letteratura non è un dovere civico. Ma può essere un incontro.
Aprire un suo libro significa accettare di camminare senza itinerario prestabilito, di sostare dove altri passano oltre.
Significa concedersi il lusso della lentezza, dell’osservazione, del dubbio.
Con Cees Nooteboom scompare uno degli ultimi custodi di una certa idea di Europa.
Non un’istituzione, ma una conversazione millenaria tra vivi e morti.
I suoi libri restano come tappe di un pellegrinaggio laico.
Non promettono rivelazioni definitive.
Offrono qualcosa di più raro: la compagnia di una mente che ha saputo abitare il mondo senza pretendere di possederlo.
E forse è questo che oggi, nel silenzio che segue la notizia, si avverte con più chiarezza. Non il clamore di una perdita, ma la sottrazione di una voce capace di dirci che siamo di passaggio. Che ogni città è anche un ricordo. Che ogni identità è un racconto fragile.
E che proprio in questa fragilità si nasconde, ostinata, la possibilità della bellezza.
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