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Moonage Daydream: la mente mutante di David Bowie

Moonage Daydream: la mente mutante di David Bowie

"Moonage Daydream" non è un documentario su David Bowie nel senso tradizionale del termine ma è un’esperienza mentale, un flusso di coscienza audiovisivo che assomiglia a un sogno lucido. Non si apre come un racconto, ma come una soglia. Non chiede di essere capito, bensì attraversato.
Fin dai primi fotogrammi è chiaro che ciò che sta per dispiegarsi non appartiene al territorio rassicurante della biografia, ma a quello instabile dell’esperienza interiore. David Bowie non viene presentato, emerge.
La sua voce, slegata dal tempo, guida lo spettatore dentro un paesaggio mentale in cui identità, memoria e creazione si dissolvono e si ricompongono senza mai fissarsi davvero.
Brett Morgen costruisce il film come se entrassimo direttamente nella psiche di Bowie, non per spiegarla, ma per abitarla.
Non ci sono “testimonianze”, non c’è cronologia ordinata, non c’è la rassicurante struttura nascita/successo/declino.
C’è invece una mente in costante mutazione, una voce che riflette sul tempo, sull’identità, sull’arte come necessità vitale.

Bowie come stato mentale

Il Bowie di "Moonage Daydream" non è tanto una persona quanto un processo. Il film insiste su un’idea fondamentale: l’identità non è qualcosa da trovare, ma da creare e distruggere continuamente.
Bowie parla spesso del “non attaccamento”, concetto vicino al buddhismo, e questo diventa la chiave psicologica dell’intera opera.
Ziggy Stardust, Aladdin Sane, il Duca Bianco, l’uomo berlinese, l’artista maturo degli anni Novanta e Duemila, non sono maschere per nascondersi, ma strumenti per non rimanere intrappolati.
Psicologicamente, Bowie appare come qualcuno che ha compreso molto presto che il sé è instabile.
Invece di temerlo, lo ha trasformato in metodo creativo.
Il film mostra come questa instabilità non fosse solo estetica, ma esistenziale.
Bowie osserva il mondo con una distanza quasi aliena, come se fosse sempre leggermente fuori asse rispetto alla realtà.
È proprio questo “scarto” che gli permette di vedere prima degli altri.

Il montaggio come coscienza 

Il montaggio di "Moonage Daydream" è centrale: immagini di concerti, interviste d’epoca, animazioni, cinema sperimentale, arte contemporanea, esplosioni cosmiche e città che collassano si fondono in un unico flusso.
È come se la mente di Bowie fosse costantemente attraversata da stimoli multipli, senza gerarchie.
Questo rispecchia la sua curiosità onnivora: letteratura (Burroughs, Orwell), pittura (espressionismo tedesco), cinema (Kubrick, Lang), teatro, moda.
Il film non ti dice “questo è Bowie”, ma ti chiede di sentirlo.
Ed è qui che emerge il lato psicologico più potente.
Bowie non viene analizzato, ma messo in risonanza con lo spettatore. Guardandolo, sei costretto a confrontarti con la tua idea di identità, con la paura del cambiamento, con il tempo che passa.

La musica come architettura emotiva 

La musica in "Moonage Daydream" non è accompagnamento, è struttura portante. I brani vengono smontati, ricostruiti, stratificati in modo quasi sinfonico. “Space Oddity”, “Heroes”, “Life on Mars?”, “Ashes to Ashes”, “Sound and Vision”, “Hallo Spaceboy” diventano paesaggi interiori.
Bowie ha sempre usato la musica come linguaggio emotivo prima ancora che narrativo. Negli anni ’70 il glam non era solo provocazione: era una risposta a un mondo che stava perdendo certezze.
Ziggy Stardust nasce in un’epoca di crisi energetica, guerra fredda, fine delle utopie sessantottine.
È un messia alieno perché l’umanità sembra aver bisogno di qualcosa che venga da fuori.
Negli anni berlinesi (Low, “Heroes”, Lodger), la musica si fa frammentata, fredda, introspettiva. "Moonage Daydream" sottolinea quanto questo periodo sia stato una rinascita psicologica. Bowie fugge da Los Angeles, dalla cocaina, da una fama che lo stava divorando.
Berlino diventa uno spazio mentale prima che geografico: un luogo di ricostruzione, di silenzio, di disciplina.

La carriera come metamorfosi continua

Il film mostra chiaramente che Bowie non ha mai cercato la coerenza, ma la verità del momento.
Negli anni ’80 abbraccia il pop, consapevole del compromesso, ma anche del potere comunicativo.
Negli anni ’90 sperimenta con l’industrial, l’elettronica, Internet, quando molti suoi coetanei si limitano a vivere di nostalgia. Bowie è ossessionato dal futuro, non per dominarlo, ma per dialogarci.
Questa tensione verso il futuro è profondamente psicologica.
Bowie sembra temere più la stagnazione che la morte.
In "Moonage Daydream" emerge un uomo che accetta la finitezza, ma rifiuta l’immobilità.
L’arte diventa quindi un esercizio di sopravvivenza spirituale.
Un film sulla vita, non su una leggenda
Ciò che rende "Moonage Daydream" così potente è che, pur celebrando una figura iconica, evita la mitizzazione vuota.
Bowie appare fragile, confuso, spesso incerto. Dice apertamente di non sapere cosa stia facendo, di procedere per intuizioni.
Questo lo rende umano, e paradossalmente ancora più straordinario.
Il film si chiude (idealmente, più che narrativamente) su un’idea semplice e radicale: la vita è impermanente, e proprio per questo va vissuta come un’opera d’arte in continuo divenire.
Bowie non offre risposte, ma un metodo: osservare, assorbire, cambiare.
"Moonage Daydream" non è solo un film su David Bowie, è un invito a pensare l’identità come qualcosa di fluido, la creatività come atto di coraggio, e la musica come uno spazio in cui il caos può diventare bellezza.
Dopo averlo visto, Bowie non sembra più una rockstar, sembra una possibilità.

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