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Analisi

In politica non sono ammessi vuoti

In politica non sono ammessi vuoti

La crisi dei sistemi liberal-democratici occidentali è il segno di un cambiamento profondo che interessa il sistema sociale in tutta la sua complessità. Se analizziamo attentamente quanto è successo negli ultimi decenni, ciò che emerge è l’irrompere sulla scena politica di nuovi movimenti politici. In modo generico questi movimenti sono stati definiti “populisti”, dimenticando però che il populismo è una categoria molto complessa. Utilizzarlo in maniera indistinta per realtà storiche e tradizioni diverse non rende giustizia alla sua reale natura.
In linea di massima, per populismo si intende il richiamo al popolo in contrapposizione a un sistema politico ritenuto incapace di rappresentarne le istanze. Possiamo dire che il populismo è l’ideologia sulla quale si fonda la contrapposizione del Popolo alle élite; semplificando ulteriormente, è il “basso” contrapposto all’“alto”. Questa contrapposizione non segue la tradizionale divisione tra classi sociali, ma esula proprio dal concetto di classe. Il populismo si riferisce al demos, ossia all’elemento costitutivo su cui si fonda la democrazia: il governo esercitato da rappresentanti del popolo, cioè da coloro che godono della cittadinanza politica ed esprimono periodicamente il proprio voto attraverso le elezioni.
Negli ultimi decenni la democrazia ha progressivamente perso la sua caratteristica fondamentale, che Lincoln definiva “il governo del popolo, dal popolo, per il popolo”. Perché un sistema politico possa definirsi realmente democratico non sono sufficienti elezioni politiche, organizzazioni di partito, diritto di voto attivo e passivo, libertà di opinione e suffragio universale. Un dato fondamentale è il livello di partecipazione al voto, dal quale si evince il grado di fiducia dei cittadini nel sistema politico democratico. Quando la partecipazione si riduce e cresce l’astensione significa che l’offerta politica non riesce più a intercettare una platea ampia di cittadini. In questo caso il sistema politico, pur restando formalmente democratico, nella sostanza diventa una competizione tra oligarchie.
Un sistema politico oligarchico tende ad autolegittimarsi sul piano ideologico condividendo una visione unica. L’ideologia, ossia l’insieme dei valori etici sui quali si regge l’attuale sistema politico, sostanzialmente oligarchico, può essere riassunta in alcuni elementi: individualismo, status sociale legato alla ricchezza, libero mercato, ridimensionamento dello Stato, esaltazione dei diritti individuali, centralità del contratto e relativismo etico, nel senso che ogni istanza individuale è ritenuta legittima se trova riscontro in una relazione di scambio formalizzata giuridicamente. L’individuo, nella sua stessa fisicità, diventa valore di scambio: è l’idea dell’individuo “imprenditore di sé stesso”.
Un sistema politico fondato su un’etica di questo tipo determina una trasformazione progressiva da democratico a oligarchico. Un simile sistema crea un vuoto che, prima o poi, un leader o un movimento politico tenterà di occupare. In Italia, a partire dagli anni ’90, il vuoto politico rappresentato dalla crisi della Prima Repubblica è stato occupato da movimenti politici nati anche da operazioni di marketing e comunicazione politica. Tali sono stati Forza Italia, il Movimento 5 Stelle e oggi, con l’uscita di Vannacci dalla Lega, non è da escludere la nascita di un nuovo movimento politico, oggi dato intorno al 4%, ma che in prospettiva potrebbe raggiungere consensi più ampi.
La competizione elettorale, ridotta a concorrenza tra oligarchie, fa sì che per rompere l’equilibrio oligopolistico sia necessario offrire un prodotto politico capace di intercettare quella domanda di partecipazione che il sistema tende a escludere dal proprio target. Operazioni come queste possono essere costruite in laboratorio, come è successo in parte con Forza Italia e il M5S e come potrebbe accadere con il movimento che Vannacci si appresta a varare.
Partiti come Fratelli d’Italia , Lega, PD, Sinistra Italiana e Verdi, pur muovendosi nell’alveo della medesima cultura politica fondamentalmente neoliberale, restano comunque radicati in una parte della società, seppur sempre più ridotta. La Lega, ad esempio, è un partito che trova le sue radici nel contesto sociale padano. Non tutti questi partiti sono quindi il risultato di operazioni costruite a tavolino.
Vannacci era un perfetto sconosciuto. È salito alle cronache con la pubblicazione autonoma di un libro, diffuso al di fuori dei circuiti editoriali tradizionali. Prodotto e venduto in rete, ha raggiunto una notorietà tale da diventare un vero e proprio manifesto politico. La sua candidatura al Parlamento europeo, sostenuta da un elevato numero di preferenze, è il segnale di come oggi un perfetto sconosciuto possa diventare in poco tempo un leader politico capace di costruire attorno alla propria immagine un movimento.
Pensare che quello di Vannacci sia un fenomeno estemporaneo, frutto del caso, appare poco credibile. Il M5S alle politiche del 2018 aveva raggiunto circa il 33% dei consensi, pari a circa 11 milioni di voti. Quel consenso è andato progressivamente scemando e, stando alle ultime elezioni europee, il Movimento si colloca sotto il 10%. Nel contempo è cresciuta l’astensione, ormai attestata intorno al 36% degli aventi diritto, ossia oltre 17 milioni di elettori. È improbabile che il 100% degli aventi diritto torni a votare, ma è altrettanto improbabile che un nuovo movimento si fermi stabilmente al 4% se riesce a intercettare il malcontento diffuso.
Una parte dell’elettorato che oggi si astiene è alla ricerca di una proposta politica radicale, identitaria e antisistema, difficilmente riconducibile alle coalizioni tradizionali. In conclusione, se quello di Vannacci non è un fenomeno occasionale ma un’operazione costruita con metodo, il suo consenso potrebbe superare le previsioni iniziali. Molto dipenderà dalla chiarezza del progetto politico e dalle figure che vi aderiranno. Una cosa appare certa: il sistema democratico attraversa una fase di crisi e la competizione oligopolistica tra élite potrebbe favorire la nascita di nuovi soggetti politici capaci di occupare gli spazi lasciati vuoti.

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