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Analisi

Il moralismo come strumento di lotta politica

Il moralismo come strumento di lotta politica

Il problema è di cultura politica e di qualità della politica e delle classi dirigenti. Provo a ricordare, in primo luogo a me stesso, cosa è successo a partire da Tangentopoli. L’ho scritto tante di quelle volte che avrei voluto evitare; siccome però ho rispetto per tutti e il confronto democratico per me è la regola, lo scriverò di nuovo. La cosiddetta “malfamata” Prima Repubblica, o per dirla con lo storico Pietro Scoppola la “Repubblica dei partiti”, è stata oggetto di un attacco politico pienamente inscritto nel sistema economico. Furono gli stessi imprenditori a denunciare alla magistratura il pagamento delle “tangenti”; in presenza dell’obbligo dell’azione penale, si avviarono inchieste che di fatto distrussero un’intera classe politica. Il vero obiettivo, però, non era la corruzione in quanto tale, bensì l’annientamento della Prima Repubblica e della democrazia rappresentativa fondata sui partiti.
A partire dagli anni Novanta, i luoghi della rappresentanza politica democratica sono stati progressivamente demoliti. Oggi i partiti non esistono più: esistono cartelli elettorali di proprietà del leader. L’attività politica si è trasformata in un’attività imprenditoriale. Le culture politiche sono scomparse, o meglio ne è rimasta una sola: quella neoliberale.
Il finanziamento pubblico dei partiti è stato abolito, ma al contempo è stata di fatto legalizzata la tangente, oggi ridefinita come liberalità e resa fiscalmente detraibile. È stato cancellato il pluralismo delle idee: non esistono più centri studi legati ai partiti, giornali e riviste di partito, luoghi di elaborazione collettiva. Tutto è stato ricondotto al mercato, configurando una condizione di pieno totalitarismo culturale. Questo è il quadro per quanto riguarda la qualità della democrazia.
Sul piano delle politiche economiche, il moralismo – che nulla ha a che vedere con l’etica pubblica – è stato utilizzato come strumento per svendere gli asset pubblici strategici, a partire dalle privatizzazioni. La sanità è stata aziendalizzata: è francamente ridicolo parlare di “aziende sanitarie”. Il concetto stesso di azienda implica che la sanità non sia più un diritto sociale universale, ma un bene da acquistare sul mercato. Una simile impostazione comporta che chi non dispone di risorse sufficienti sia costretto a rivolgersi esclusivamente alla sanità pubblica, mentre chi può permetterselo accede a quella privata anticipando la spesa, che successivamente porta in detrazione. Non solo: con l’introduzione del welfare aziendale, i rinnovi contrattuali finiscono per finanziare indirettamente la sanità privata. La riforma del Titolo V della Costituzione ha ulteriormente aggravato la situazione, delegando alle Regioni una serie di materie fondamentali. Queste operano in regime di concorrenza come veri e propri sistemi economici territoriali, vincolati al rispetto dei bilanci, producendo disuguaglianze strutturali che si riversano direttamente sui cittadini. A partire dagli anni Novanta, il moralismo è stato dunque utilizzato per orientare in senso neoliberale il sistema economico italiano. Questa trasformazione si è tradotta in un aumento delle disuguaglianze e in una riduzione dei diritti sociali. La moralizzazione non ha introdotto etica pubblica; al contrario, la corruzione in Italia è cresciuta. Il moralismo ipocrita viene oggi utilizzato da carrieristi della politica, privi di scrupoli e incapaci di risolvere i problemi reali, per costruire consenso personale facendo leva sulla disperazione delle persone. Il moralismo è, per sua natura, antidemocratico. Trasmissioni come Le Iene non svolgono una funzione civica: hanno come unico obiettivo la vendita di un prodotto a un segmento di mercato. Ma il mercato non è l’equivalente della democrazia. Il punto, in conclusione, non riguarda le indennità, ma le politiche portate avanti ormai da anni. Si tratta di politiche neoliberali, dalle quali nemmeno il Movimento 5 Stelle si sottrae. Invocare l’efficienza del sistema significa, ancora una volta, chiedere una più radicale applicazione del paradigma neoliberale. L’“onestà” elevata a slogan politico è di una pochezza senza pari. Onesti dovremmo esserlo tutti, indipendentemente dal ruolo e dalle funzioni. L’onestà viene sbandierata per alzare il prezzo della trattativa con quell’establishment del quale, in realtà, si ambisce a far parte. Le questioni che attanagliano la Basilicata sono tutte evidenti, davanti a una popolazione lucana sempre più povera e sempre più anziana. Dopo Tangentopoli, la Repubblica avrebbe dovuto essere rifondata salvaguardando l’integrità dello Stato. Sarebbe stato necessario mantenere in capo al governo centrale quelle materie che non possono essere delegate alle Regioni perché attengono al bene comune: la sanità, l’istruzione, il trasporto pubblico, l’ambiente, le infrastrutture. Il sistema politico andava riformato non distruggendo il sistema dei partiti, ma dando piena attuazione all’articolo 49 della Costituzione e regolamentando in modo trasparente il finanziamento pubblico. Tornando, infine, alle questioni lucane, appare del tutto evidente che il moralismo come strumento di lotta politica non è altro che uno scontro tra consorterie, privo di qualsiasi prospettiva per il futuro.

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