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Antonino Zichichi, lo scienziato che non volle rimanere neutrale

Antonino Zichichi, lo scienziato che non volle rimanere neutrale

Antonino Zichichi ha attraversato la seconda metà del Novecento e i primi decenni del nuovo secolo come una figura irriducibile a una sola definizione.
Fisico teorico di statura internazionale, organizzatore instancabile di istituzioni scientifiche, divulgatore onnipresente, intellettuale militante, è stato soprattutto uno scienziato che ha rifiutato l’idea, oggi largamente condivisa, che la scienza debba parlare a bassa voce quando incontra il potere.
Nato a Trapani nel 1929, Zichichi si forma in un’Italia che porta ancora le cicatrici della guerra e che guarda alla scienza come a uno strumento di riscatto nazionale.
La fisica delle particelle diventa presto il suo campo naturale, ma già dagli esordi è chiaro che il laboratorio non gli basta.
La sua carriera accademica procede rapida e solida, intrecciandosi con una rete internazionale di relazioni che lo porteranno a collaborare con i principali centri di ricerca mondiali.
Non è un outsider, non è un battitore libero, è dentro il sistema scientifico globale, e lo conosce a fondo.
La sua vera opera, tuttavia, prende forma lontano dalle università tradizionali.
Il Centro Ettore Majorana di Erice, fondato e diretto da Zichichi, diventa nel tempo qualcosa di più di un luogo di alta formazione, un crocevia simbolico, un laboratorio politico nel senso alto del termine.
Durante la Guerra fredda, mentre i governi si fronteggiano e le ideologie si irrigidiscono, a Erice siedono allo stesso tavolo scienziati americani e sovietici.
Zichichi ama ricordarlo come una vittoria della scienza sulla politica; altri vi hanno visto, più semplicemente, la prova che la scienza è sempre politica, anche quando finge di non esserlo.
È qui che si delinea il tratto che lo distinguerà da molti colleghi, la convinzione che lo scienziato abbia non solo il diritto, ma il dovere di intervenire nel dibattito pubblico con l’autorità che deriva dal sapere.
In un’Italia in cui larga parte dell’intellettualità scientifica sceglie, soprattutto dagli anni Settanta in poi, una postura progressista, laica, spesso diffidente verso le istituzioni tradizionali, Zichichi compie una scelta diversa e deliberata.
Rivendica apertamente la propria fede cattolica, ne afferma la compatibilità con la ricerca scientifica, respinge con decisione l’idea che il metodo scientifico conduca necessariamente a una visione materialista del mondo.
Non lo fa con cautela né con spirito conciliante. Lo fa con la sicurezza di chi è convinto che la razionalità sia dalla propria parte.
In questo senso, Antonino Zichichi è stato uno dei primi scienziati italiani di grande visibilità a politicizzarsi senza infingimenti, prima ancora che la parola diventasse d’uso comune.
Negli anni successivi, il rapporto con il potere si fa più esplicito. Incarichi, consulenze, presidenze di enti pubblici lo collocano stabilmente nell’orbita delle istituzioni, in particolare di governi di centrodestra che vedono in lui non solo un tecnico, ma un simbolo: lo scienziato capace di opporsi a quello che Zichichi stesso definisce il “pensiero dominante”, di contestare ambientalismi giudicati ideologici, allarmismi climatici ritenuti privi di rigore, derive etiche considerate estranee alla scienza.
Le sue posizioni sul cambiamento climatico, espresse con toni netti e spesso semplificatori, segnano forse il punto di massima esposizione pubblica e di maggiore controversia.
Per i sostenitori, Zichichi è una voce libera, non allineata.
Per i critici, uno scienziato che usa il prestigio accumulato in un campo per intervenire con eccessiva disinvoltura in altri, riducendo la complessità a slogan pedagogici.
Il suo stile comunicativo non aiuta a smorzare le polemiche.
Assertivo, professorale, raramente dubitativo, Zichichi parla al pubblico come a un’aula universitaria, più che come a un’agorà.
Spiega, corregge, ammonisce.
Concede poco all’idea che il sapere scientifico possa essere provvisorio anche nel discorso pubblico.
In questo, incarna una figura quasi novecentesca dell’intellettuale.
Non il facilitatore del dibattito, ma il depositario di una verità da trasmettere.
Eppure, sarebbe ingiusto ridurre Antonino Zichichi a una caricatura ideologica.
La sua vita testimonia una coerenza rara, anche quando discutibile.
Non ha mai nascosto le proprie convinzioni, non ha mai cercato rifugio nella neutralità quando questa diventava una forma di opportunismo. Ha creduto davvero che la scienza potesse, e dovesse, offrire una bussola morale alla società. Che questa bussola puntasse nella direzione giusta è una questione che divide; che lui abbia indicato una direzione senza esitazioni è fuori discussione.
Zichichi lascia un’eredità complessa, fatta di istituzioni durature, di allievi formati, di libri divulgativi letti da generazioni di studenti, ma anche di fratture culturali, di polemiche irrisolte, di un rapporto mai pacificato tra sapere scientifico e pluralismo democratico.
Nel panorama italiano, è stato una figura solitaria proprio perché visibile.
In un Paese che spesso preferisce scienziati silenziosi e intellettuali allusivi, Antonino Zichichi ha scelto di parlare forte, di esporsi, di occupare lo spazio pubblico senza chiedere permesso. Ha vissuto come se la neutralità fosse una resa. E ha accettato fino in fondo il prezzo di questa scelta.

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