IL MATTINO
Società
12.01.2026 - 16:15
L’avvio del nuovo anno dovrebbe profumare di inizi e gioia. Tuttavia, sulla scia di quanto fatto in occasione del Natale, anche stavolta preferisco volgere lo sguardo altrove parlando di una condizione che riguarda una parte crescente della popolazione: la solitudine. Potrebbe sembrare un controsenso visto che viviamo nell’epoca più connessa della storia, eppure questo stato è diventato un compagno silenzioso per milioni di persone, qualcosa che non arriva mai all’improvviso ma si insinua nei gesti quotidiani, nei silenzi che non sappiamo più riempire. Come siamo arrivati fin qui? Trattandosi di un tema delicato, per comprenderne la portata, ho chiesto il supporto della dottoressa Assunta Basentini, psicologa clinico-forense. Questa la nostra chiacchierata di qualche settimana fa.
Dottoressa, siamo nel pieno delle festività natalizie e pertanto essere felici ed in compagnia sembra obbligatorio. Mi chiedo però come trascorrano queste giornate le persone “sole”. Non mi riferisco all’isolamento fisico ma a tutti coloro per cui vivere significa essere schiacciati da un macigno difficile da reggere. Immagino che in questo periodo si sentano ancora di più ai margini.
«In realtà non è proprio così perché le festività aiutano ad accendere una luce e pertanto in questi giorni si parla, più che in altri, di solitudine, fragilità e difficoltà. Sembra un’anomalia ma in questo periodo c’è una maggior attenzione e sensibilità».
La solitudine è stata definita la nuova pandemia. Quali sono le cause e quali fasce della popolazione maggiormente colpite?
«Purtroppo tutte. La novità, anche se ormai non lo è più, è che la fascia maggiormente esposta è quella dei bambini e degli adolescenti perché vivono un disagio profondo. La causa principale è che sono assolutamente soli anche se circondati, apparentemente, da mille attenzioni e strumenti per essere in contatto con il mondo, tra cui i social. Ciò che viene meno è una solidità affettiva, un’affidabilità. Non è un problema di attenzione mancata perché molte volte sembra essere addirittura eccessiva ma è una questione di rispetto per quello che l’adolescente è: un ragazzino che sta crescendo con le sue istanze di maturità. Noi adulti invece diamo per scontato che, essendo tutti standardizzati a livelli di apparente benessere, debbano essere sempre all’altezza. Spesso però non sono in linea con le nostre istanze e questo genera un senso di chiusura e negazione che potrebbe portarli, con il trascorrere dei giorni, anche a decisioni estreme. Non è un caso che tra gli adolescenti i disturbi psichiatrici siano aumentati tantissimo. Abbiamo una popolazione giovanile che è in una situazione di patologia mentale rilevante. Oggi l’80-90% dei ragazzi che finiscono nel circuito penale da minorenni presentano disturbi psichiatrici importanti che richiedono trattamenti clinici. Questo è il quadro ed è abbastanza uniforme in tutto il Paese. Il fatto che ci siano zone franche e che magari i contesti più piccoli siano protetti, è una fantasia degli adulti. A riprova di ciò, c’è il fatto che anche nei nostri borghi lucani, il disagio giovanile è forte, esiste tanta solitudine nei ragazzi e questo sfocia in un ricorrere molto precoce all’alcol e alle droghe. Su queste difficoltà gli adulti, genitori in primis, o fanno finta di non aver capito oppure, pur capendo, fanno spallucce per evitare discussioni. Esiste quindi un problema importante di percezione, consapevolezza ed adeguatezza genitoriale nel gestire l’emergenza dei ragazzi. Su questo naturalmente entra in gioco il sistema famiglia che negli ultimi 20 anni si è completamente trasformato e non presenta più le caratteristiche di solidità ed attenzione educativa che aveva un tempo verso i figli. Oggi c’è un’attenzione alle cose materiali, non al benessere e all’educazione, è questo il problema reale. Le famiglie fino a qualche decennio fa avevano una prerogativa fondamentale: essere un contesto normativo oltre che affettivo. L’educazione deve avere degli aspetti di rigidità, una cosa o è bianca o è nera. Per molti genitori oggi dire di no significa traumatizzare, pensano di essere nel giusto mettendosi alla pari con i figli, a cominciare dal look. Questo genera un clima confusivo che non aiuta i ragazzi a strutturarsi. Il disagio quindi è notevole e sfocia in condotte aggressive, violente, nel bullismo. Tutti parliamo del bullismo come se fosse un virus quando invece è la conseguenza di tutto quello che è venuto meno nel processo educativo. L’assenza di regole nel contesto familiare, produce delle conseguenze in ambito scolastico perché gli insegnanti faticano ad interagire con i ragazzi ricorrendo ad un linguaggio di tipo normativo non essendo stato acquisito in famiglia».
Finora ci siamo soffermati sulla solitudine degli adolescenti. Qual è la situazione degli adulti?
