IL MATTINO
Personaggi
10.02.2026 - 19:45
Giancarlo Dettori è stato uno di quegli attori che non hanno mai avuto bisogno di spiegare il proprio mestiere, perché lo incarnavano. Apparteneva a una generazione per la quale il teatro non era un’estensione della personalità, ma una disciplina, una pratica quotidiana fondata sul rigore, sull’ascolto e su un’idea alta del lavoro collettivo.
La sua lunga carriera, attraversata con coerenza e misura, racconta un modo di stare sulla scena oggi sempre più raro, centrale senza essere esibito, autorevole senza mai essere enfatico.
Nato a Cagliari nel 1932, Dettori si formò all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica in anni in cui l’istituzione rappresentava ancora un passaggio decisivo, quasi obbligato, per chi intendesse il mestiere dell’attore come una professione fondata su tecnica e studio. L’approdo a Milano e l’incontro con il Piccolo Teatro segnarono l’inizio di un legame destinato a durare decenni.
Con Giorgio Strehler condivise non soltanto spettacoli, ma un’idea di teatro come luogo civile, come organismo complesso in cui ogni elemento, dalla regia all’interpretazione, dalla scenografia al ritmo complessivo, concorreva a un disegno unitario.
All’interno di quel progetto, Dettori non fu mai un protagonista nel senso più vistoso del termine, ma divenne presto una presenza imprescindibile. Uno di quegli attori su cui si fonda la tenuta di una compagnia stabile, capace di garantire continuità, affidabilità, precisione.
Il suo stile era lontano tanto dall’istrionismo quanto dall’astrazione.
Gesti controllati, parola limpida, una capacità rara di abitare il silenzio.
La sua recitazione sembrava nascere direttamente dal testo, senza sovrapposizioni, senza sottolineature inutili.
Nei classici come negli autori del Novecento, Dettori restituiva una recitazione fondata sulla chiarezza.
Non cercava l’effetto, ma il senso.
Non puntava a sorprendere lo spettatore, ma a metterlo in condizione di comprendere.
Era un attore che non si imponeva allo sguardo, ma che, una volta notato, non lo si dimenticava più.
La sua forza stava nella durata, nella coerenza, nella fiducia che sapeva generare.
Accanto al teatro, Dettori attraversò con naturalezza altri mezzi espressivi.
La radio, innanzitutto, dove la sua voce trovò uno spazio ideale. Ferma, riconoscibile, mai compiaciuta.
Partecipò a radiodrammi e programmi culturali in un’epoca in cui la parola radiofonica aveva ancora un peso formativo e narrativo centrale. Anche in quel contesto, Dettori mantenne la stessa postura professionale: precisione, rispetto del testo, attenzione all’ascolto.
La televisione lo rese noto a un pubblico più vasto.
Fu interprete, conduttore, presenza familiare in anni in cui il mezzo conservava ancora una forte dimensione pedagogica.
Conduceva quiz e programmi di intrattenimento senza trasformarsi in personaggio, senza cedere a quella sovraesposizione che negli anni successivi sarebbe diventata la regola.
Anche quando interpretò il Mago Zurlì, personaggio destinato a entrare nell’immaginario di generazioni di bambini, lo fece senza caricature, mantenendo un equilibrio raro tra popolarità e misura.
Il cinema rimase una presenza marginale nel suo percorso.
Dettori non lo inseguì e non ne fu sedotto.
La macchina produttiva del grande schermo, con le sue logiche e i suoi compromessi, non sembrava appartenergli fino in fondo.
Preferì restare fedele a un’idea di lavoro continuativo, dove il valore non era dato dall’eccezionalità dell’evento, ma dalla solidità del percorso.
Nella vita privata, Dettori condivise l’esistenza e il mestiere con Franca Nuti, attrice di forte personalità e intelligenza scenica.
Il loro fu un sodalizio lungo, appartato, lontano dalle rappresentazioni pubbliche e dalle mitologie di coppia. Insieme hanno attraversato stagioni cruciali del teatro italiano, condividendo non solo il palcoscenico ma una stessa idea di rigore professionale.
Negli ultimi anni, il nome di Giancarlo Dettori era meno presente nel dibattito culturale e mediatico. Ma la sua influenza non si era esaurita.
Apparteneva a quella categoria di attori che continuano a vivere attraverso il metodo, attraverso l’esempio, attraverso la memoria professionale che lasciano nei luoghi e nelle persone.
Un attore che non occupava spazio, ma che lo rendeva abitabile.
La sua morte, avvenuta a Milano all’età di 93 anni, non chiude un’epoca in modo spettacolare.
Segna piuttosto la scomparsa di una figura che ha incarnato con coerenza un’idea precisa del mestiere dell’attore: serietà senza severità, rigore senza rigidità, dedizione senza narcisismo.
In un tempo in cui la visibilità tende a sostituirsi al valore, la sua traiettoria appare ancora più netta.
Giancarlo Dettori è stato un attore che ha scelto di durare, non di brillare.
Ed è proprio questa scelta, silenziosa e ostinata, a renderlo oggi una figura da ricordare.
edizione digitale
I più letti
Il Mattino di foggia