IL MATTINO
Profili
14.01.2026 - 17:00
La scomparsa di Valeria Fedeli offre l’occasione per interrogarsi non solo su una carriera politica, ma su un metodo di selezione della classe dirigente che da decenni segna la vita pubblica italiana.
Valeria Fedeli è stata, prima di tutto, una figura eminentemente politica.
Non una tecnica, non un’intellettuale prestata alla cosa pubblica, ma una militante di lungo corso, cresciuta nella tradizione sindacale e poi trasportata, quasi per naturale osmosi, nei gangli della rappresentanza istituzionale.
In questo senso, il suo profilo è esemplare, non tanto per ciò che ha fatto, quanto per ciò che rappresenta.
La Fedeli è il prodotto coerente di un sistema che in Italia ha spesso confuso la gestione del potere con la gestione delle competenze, e che ha elevato la fedeltà di partito a criterio supremo di selezione della classe dirigente.
Il suo stile politico è sempre stato asciutto, assertivo, rigidamente ideologico.
Non ha mai dato l’impressione di volere sedurre o convincere, piuttosto di dover presidiare. Presidiare un’idea di Stato, una linea politica, un’identità collettiva ereditata dal Novecento, fatta di parole d’ordine, di schieramenti netti, di una visione del conflitto sociale che spesso sembrava parlare più al passato che al presente. In questo c’è una sua coerenza, quasi una forma di onestà: non ha mai finto di essere altro da ciò che era.
Ma è proprio questa coerenza, granitica e impermeabile, ad averne mostrato tutti i limiti quando si è trattato di governare ambiti che avrebbero richiesto ascolto, profondità culturale e una certa dose di dubbio.
Quando si osserva il suo percorso istituzionale, emerge una caratteristica costante, l’assenza di una vera dimensione culturale nel senso largo del termine.
Non cultura come titolo di studio o certificazione formale, terreno su cui si è già discusso fin troppo, ma cultura come capacità di maneggiare la complessità, di accettare l’ambiguità, di comprendere i processi lunghi.
La Fedeli ha sempre parlato il linguaggio della piattaforma politica, mai quello della riflessione. Più dirigente che pensatrice, più funzionaria che interprete del tempo presente.
Ed è qui che il discorso inevitabilmente si allarga. Perché la Fedeli, in realtà, non è un’anomalia, è una regola.
È una figura perfettamente compatibile con il modo scellerato, approssimativo e spesso irresponsabile con cui in Italia si sono scelti, e si scelgono, i ministri che dovrebbero occuparsi di cultura, istruzione, patrimonio simbolico del Paese. Ambiti che richiederebbero visione, sensibilità storica, competenza profonda e una frequentazione autentica del mondo intellettuale, e che invece vengono trattati come caselle da riempire in un risiko di correnti, equilibri interni e compensazioni politiche.
Il Ministero dell' Istruzione (e prima ancora quello dei Beni Culturali) è stato troppo spesso considerato un dicastero “gentile”, non strategico, buono per figure di transizione, per politici a fine corsa o per fedelissimi da premiare.
Raramente è stato pensato come il cuore pulsante di un Paese che vive (o dovrebbe vivere) di memoria, arte, paesaggio, produzione simbolica.
La cultura, in Italia, viene celebrata come retorica e ignorata come pratica.
E di conseguenza, chi la amministra non deve necessariamente capirla, basta che non faccia danni e che rispetti gli equilibri.
La Fedeli incarnava perfettamente questa logica.
La sua parabola mostra come si possa arrivare a guidare settori cruciali della vita pubblica senza una vera intimità con ciò che si governa. È il trionfo dell’approccio amministrativo sull’approccio culturale, del linguaggio sindacale su quello pedagogico, della disciplina politica sull’immaginazione.
Un modello che ha prodotto ministri spesso incapaci di articolare una visione, di parlare agli operatori culturali, di comprendere la specificità del lavoro intellettuale.
Il cinismo, a questo punto, è quasi inevitabile. Perché non si tratta di errori occasionali, ma di un metodo.
Un metodo che ha trasformato la cultura in un accessorio, e i suoi ministri in figure opache, raramente memorabili, spesso intercambiabili. Figure che passano senza lasciare traccia, se non nei comunicati stampa e nelle polemiche contingenti.
La Fedeli, con il suo piglio duro e la sua grammatica politica novecentesca, è stata una di queste tracce deboli.
Più simbolo di un sistema che protagonista di un cambiamento.
E forse il ritratto più lucido è proprio questo: Valeria Fedeli non è stata “inadatta” in senso assoluto, è stata perfettamente adatta a un Paese che da decenni non sa cosa farsene davvero della cultura, se non come ornamento identitario.
Un Paese che affida i suoi tesori e la sua scuola non ai migliori interpreti del sapere, ma ai più affidabili interpreti del potere.
E finché questo meccanismo resterà intatto, la Fedeli continuerà a sembrare non un errore, ma una scelta logica.
Cinica, certo ma coerente.
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