«Il disagio colpisce anche loro e quando viene negato e non affrontato si manifesta con il ricorso alla dipendenza sotto varie sfaccettature: alcol, droga, comportamenti alimentari malati come anoressia o bulimia con tutta una serie di connotazioni psichiatriche che colpiscono sia il sesso femminile che maschile. Queste sono le strade che alla fine purtroppo si percorrono se non si interviene sul benessere delle persone».
Come si interviene sugli adulti? Immagino che il percorso debba essere volontario ed essendo il tema ancora condizionato dai pregiudizi, penso che sia ancora più difficile intercettarli.
«I casi che si riescono ad intercettare sono quelli da sostanze perché si apre uno scenario che implica maggiore attenzione. Rimane comunque un sommerso rispetto al quale non è facile intervenire. Più cresce l’abuso, più scema la consapevolezza e la volontà di farsi aiutare. Se si viene intercettati all’inizio c’è qualche speranza anche perché la cura rispetto a questo tipo di patologie non è una passeggiata, è un percorso duro, difficile e quindi molti adulti, ma lo stesso discorso vale anche per i ragazzi, non hanno la volontà o la forza per intraprenderlo. Un percorso che d’altronde deve essere volontario, non può essere coercitivo soprattutto perché si è talmente dentro la trappola da non accorgersene e convincersi di poter smettere quando si vuole».
Possiamo quantificare i costi?
«L’accesso alle comunità dove intraprendere sia il percorso sanitario che psicologico, è gratuito. Bisogna seguire un iter che parte dal medico di base».
Facendo un riepilogo di quanto detto finora, riusciamo ad individuare delle “tendenze”?
«Primo l’abbassamento dell’età in cui si manifestano i problemi, con adolescenti molto a rischio. I genitori ritengono che i figli debbano essere all’altezza, in primis economica, degli altri. Non stupisce pertanto se a 13-14 anni, gli adolescenti fumano le sigarette elettroniche che hanno un costo importante per quell’età. Il problema però è che sta crescendo una generazione di disadattati, di ragazzi che si proiettano nella violenza perché lì trovano dei modelli. Il paradosso è questo: non sono violenti perché nascono così, lo diventano perché a quell’età hanno bisogno di riferimenti ed un riferimento a portata di mano, semplice e veloce, è identificarsi con il ragazzo bullo violento che gira con il coltello. Facendo riferimento alla mia esperienza clinica il “tema importate” è quello della responsabilità. Andiamo sul concreto: consentire l’uso e l’abuso del telefonino ai bambini dai 6-7 anni, rappresenta un rischio ed un danno rilevante , anche quando i genitori ritengono di averlo reso sicuro. Il telefonino può diventare il luogo per le chat tra ragazzine e pedofili che si spacciano per loro coetanei oppure il mezzo tramite cui organizzare serate in discoteche in cui le adolescenti vengono avviate alla prostituzione. Sto facendo riferimento a dei casi limite per sottolineare ancora una volta quanto sia importante il ruolo del genitore che deve essere una sentinella del figlio che cresce. Se la sentinella si addormenta, può succedere di tutto perché c’è qualcosa di importante e di grosso che a noi adulti sfugge».
Come sempre la chiusura dell’anno è l’occasione per tracciare un bilancio. Facendo un confronto tra l’anno appena trascorso ed i precedenti, qual è la sua valutazione?
«Il bilancio del 2025 rispetto al passato è peggiorativo nelle diverse fasce della popolazione a cominciare dai ragazzi. C’è un aumento del disagio minorile che sfocia in comportamenti violenti, depressione, tentativi di suicidio. Per quanto riguarda gli adulti il problema non cambia, c’è una fetta della popolazione che ha difficoltà a vivere in una situazione di benessere. Sussiste questo disagio esistenziale, un dolore dell’anima che colpisce chi più chi meno, chi in un modo chi nell’altro e che dipende da tanti fattori. E’ cambiata la struttura del nostro sistema sociale e torno nuovamente alle famiglie che non hanno più la consistenza e la solidità di prima. Il 70-80% delle coppie che arrivano al matrimonio, si separano e questo comporta varie conseguenze, sia sulla loro pelle di adulti che soprattutto sulle nuove generazioni. Non se ne parla ma questa è una tragedia. Si cerca di minimizzare parlando di “separazioni tranquille” che però non esistono, è un ossimoro. I ragazzi che vivono la separazione dei genitori, subiscono un trauma ed un dolore che rimane per tutta la vita a cui se ne aggiungono altri. Dal punto di vista del benessere fisico e psichico la situazione generale è molto inficiata da tutta una serie di difficoltà ed emergenze per le quali non ci sono risposte precise perché in molti casi le istanze restano nel sommerso. Il grosso tema nel quale ci dibattiamo e che spesso non riconosciamo è che la solitudine è la nuova pandemia che ha colpito trasversalmente tutti i ceti sociali, tutte le età. Prima c’era un’umanità più tangibile; adesso i bambini hanno difficoltà a relazionarsi tra loro, idem per adulti ed anziani. E’ una società che sviluppa malessere a livello esistenziale perché abbiamo tutto ma non abbiamo la giusta carica emotiva ed affettiva che ci fa sentire vicini agli altri».
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