IL MATTINO
Il caso
10.02.2026 - 19:43
C’è sempre un momento, nella cronaca giudiziaria italiana, in cui una vicenda privata smette di essere tale e diventa specchio di qualcos’altro.
Il rinvio a giudizio di Maria Rosaria Boccia, al di là dell’esito che avrà il procedimento, che spetta ai tribunali e non ai commentatori, si colloca esattamente in quel punto di passaggio.
Quando una storia individuale viene assorbita da un sistema più ampio di relazioni, paure, linguaggi in codice.
E soprattutto di potere.
Non è tanto la figura di una “Lady di provincia” a colpire, quanto la traiettoria che la porta dentro un mondo che non è più locale né ingenuo.
Un mondo dove la politica, anche quella che si proclama identitaria e moralista, vive di ambiguità, di doppi fondi, di reti informali.
Dove l’arma più efficace non è lo scandalo sessuale in sé, ma la sua gestione: chi sa, chi insinua, chi minaccia di raccontare.
Negli ultimi anni, la destra italiana ha costruito una retorica granitica su famiglia, ordine, tradizione.
Come ogni costruzione rigida, anche questa ha bisogno di zone d’ombra per funzionare.
È qui che nasce il mito,e talvolta la realtà, di una “lobby gay di destra”.
Non una categoria sociologica, bensì un dispositivo narrativo.
Una formula che serve a tenere insieme due elementi apparentemente incompatibili: l’omofobia pubblica e le pratiche private, l’intransigenza ideologica e la flessibilità dei comportamenti.
In questo spazio intermedio si muovono figure come la Boccia, che non sono né burattinaie, né vittime sacrificali, ma intermediari involontari. Donne che arrivano dalla provincia con un capitale limitato, relazionale, culturale, simbolico, e imparano rapidamente che nel mondo globale il valore non sta in ciò che sei, ma in ciò che puoi far perdere agli altri.
Il ricatto non è più l’eccezione patologica, è una grammatica.
Il punto non è stabilire se esista davvero una lobby organizzata, quanto osservare perché l’idea stessa di una lobby funzioni così bene come strumento di pressione.
Funziona perché la destra teme più di ogni altra cosa la rivelazione dell’incoerenza.
Non il peccato, ma la smentita del racconto.
E allora l’omosessualità, soprattutto quando resta non dichiarata, diventa moneta, leva, minaccia latente.
Non per ciò che è, ma per ciò che rappresenta dentro un campo politico fondato sull’esclusione.
Maria Rosaria Boccia entra in scena come entrano spesso le protagoniste di queste storie: senza aura, senza pedigree, senza il glamour della femme fatale.
Ordinaria, persino svampita a tratti, come piace a un certo maschile di potere che confonde la semplicità con l’innocuità. Ma l’ordinario, in Italia, è spesso la maschera più efficace del cinismo.
Non serve essere sofisticate per capire come gira il mondo, basta osservare, ascoltare, archiviare.
La provincia non è l’opposto del mondo globale, ne è il laboratorio.
È lì che si impara il valore del non detto, del favore, della promessa sospesa.
Quando queste competenze vengono trapiantate nei palazzi romani o nelle retrovie della politica nazionale, il risultato è un cortocircuito.
Il potere centrale ama sentirsi padrone del gioco, ma sottovaluta chi arriva da fuori, soprattutto se donna.
Agli uomini di potere, si dice spesso, piacciono donne “facili”.
In realtà piacciono donne leggibili, classificabili, riducibili.
Svampite, ordinarie, possibilmente ciniche quanto basta da non fare domande morali.
È un errore di valutazione ricorrente.
Proprio quelle figure, considerate accessorie, diventano spesso depositarie di segreti, testimoni silenziose, nodi di una rete che non hanno creato ma che imparano a usare.
Il rinvio a giudizio segna allora un punto di svolta non solo per la Boccia, ma per il racconto che la circonda.
Finisce la stagione dell’allusione e inizia quella della formalizzazione.
I fatti vengono cristallizzati, le parole pesate.
E il sistema che prima si nutriva di ambiguità si scopre improvvisamente fragile, esposto alla luce piatta degli atti giudiziari.
Non è una storia edificante, né esemplare.
Non ci sono eroine, né mostri.
C’è piuttosto l’ennesima conferma di come la politica italiana continui a essere attraversata da una contraddizione irrisolta: predica la trasparenza, ma vive di opacità; esalta la moralità, ma teme la verità più di ogni altra cosa.
In questo spazio, figure come Maria Rosaria Boccia non sono un’anomalia.
Sono un sintomo.
E come tutti i sintomi, possono essere rimossi, ma non ignorati.
Raccontano qualcosa che va oltre il singolo caso.
Raccontano un Paese che ha trasformato il privato in arma, l’identità in ricatto, e l’ipocrisia in sistema.
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