IL MATTINO
Cultura
21.01.2026 - 16:12
"Juste la fin du monde" di Jean-Luc Lagarce è un testo che non racconta un evento, ma l’attesa di un evento; non descrive una catastrofe, ma la vibrazione sotterranea di una fine già avvenuta nell’animo di chi parla.
È un ritorno che non è mai davvero un ritorno, una visita che si consuma prima ancora di compiersi.
Louis torna a casa per annunciare la propria morte imminente, ma ciò che realmente accade è l’impossibilità stessa di dirla, quella morte, e forse l’impossibilità di vivere fino in fondo la vita che resta.
Il tempo del dramma è sospeso, come se tutto si svolgesse in un unico respiro trattenuto.
Le parole non avanzano: girano, tornano indietro, si correggono, si negano. Lagarce costruisce un linguaggio che è già fallimento, che porta in sé la consapevolezza della propria insufficienza.
Ogni frase sembra chiedere perdono per esistere, ogni pensiero viene subito riformulato, come se dire fosse sempre già sbagliato. È un teatro della ripetizione, ma non per ridondanza: per disperazione.
Louis osserva la sua famiglia come si guarda un luogo da cui si è fuggiti troppo presto e troppo tardi allo stesso tempo.
La madre parla senza ascoltare, aggrappata a un’idea di famiglia che è più un rifugio mentale che una realtà condivisa.
Suzanne desidera una vicinanza che non ha mai avuto, una conoscenza che non può più nascere.
Antoine è la rabbia incarnata, l’urgenza di essere riconosciuto, il rancore di chi è rimasto mentre l’altro se n’è andato.
Catherine, infine, è il silenzio che prova a farsi ponte, ma che resta ai margini, come chi arriva sempre un attimo dopo.
Tutti parlano, ma nessuno comunica.
Le parole sono muri, non aperture. Il linguaggio, invece di avvicinare, separa; invece di chiarire, stratifica il malinteso.
Ed è proprio in questo accumulo di discorsi che si consuma la tragedia.
Louis non riesce a dire ciò che è venuto a dire perché gli altri non riescono ad ascoltare qualcosa che esca dal copione che hanno scritto per lui.
E forse neppure lui vuole davvero pronunciarlo. Forse il silenzio è una forma di protezione, l’ultimo gesto di controllo su una vita che sta per sfuggire definitivamente.
Il testo è struggente perché non concede catarsi.
Non c’è esplosione, non c’è rivelazione, non c’è redenzione.
La fine del mondo non avviene in scena: è già accaduta molto tempo prima, nel momento in cui i legami si sono irrigiditi, in cui l’amore si è trasformato in aspettativa, il dolore in abitudine.
La morte di Louis è quasi un dettaglio rispetto alla morte del dialogo, dell’ascolto, della possibilità di dirsi davvero.
Lagarce scrive un teatro dell’addio che non sa essere pronunciato.
Un teatro in cui il passato pesa più del presente e il futuro è già chiuso.
La vera tragedia non è morire, ma non riuscire a lasciare una traccia comprensibile di sé negli altri.
Louis se ne va così come è tornato: presente fisicamente, assente nel senso più profondo. E ciò che resta è un vuoto che nessuna parola, detta o taciuta, potrà colmare.
"Juste la fin du monde" è un lamento sommesso, una confessione che si spezza prima di arrivare al punto, un testo che ci costringe a guardare la fragilità delle nostre parole quotidiane. È la storia di una fine che non fa rumore, ma che continua a risuonare, lentamente, molto dopo l’ultima battuta.
* Nota a piè di pagina
La rappresentazione di Bernardo Casertano di "Just la fine du monde" alla Sala Sole di Napoli, il 21 gennaio alle 21, dove terrà anche un workshop teatrale nel fine settimana, sul personaggio di Lucignolo, il 24 e 25 gennaio, si colloca in una direzione sensibilmente diversa rispetto alla scrittura e alla rappresentazione di Jean-Luc Lagarce.
Lo spettacolo nasce come primo studio performativo e trasforma il testo di Lagarce in un’esperienza sonora e polifonica, costruita come l’ultimo concerto di un cantante: un addio al pubblico che si consuma nel tempo dell’ascolto.
Se in "Juste la fin du monde" il conflitto resta intrappolato nel linguaggio, continuamente rimandato, corretto, quasi sabotato dalla parola stessa, il lavoro di Casertano tende invece a riportare il nodo drammatico nel corpo dell’attore e nella relazione viva con lo spazio scenico.
Lagarce costruisce una drammaturgia dell’impotenza comunicativa, fatta di sospensioni e ripetizioni che scavano nell’assenza; Casertano, al contrario, lavora spesso sull’urgenza dell’atto teatrale, sulla presenza e sull’ascolto come strumenti per attraversare il conflitto piuttosto che eluderlo.
Ne risulta una differenza sostanziale: dove Lagarce mette in scena la paralisi emotiva e la fine come stato interiore già compiuto, l’approccio di Casertano si orienta verso un teatro che cerca ancora la possibilità dell’incontro, del rischio e di una trasformazione che avviene qui e ora, nel tempo concreto della scena e della formazione.
Sala Sole – Spazio di Teatro
Vico Freddo alla Rua Catalana – Napoli
Venerdì 23 gennaio 2026
Ore 21.00
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