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Analisi

Il voto delle donne non è una conquista: è una correzione tardiva

Il voto delle donne non è una conquista: è una correzione tardiva

Il diritto di voto delle donne non è una conquista civile.
È una correzione tardiva di un errore politico. Scriverlo non è una provocazione, è un dato storico.
Le democrazie moderne sono nate escludendo metà della popolazione e hanno impiegato decenni, in alcuni casi più di un secolo, per rimediare a quella esclusione.
Non per generosità, ma per necessità.
Per lungo tempo, le donne sono state cittadine solo quando conveniva allo Stato.
Obbligate a rispettare le leggi, a sostenere l’economia, a reggere il tessuto sociale, ma sistematicamente escluse dal luogo in cui quelle leggi venivano decise.
La contraddizione era evidente.
Eppure è stata difesa con ostinazione, come se fosse un prezzo accettabile da pagare per la stabilità del potere.
L’idea che le donne non dovessero votare non nasce da un vuoto culturale, ma da una precisa architettura politica.
Le democrazie liberali dell’Ottocento temevano l’allargamento del corpo elettorale per una ragione semplice, più cittadini significavano meno controllo.
Le donne rappresentavano una variabile imprevedibile.
La retorica dell’inadeguatezza femminile, emotività, dipendenza, disinteresse per la cosa pubblica, ha funzionato a lungo come giustificazione “razionale” di un’esclusione profondamente strategica.
Non si trattava di proteggere le donne dalla politica, ma di proteggere la politica dall’ingresso delle donne.

Quando la pazienza finisce

Il suffragismo non nasce come movimento radicale.
Nasce come richiesta ordinata di inclusione.
È il rifiuto sistematico delle istituzioni a trasformarlo in conflitto.
Le suffragette non rompono le regole perché incapaci di rispettarle, ma perché quelle regole erano costruite per non includerle.
La reazione del potere è sproporzionata e rivelatrice: arresti, repressione, delegittimazione morale.
Le donne che chiedono il voto vengono descritte come isteriche, sovversive, pericolose.
Non perché lo fossero, ma perché mettevano in discussione un equilibrio fondato sull’esclusione.
La Prima guerra mondiale non “regala” il voto alle donne.
Smaschera l’ipocrisia di chi lo nega. Quando le donne tengono in piedi fabbriche, ospedali e amministrazioni, cade l’ultimo alibi.
Continuare a escluderle significa ammettere che la democrazia non è fondata sull’uguaglianza, ma sull’opportunità.
Il voto arriva così, in molti Paesi, come atto di stabilizzazione politica.
Non come premio, ma come risposta obbligata a una contraddizione diventata ingestibile.

Il passaggio che spesso si dimentica

Quando si afferma che le donne italiane votarono per la prima volta nel 1946, si racconta solo metà della storia.
L’altra metà è meno celebrata, ma decisiva per comprendere quanto il suffragio femminile sia stato una scelta politica maturata in un momento di profonda crisi dello Stato.
Il 1° febbraio 1945, con un decreto legislativo luogotenenziale emanato dal governo Bonomi, il diritto di voto viene formalmente esteso alle donne.
L’Italia è ancora divisa, il Nord occupato, il Paese sospeso tra monarchia e futuro.
In quel contesto, l’inclusione delle donne non è un atto simbolico, ma un’esigenza di legittimità. Senza di loro, la ricostruzione democratica avrebbe basi fragili.
Quel provvedimento, però, riconosce solo l’elettorato attivo.
Le donne possono votare, ma non essere elette.
La cittadinanza resta incompleta.
Bisognerà attendere il marzo del 1946 perché venga riconosciuto anche l’elettorato passivo. Solo allora l’ingresso delle donne nella vita politica diventa pieno.
Il 2 giugno 1946 non è quindi l’inizio, ma la verifica decisiva, il momento in cui un diritto già riconosciuto sulla carta diventa esperienza concreta.
Le donne votano in massa ed entrano nelle istituzioni.
Ventuno di loro siedono nell’Assemblea Costituente, e la Costituzione italiana porta ancora oggi il segno di quella presenza tardiva, ma determinante.
Questo dato cambia la prospettiva.
Le donne non entrano in una democrazia già formata: partecipano alla sua costruzione.
È una differenza cruciale, spesso sottovalutata. Senza la presenza femminile, la Costituzione italiana sarebbe stata diversa, meno attenta all’uguaglianza sostanziale, più povera nella tutela dei diritti sociali, più timida nel riconoscimento della pari dignità.

Il voto come linea di demarcazione

Il diritto di voto femminile non è un punto di arrivo.
È la linea che separa una società gerarchica da una società democratica.
Sotto quella linea non esiste rappresentanza, solo amministrazione del potere.
Sopra quella linea inizia, almeno formalmente, la cittadinanza.
Eppure, ancora oggi, la partecipazione politica delle donne viene trattata come una questione “specifica”, non strutturale.
Come se una democrazia potesse dirsi funzionante anche quando il potere resta concentrato in modo sistematicamente sbilanciato.

L’illusione della parità acquisita

Dire che “ormai le donne votano” equivale a dire che il problema è risolto.
Non lo è.
Perché il voto, da solo, non garantisce accesso reale al potere.
Sistemi elettorali, dinamiche di partito, carichi di cura, violenza politica e simbolica continuano a produrre esclusione.
La differenza, oggi, è che l’esclusione non è più dichiarata.
È normalizzata.
Invisibile e quindi più difficile da combattere.
Nessuna democrazia è definitiva
Il suffragio femminile ci ricorda una verità scomoda, la democrazia non è mai un punto di arrivo.
È un processo instabile, che avanza solo quando è costretto a correggere se stesso.
Il voto delle donne non dimostra che la democrazia abbia vinto.
Dimostra che, almeno una volta, ha riconosciuto un proprio errore.
E le democrazie che smettono di ricordare i propri errori sono quelle che iniziano, lentamente, a ripeterli.

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