IL MATTINO
Cultura
31.01.2026 - 15:48
C’è un momento, leggendo "Sonny Boy", in cui ci si dimentica di avere tra le mani l’autobiografia di una star. Al Pacino sparisce dietro la voce di un uomo che racconta senza protezioni la propria inquietudine, come se stesse parlando a bassa voce, seduto a un tavolo, più interessato a capire se stesso che a essere ricordato.
Si muove sulla pagina con passo libero e profondamente umano, lontano dalla celebrazione autoindulgente e le sue parole sono più vicine a una confessione ruvida, talvolta fragile, sempre autentica.
“Sonny Boy” non è soltanto l’autobiografia di una delle più grandi icone del cinema mondiale.
È il racconto di una vocazione, di una fame che non si placa, di un uomo che ha fatto dell’arte un rifugio, una condanna e una ragione di vita.
Pubblicato in Italia da "La Nave di Teseo", il libro è un lungo racconto di formazione che attraversa il cinema, il teatro e soprattutto una vita vissuta sempre in bilico.
Il titolo riprende il soprannome di Pacino dell’infanzia, “Sonny Boy”, appunto, e per questo non è casuale.
“Sonny Boy” è sì il nome con cui veniva chiamato da bambino, ma è anche il filo che lega tutta la narrazione.
Pacino non scrive da “mostro sacro”, bensì da ragazzo del Bronx, cresciuto tra assenze, strade dure e una madre forte, centrale, quasi mitologica nel suo percorso.
La separazione dei genitori, la precarietà economica, la sensazione costante di essere fuori posto.
"Sonny Boy" funziona come chiave narrativa, perché Pacino non ha mai davvero smesso di essere quel bambino del Bronx, mentre l’assenza paterna pesa tra le pagine come un’ombra, o meglio è "l'ombra".
L’infanzia non è evocata come nostalgia, ma come origine di una fame, fame di attenzione, di riconoscimento, di un luogo in cui sentirsi legittimato a esistere.
Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza che l’infanzia non è un semplice prologo, ma una ferita fondativa.
È in questo vuoto che nasce il teatro, prima ancora del cinema, come possibilità di esistere davvero e Pacino lo racconta come una rivelazione più che una scelta.
Per tutte queste ragioni la struttura del libro non segue una linearità rigida. Pacino va avanti e indietro nel tempo, torna sui ricordi, li riscrive mentalmente, li guarda da angolazioni diverse.
Procede per associazioni, ricordi, ritorni improvvisi.
È una narrazione che somiglia alla memoria più che alla cronaca, e proprio per questo risulta credibile e coinvolgente.
Ci sono pagine di grande intensità dedicate agli anni di formazione all’Actors Studio, all’incontro con Lee Strasber, anni che emergono come una sorta di seconda nascita.
La scoperta de "Il Metodo", come strumento non solo recitativo ma esistenziale, rappresenta non solo una tecnica, ma una disciplina per l'anima.
Recitare, per Pacino, non è mai stato “interpretare”, è stato sempre un atto di verità, una discesa in se stesso.
«Recitare non è mai stato fingere, ma cercare la verità dentro di me»¹, scrive, mettendo subito in chiaro che la recitazione, per lui, è sempre stata una forma di esposizione radicale.
Quando arrivano i grandi film non indulge mai nel mito.
Smonta la leggenda.
Racconta le insicurezze sul set, la paura di non essere all’altezza, il rapporto complesso con Hollywood, che lo ha consacrato e allo stesso tempo soffocato.
Il successo non viene mai dipinto come un traguardo definitivo, ma come una forza ambigua, capace di isolare, confondere, allontanare dall’essenza dell’attore.
"Il padrino" appare come una scommessa rischiosa, “Serpico" come un corpo a corpo morale, “Quel pomeriggio di un giorno da cani” come un’esplosione di libertà e tensione.
