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18.01.2026 - 11:51
Ventisei anni dopo la morte di Bettino Craxi, Hammamet torna a essere luogo di riflessione più che di polemica. Nella città tunisina che accolse l’ultimo periodo della vita dell’ex presidente del Consiglio, il cuore socialista di Gianni Pittella ha reso omaggio a una delle figure più controverse e, al tempo stesso, più rivalutate della storia politica italiana del Novecento. «Hammamet non è solo il luogo dell’ultimo approdo; è uno specchio», scrive Pittella in un post sui social. Uno specchio che costringe a guardare alla politica con meno slogan e più profondità, alle responsabilità senza rimozioni ma anche alla dignità di chi, fino all’ultimo, ha rivendicato il proprio ruolo nella storia del Paese. Il tempo, secondo l’ex vicepresidente del Parlamento europeo, consente oggi di separare il giudizio storico dalla polemica contingente, restituendo un profilo più nitido di Craxi come leader e statista.
Al centro della riflessione di Pittella c’è soprattutto la politica estera craxiana, letta come esercizio di orgoglio e autonomia nazionale dentro le alleanze. Craxi non mise mai in discussione il collocamento occidentale dell’Italia né il legame atlantico, ma respinse con decisione l’idea che l’alleanza dovesse tradursi in sudditanza. La crisi di Sigonella del 1985 resta, in questa chiave, il simbolo più evidente: la difesa della sovranità italiana di fronte agli Stati Uniti come affermazione di credibilità internazionale fondata sul rispetto reciproco, non sulla deferenza. Una lezione che, osserva Pittella, appare sorprendentemente attuale. Ma c’è un secondo tratto della leadership di Craxi che merita di essere ricordato e che spesso è stato rimosso: il sostegno concreto ai dissidenti dei regimi autoritari. Un impegno che andava oltre le dichiarazioni di principio e si traduceva in gesti politici, reti di protezione, solidarietà operativa.
Craxi fu tra i leader europei che compresero prima di altri che la libertà non si promuove con l’imposizione militare, ma aiutando la democrazia a respirare dove è repressa. Una convinzione che lo portò a sostenere le opposizioni democratiche soffocate da dittature militari o ideologiche, dall’Est europeo ad altri contesti segnati dalla repressione. Guardando all’attualità, Pittella richiama esplicitamente la situazione dell’Iran, dove donne e giovani sfidano un regime teocratico pagando un prezzo altissimo. In questo scenario l’approccio craxiano torna ad interrogare l’Europa e l’Occidente: neutralità morale, equidistanza diplomatica e silenzi prudenti non sono realismo politico, ma rinuncia. Sostenere i dissidenti non significa provocare guerre, ma scegliere da che parte stare quando la libertà ha un costo. «Vent’anni, trent’anni passano. Restano le domande», scrive Pittella. E forse proprio ad Hammamet emerge con maggiore chiarezza che la memoria non è esercizio nostalgico, ma un dovere verso la verità nella sua interezza. A ventisei anni dalla scomparsa, Bettino Craxi non è una figura archiviata: resta un leader che continua a dividere, ma anche uno statista sempre più oggetto di una rivalutazione storica, persino da parte di chi un tempo lo aveva superficialmente dileggiato.
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