IL MATTINO
Analisi
31.01.2026 - 16:00
La crisi diplomatica tra Spagna e Nicaragua, culminata nell’espulsione reciproca degli ambasciatori e nella dichiarazione di persona non grata di Mauricio Carlo Alberto Gelli, è un episodio che, se isolato, potrebbe apparire marginale.
In realtà, inserito in una prospettiva globale, diventa un indicatore di riallineamenti geopolitici profondi, in cui l’America Centrale smette di essere una periferia silenziosa e torna a essere uno spazio conteso.
Il Nicaragua di Daniel Ortega si colloca oggi in una zona di frizione tra due ordini internazionali: quello occidentale, fondato su regole, multilaterismo e condizionalità politiche, e quello promosso da potenze revisioniste come Russia, Cina e Iran, che offrono cooperazione economica e militare senza richieste di riforme democratiche o rispetto dei diritti umani.
La rottura, o il progressivo svuotamento, delle relazioni con l’Europa va letta in questo contesto.
L’Unione Europea, e la Spagna in particolare, rappresentano per Managua non solo partner economici, ma vettori normativi, portatori di un modello che lega cooperazione, aiuti e legittimazione internazionale a standard politici.
È esattamente questo nesso che il regime di Ortega considera una minaccia.
Espellere un ambasciatore europeo non è dunque un atto impulsivo, ma una mossa di difesa strategica, volta a ridurre l’influenza occidentale nello spazio politico interno.
La Spagna, dal canto suo, non agisce solo come Stato nazionale.
In America Latina svolge una funzione di cerniera geopolitica tra l’UE e il subcontinente: traduce le preoccupazioni europee in un linguaggio regionale e, al tempo stesso, porta a Bruxelles la sensibilità latinoamericana.
Colpire la rappresentanza spagnola significa quindi mandare un messaggio all’intera architettura europea, testarne la reattività e misurarne i limiti.
La risposta di Madrid, calibrata ma ferma, segnala che l’Europa non intende accettare passivamente una marginalizzazione diplomatica.
Tuttavia, la reazione resta entro i confini della reciprocità, evitando l’escalation.
Questo equilibrio riflette una difficoltà strutturale dell’UE: difendere i propri principi senza disporre di strumenti coercitivi comparabili a quelli di altre potenze.
In questo vuoto si inseriscono Russia e Cina, che vedono nel Nicaragua un tassello utile in una strategia di penetrazione politica nell’emisfero occidentale.
Per Mosca, Managua è un partner ideologico e simbolico, un punto d’appoggio in una regione storicamente sotto influenza statunitense.
Per Pechino, è una piattaforma economica e infrastrutturale, funzionale all’espansione delle rotte commerciali e all’erosione del riconoscimento internazionale di Taiwan.
Il Nicaragua, in questo schema, adotta una strategia di bilanciamento asimmetrico: riduce l’esposizione verso l’Occidente, che impone costi politici, e rafforza i legami con attori che offrono protezione diplomatica e sostegno materiale senza condizioni.
L’isolamento europeo non è percepito come una perdita, ma come un prezzo accettabile per la sopravvivenza del regime.
È qui che il caso Gelli assume una valenza ulteriore.
La presenza di un ambasciatore dal cognome così carico di memoria storica europea non è solo un dettaglio biografico, ma un elemento di dissonanza narrativa.
In un contesto di competizione tra modelli di ordine internazionale, l’immagine conta quanto la sostanza.
E l’immagine di un regime che si rappresenta attraverso figure legate, anche solo simbolicamente, a storie di potere occulto e opacità rafforza, in Europa, la percezione di un Nicaragua ormai collocato fuori dall’orizzonte liberaldemocratico.
Dal punto di vista globale, la crisi segnala anche un altro fenomeno: la regionalizzazione del confronto geopolitico.
Non si tratta più solo di grandi scontri tra blocchi, ma di una somma di crisi locali, diplomaticamente “minori”, che però, messe insieme, ridisegnano le sfere di influenza.
Ogni ambasciata chiusa, ogni canale ridotto, ogni rottura simbolica contribuisce a spostare l’ago della bilancia.
In questo senso, Madrid–Managua è una tessera di un mosaico più grande: quello di un mondo in cui l’Occidente fatica a mantenere la propria influenza normativa, mentre regimi autoritari trovano spazio per consolidarsi grazie a reti alternative di sostegno politico ed economico.
La Spagna reagisce, ma lo fa sapendo che la leva diplomatica tradizionale è sempre meno efficace.
Il risultato è una crisi che non produce vincitori immediati.
La Spagna riafferma un principio, il Nicaragua rafforza la propria narrativa sovranista, ma il dialogo si assottiglia e lo spazio di mediazione si riduce.
Nel frattempo, altri attori osservano, pronti a occupare il vuoto.
Alla fine, il caso Gelli funziona come una lente di ingrandimento, non spiega da solo la crisi, ma la rende leggibile.
Mostra come le relazioni internazionali contemporanee siano fatte di atti formali, simboli storici e scelte strategiche che si intrecciano.
E ricorda che anche una crisi apparentemente periferica può raccontare molto della direzione in cui si sta muovendo l’ordine globale.
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