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Analisi

Con la “via del cotone” ritorna la centralità del Mediterraneo

Con la “via del cotone” ritorna la centralità del Mediterraneo

Nel 2019 l’allora governo giallo-verde guidato da Conte sottoscrisse un accordo commerciale con la Cina, passato nella comunicazione dei media come “Via della Seta”. L’accordo provocò reazioni negli ambienti dell’Unione Europea, negli Stati Uniti e nella stessa NATO, perché con quella scelta l’Italia sembrava voler uscire dal campo di appartenenza occidentale. Storicamente la Via della Seta era il percorso che per secoli viaggiatori, esploratori, missionari e mercanti hanno seguito per raggiungere l’Estremo Oriente, in particolare la Cina, partendo dall’Occidente e viceversa. Quando si parla di Via della Seta vengono in mente i monaci inviati dall’Imperatore bizantino per scoprire il segreto della seta, Marco Polo e i missionari che raggiunsero la Cina per testimoniare il Vangelo. La comunicazione, tuttavia, non fu a senso unico: si hanno notizie anche di generali cinesi che arrivarono fino all’attuale Ucraina alla guida di eserciti numerosi. Ci si muoveva dall’Occidente, dai porti delle repubbliche marinare verso gli scali del Medio Oriente per poi attraversare territori che oggi corrispondono a Iraq, Iran e Afghanistan e raggiungere, attraverso il Tibet, il cuore della Cina. I Mongoli guidati da Gengis Khan e dai suoi eredi unificarono un’area vastissima. I Romani commerciarono con la Cina e da essa arrivarono ambasciatori attraverso la Via della Seta, ma non fu l’unico percorso. In età tardo-imperiale, a seguito dell’espansione in Medio Oriente, un’altra strada fu rappresentata dal Mar Rosso e dall’Oceano Indiano. La Repubblica di Venezia, tra Quattrocento e Cinquecento, si alleò con i sovrani d’Egitto per contrastare i portoghesi che, circumnavigando l’Africa, avevano aperto una nuova via verso l’India. Se in quei secoli l’hub pià importante era la città di Trebisonda sul Mar Nero, l’attuale Trabzon in Turchia, da quel porto i traffici si sviluppavano via mare facendo riferimento alle colonie genovesi in Crimea e ai quartieri di Genovesi e Veneziani a Bisanzio, capitale dell’Impero Romano d’Oriente. Con lo spostamento dell’asse economico dal Mediterraneo all’Oceano Atlantico, dopo secoli in cui il “mare in mezzo alle terre” era stato anche luogo di conflitto tra il mondo islamico organizzatosi nell’Impero Ottomano e l’Europa, con la fine del cosiddetto secolo breve e con il ritorno della Cina sulla scena mondiale si sono aperti nuovi scenari geopolitici ed economici per l’Unione Europea, per l’Italia e per il suo Mezzogiorno. Nel 2020, durante la prima presidenza Trump, con la sottoscrizione degli Accordi di Abramo vennero poste le basi per la normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain; successivamente aderirono anche Marocco e Sudan e si svilupparono ulteriori intese trilaterali che coinvolsero Giordania, Israele, Egitto e Arabia Saudita. Gli Stati citati appartenenti all’area identificata con l’acronimo MENA (Medio Oriente e Nord Africa), a partire dagli anni Venti del secolo in corso, hanno avviato o consolidato rapporti economici con lo Stato di Israele per ragioni politiche, strategiche ed economiche, tra cui la rivalità con l’Iran e i suoi alleati, dove la contrapposizione tra sunniti e sciiti rappresenta solo una delle componenti e non l’unica causa. L’integrazione avviata con gli Accordi di Abramo non è stata messa in discussione dall’amministrazione Biden e, con il ritorno di Trump, è tornata di attualità. Gli accordi sottoscritti tra Israele e gli Stati arabi del Golfo e del Nord Africa toccano diversi ambiti: dalla ricerca tecnologica alla gestione delle risorse idriche, fino a partnership che interessano settori all’avanguardia. A titolo di esempio, la collaborazione tra Israele ed Emirati Arabi Uniti riguarda anche l’aerospazio: il primo astronauta emiratino, Hazzaa Al-Mansoori, portò con sé in orbita la bandiera israeliana come simbolo di cooperazione. Anche il Bahrain ha avviato intese con Israele nel settore spaziale. Gli Stati che dispongono della tecnologia per raggiungere la Luna sono Stati Uniti, Russia, Cina, India, Giappone e Israele, mentre l’Unione Europea appare in ritardo su questo fronte, nonostante si tratti di uno dei settori industriali più avanzati. Altri ambiti di intervento riguardano l’energia: Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, in collaborazione con Israele e Giordania, hanno avviato processi di ristrutturazione orientati alla produzione di idrogeno. Non è stata l’amministrazione Biden a mettere in discussione questo percorso e, a partire da Bush passando per Obama, Trump e Biden, emerge una certa continuità nelle scelte politiche statunitensi volte alla costruzione di un tracciato alternativo alla Via della Seta sostenuta dalla Cina. Si delinea così un asse economico e geopolitico che punta a integrare India, Medio Oriente ed Europa, spostando verso sud, tra Oceano Indiano e Golfo Persico, il nuovo baricentro dello sviluppo. Questo nuovo percorso, favorito anche dagli Accordi di Abramo, come dicevo prende il nome di “Via del Cotone” o, in modo più tecnico, IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), formalizzato nel 2023 al G20 di Nuova Delhi con la firma di India, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Francia, Germania, Italia e Unione Europea. I collegamenti principali prevedono una direttrice ferroviaria tra Europa e Golfo, passando per Giordania e Israele, e una marittima tra India e Paesi arabi, oltre alla realizzazione di tubature per l’idrogeno verde e cavi sottomarini per la trasmissione di dati ed energia elettrica. Si tratta di un ambizioso progetto geopolitico volto ad accrescere la cooperazione energetica, migliorare la connettività infrastrutturale e offrire ai Paesi in via di sviluppo un’alternativa agli investimenti garantiti da Pechino, ponendosi al contempo in competizione con la rotta commerciale che attraversa il Canale di Suez. Per l’Unione Europea, l’IMEC rappresenta soprattutto uno strumento per rafforzare la propria influenza geopolitica in Asia e consolidare i rapporti commerciali con i Paesi del Golfo. In questo quadro anche eventi drammatici come il genocidio consumato a Gaza e i progetti di ricostruzione della Striscia, immaginata da alcuni come un unico hub costiero mediterraneo, così come la fine del regime di Bashar al-Assad in Siria, l’isolamento dell’Iran attraverso la progressiva eliminazione dei suoi alleati nell’area MENA e i conflitti che coinvolgono Israele, Stati Uniti e Iran, vengono letti da molti osservatori come parte di un più ampio intreccio di interessi politici, militari ed economici orientati alla stabilizzazione dell’area in funzione dei nuovi corridoi commerciali. “In questo quadro, il Medio Oriente e il Nord Africa si configurano come un crocevia strategico capace di ricollegare Mediterraneo e Indo-Pacifico, restituendo centralità al Mare Mediterraneo e aprendo per l’Italia scenari inediti che rendono imprescindibile una rinnovata riflessione sia sul Board of Peace sia sul Piano Mattei.”

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