Cerca

Libri

Vincenzo Gambardella, Napoli, il cavaliere e l'ombra della poesia

Vincenzo Gambardella, Napoli, il cavaliere e l'ombra della poesia

"Don Chisciotte e Sancio Panza a Napoli" di Vincenzo Gambardella, edito da Ad est dell'equatore, è un libro che si muove come una marea, avanza e si ritrae, cambia passo, cambia voce, cambia luce.
È un testo che rifiuta la comodità di un unico registro e trova proprio in questa instabilità la sua necessità più profonda.
Gambardella scrive un’opera che è insieme racconto, saggio, poema in prosa, elegia urbana e riflessione letteraria, tenendo in tensione due poli: Cervantes e Napoli, il mito e la ferita, la letteratura come gioco infinito e la contemporaneità come luogo dolente, stanco, eppure ancora attraversabile.
Il continuo cambio di registro non è un virtuosismo, ma una strategia di sopravvivenza.
La narrazione passa dal tono ironico a quello meditativo, dalla leggerezza cavalleresca al peso di una malinconia quasi storica.
Don Chisciotte e Sancio Panza non sono semplicemente personaggi trapiantati a Napoli, sono dispositivi letterari che permettono di guardare la città da una distanza obliqua, straniante.
Come nel romanzo cervantino, il riso non è mai separato dalla tragedia, e la follia non è che una forma alternativa di lucidità.
Gambardella lo sa e lo pratica.
Ogni cambio di tono apre una fenditura, una possibilità di senso.
Al centro del libro c’è Napoli.
Non una Napoli cartolina, né una Napoli sociologica, ma una città perduta e mai dimenticata, evocata come si evocano i morti che continuano a parlarci.
È una Napoli che vive nella lingua, nelle pieghe della memoria, nelle stratificazioni culturali che la letteratura può ancora salvare dal consumo e dall’oblio.
L’autore non la descrive, la ascolta.
Napoli emerge come un corpo attraversato da voci, una città che resiste soprattutto come ritmo, come cadenza, come poesia diffusa.
È qui che il testo trova uno dei suoi nuclei più intensi, nella convinzione che la poesia non sia un genere, ma una modalità dello sguardo.
La poesia, infatti, non è confinata a passaggi lirici isolati: attraversa tutto il libro come una corrente sotterranea.
È poesia la scelta delle immagini, il montaggio delle scene, l’attenzione per il dettaglio minimo che improvvisamente si carica di valore simbolico.
È poesia il modo in cui Napoli viene chiamata senza mai essere del tutto nominata, come se ogni parola rischiasse di tradirla.
In questo senso, Gambardella scrive contro la saturazione del presente, contro l’eccesso di discorso che svuota le cose.
La sua è una scrittura che trattiene, che sospende, che lascia spazio al non detto.
Il viaggio dentro e fuori Cervantes è uno degli aspetti più affascinanti del libro.
"Don Chisciotte e Sancio Panza a Napoli" non è un semplice omaggio o una riscrittura, è un dialogo.
Gambardella entra nel testo cervantino per uscirne subito dopo, portandone con sé le domande fondamentali: che cos’è la realtà?
Chi decide il confine tra illusione e verità?
A cosa serve la letteratura in un mondo che sembra aver smarrito la capacità di credere? Don Chisciotte diventa così una figura ancora necessaria, non per la sua follia, ma per la sua ostinazione etica.
Sancio Panza, con il suo realismo terragno e ironico, non lo contraddice, lo ancora al mondo, come la scrittura ancora il sogno alla materia.
Sul fondo, sempre presente ma mai invadente, c’è una contemporaneità dolente.
Non gridata, non esibita, ma percepibile come una pressione costante.
È il dolore di un tempo disincantato, impoverito di senso, che guarda con sospetto ogni slancio ideale.
Gambardella non fa diagnosi né proclami, lascia che sia la letteratura stessa a farsi risposta, o almeno resistenza. In questo senso, il libro è politico nella sua forma più profonda, afferma che raccontare, ricordare, cambiare registro, insistere sulla poesia è già un gesto controcorrente.
Il filo che lega questo libro all’altro, e più in generale alla letteratura, è proprio questa fiducia inquieta nel potere della scrittura.
Una fiducia non ingenua, attraversata dal dubbio, ma mai abbandonata.
Gambardella sembra dirci che la letteratura non salva, ma accompagna; non risolve, ma illumina per un istante.
E forse basta.
Don Chisciotte continua a combattere i suoi mulini, Napoli continua a perdere pezzi di sé, il presente continua a fare male. Ma finché qualcuno saprà cambiare voce, tenere insieme ironia e dolore, memoria e invenzione, la sconfitta non sarà mai definitiva.
"Don Chisciotte e Sancio Panza a Napoli" è, in ultima analisi, un atto d’amore inquieto per i libri, per una città ferita, per la possibilità che la letteratura sia ancora un viaggio, dentro e fuori di noi.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Il Castello Edizioni e Il Mattino di Foggia

Caratteri rimanenti: 400

edizione digitale

Sfoglia il giornale

Acquista l'edizione