Pacino racconta i set come luoghi di insicurezza, di paura di non essere all’altezza, di conflitti interiori più che di trionfi.
Hollywood, nel suo racconto, non è mai una meta, ma un ambiente estraneo, spesso ostile.
Il successo è descritto come una pesantissima corazza densa e piena di solitudine.
«Il successo non ti rende più sicuro, spesso ti rende soltanto più solo»¹, confessa con una sincerità disarmante.
È qui che il teatro torna a imporsi come necessità.
Sul palcoscenico, scrive Pacino, non è possibile mentire.
«Il teatro è il luogo in cui non puoi mentire, perché il pubblico respira con te»¹.
È una frase che potrebbe funzionare come manifesto artistico e che spiega perché, nonostante il cinema, Pacino abbia sempre sentito il bisogno di tornare alla scena.
E infatti il teatro occupa un posto privilegiato.
Pacino lo descrive come il luogo della verità assoluta, dell’incontro diretto con il pubblico, dell’irripetibilità.
Shakespeare, in particolare, è una presenza costante, quasi un maestro silenzioso che lo accompagna per tutta la carriera.
In queste pagine emerge il Pacino intellettuale, innamorato della parola, della musica del testo, del rischio della scena.
E poi accanto all’artista, Sonny Boy racconta l’uomo.
Le relazioni sentimentali, le scelte sbagliate, le dipendenze, le fughe.
Pacino non si assolve e non si accusa: registra.
La sua voce resta sempre asciutta, a volte persino brusca, come se avesse paura di indulgere troppo nel ricordo.
Non c’è autocommiserazione, ma nemmeno compiacimento.
C’è piuttosto uno sguardo disincantato, a tratti malinconico, su una vita vissuta sempre “a margine”, anche quando era al centro della scena.
L’arte, in questo senso, appare come una compagna gelosa, totalizzante, che non lascia molto spazio ad altro.
Eppure, tra le righe, emerge una malinconia persistente.
«Sono sempre rimasto quel ragazzo del Bronx che aveva paura di non farcela»¹, ammette, suggerendo che quella paura non sia mai scomparsa, ma si sia trasformata nel motore stesso della sua arte.
Lo stile del libro è diretto, orale, pieno di digressioni improvvise e ritorni ossessivi.
La traduzione italiana riesce a mantenere questa impressione di voce viva, non levigata.
Leggere “Sonny Boy” è un po’ come ascoltare Pacino raccontare la propria storia senza scaletta, lasciandosi guidare dall’emozione più che dalla cronologia.
Alla fine, Sonny Boy non è il resoconto di una carriera straordinaria, ma il ritratto di un’inquietudine che non si è mai spenta.
Non è un libro che cerca di spiegare Al Pacino, ma di seguirlo nel suo continuo tentativo di restare fedele a se stesso.
È il racconto di un uomo che, anche quando è diventato un’icona, non ha mai smesso di sentirsi un apprendista.
Chi cerca aneddoti scintillanti resterà forse spiazzato.
Chi invece ama il cinema come forma d’arte, e la recitazione come atto di verità, troverà in queste pagine una testimonianza rara, profonda e necessaria. “Sonny Boy” non è il bilancio di una carriera ma il racconto di una fame che non si è mai placata, quella che Diane Keaton aveva afferrato in pieno.
La ragione per cui l'aveva amato all'istante e per sempre.
Nota
¹ Al Pacino, Sonny Boy, trad. it. di S. Basso, Milano, La Nave di Teseo, 2023, pp. 76, 112, 198, 241.
Bibliografia
Pacino, Al. Sonny Boy. Traduzione italiana di Stefano Basso. Milano: La Nave di Teseo, 2023.
Strasberg, Lee. Il lavoro dell’attore su se stesso. Roma: Dino Audino, 2010.
Shakespeare, William. Amleto. A cura di Agostino Lombardo. Milano: Feltrinelli, 2016.
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