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Racconti del 31 dicembre: una statigrafia di tentativi

Racconti del 31 dicembre: una statigrafia di tentativi

Questo testo riunisce tre scene che avvengono nello stesso giorno, il 31 dicembre, in luoghi diversi.
Non sono collegate da una trama, ma da una pratica comune: osservare, misurare, lasciare una traccia.
In ciascun luogo qualcuno registra ciò che accade senza attribuirgli un significato definitivo, senza trasformarlo in evento o in simbolo.
Il racconto è costruito come una stratigrafia: le parti non si spiegano a vicenda, si depositano.
Insieme compongono un’unica narrazione del presente, inteso non come svolta o catastrofe, ma come condizione in atto.
Non si tratta di prevedere il futuro né di ricostruire il passato, ma di fissare un punto, qui, ora, questo è il livello raggiunto.

31 dicembre 

Il 31 dicembre l’isola sembrava trattenere il respiro.
Non era grande: una gobba di basalto e sabbia, un arco di scogli a proteggere una baia lattiginosa, qualche chilometro quadrato di vento e sale nel mezzo del mare.
Un tempo era stata segnata sulle carte come “disabitata”, poi come “riserva”, poi come “zona di monitoraggio”.
Ogni nome aveva cancellato il precedente, come se bastasse rinominare per dominare.
Ora, alla fine dell’anno, l’isola restava lì, indifferente alle definizioni, con le sue capre inselvatichite, i fichi d’India gonfi d’acqua salmastra e le antenne arrugginite che spuntavano dalla collina come ossa di un animale estinto.
Marta era arrivata all’alba, sull’ultimo battello dell’anno. Il motore aveva tossito a lungo prima di spegnersi, e il marinaio le aveva detto che non sarebbe tornato prima del due gennaio, se il mare lo permetteva.
Lei aveva annuito, come se non aspettasse altro.
Era venuta apposta per restare sola quando il calendario si sarebbe girato, per ascoltare il passaggio da un anno all’altro senza fuochi artificiali, senza conto alla rovescia, senza brindisi.
Aveva con sé uno zaino, un taccuino, una radio a manovella e un sensore di temperatura che registrava dati ogni ora.
Era una climatologa, o almeno lo era stata.
Ora diceva di sé che “raccoglieva storie del clima”, come se i numeri non bastassero più. L’isola era uno dei suoi luoghi simbolo.
Qui, negli anni Cinquanta, era stato costruito un piccolo avamposto militare; negli Ottanta, una base scientifica; negli anni Dieci, un progetto turistico mai decollato.
Ogni fase aveva lasciato residui: cisterne vuote, cavi sotterranei, fondamenta invase dalle piante.
L’ Antropocene non era un’epoca: era una stratigrafia di tentativi.
Il sentiero che saliva verso l’interno era segnato da pali di plastica scoloriti. Camminava piano, per non scivolare sulle alghe secche portate fin lassù dalle mareggiate.
Il mare, sotto, non era più del blu compatto che ricordava da bambina: aveva chiazze verdi, filamenti marroni, una schiuma irregolare che pareva respirare. Ogni tanto un gabbiano si tuffava e riemergeva subito, come se l’acqua pungesse.
Arrivò alla vecchia stazione di rilevamento poco prima di mezzogiorno. Il tetto era crollato da un lato, ma una stanza era ancora in piedi.
Sistemò lì le sue cose, aprì il taccuino e scrisse la data: 31 dicembre. Sotto aggiunse: “Temperatura dell’aria: 18,7 °C”, troppo alta per la stagione".
Passò il pomeriggio a esplorare.
Trovò una tartaruga morta incastrata tra le rocce, il carapace segnato da un anello di plastica. Trovò anche una pozza d’acqua dolce che resisteva all’evaporazione, alimentata da una falda sotterranea: intorno crescevano felci improbabili, come un frammento di un altro clima.
Fotografò tutto, ma senza urgenza.
Non doveva consegnare nessun rapporto.
Al tramonto il cielo si tinse di un arancione denso, quasi artificiale. Marta pensò agli incendi lontani, alle polveri che viaggiavano per continenti interi. Anche quell’isola remota respirava aria di città che non aveva mai visto.
Si sedette su uno scoglio e accese la radio.
Le notizie parlavano di record: l’anno più caldo, l’ennesimo.
Una voce elencava cifre come fossero estrazioni del lotto.
Spense.
Quando scese la notte, l’isola cambiò ritmo.
I rumori umani lasciarono spazio a suoni più antichi: il mare che batteva come un cuore irregolare, il vento tra le piante, il verso rauco delle capre.
Accese una lampada a dinamo e preparò una cena semplice.
Non aveva portato vino.
Alle undici e cinquanta uscì di nuovo.
Il cielo era limpido, trapunto di stelle che nelle città non si vedevano più.
I satelliti le attraversavano la testa, invisibili ma presenti, e i detriti orbitavano come un secondo anello intorno al pianeta.
Alle undici e cinquantanove guardò il sensore: continuava a registrare, indifferente al simbolismo umano.
Iniziò a contare da sola, sottovoce.
Non per festeggiare, ma per segnare il momento.
Quando arrivò a zero, non accadde nulla.
Nessun boato, nessuna luce improvvisa.
Solo un’onda un po’ più forte delle altre che si infranse contro la scogliera.
Sentì una stretta al petto, una commozione senza oggetto preciso. Era entrato un nuovo anno, ma l’isola restava lì, e allo stesso tempo non lo era più: l’erosione avanzava di millimetri, il mare si scaldava di frazioni di grado, le specie si spostavano lentamente, come un popolo in migrazione.
Si sedette a terra e scrisse ancora.
Scrisse dell’isola come di un organismo ferito ma vivo. Scrisse che l’Antropocene non era solo distruzione, ma anche memoria: ogni rifiuto era un messaggio in bottiglia lasciato ai futuri abitanti del pianeta, umani o no. Scrisse che forse il compito non era salvare la Terra, ma imparare a restare, a occupare meno spazio, a lasciare tracce che potessero essere riassorbite.
Verso l’una di notte il vento cambiò direzione.
Portava odore di pioggia.
Si rifugiò nella stazione e chiuse gli occhi.
Sognò l’isola sommersa, poi l’isola deserta, poi l’isola coperta di foreste. In ogni sogno, l’isola esisteva senza chiederle permesso.
All’alba del primo gennaio la pioggia arrivò davvero.
Gocce grandi, calde, che lavarono la polvere dalle foglie e tracciarono rivoli sulla roccia nera.
Uscì e lasciò che l’acqua le bagnasse il viso.
La pioggia conteneva particelle di plastica, residui di combustioni lontane, sale evaporato da mari più caldi.
Eppure era pioggia, e bastava.
Guardò l’orizzonte, in attesa di nulla.
L’isola, il mare, il cielo continuarono a fare ciò che avevano sempre fatto: cambiare.
E in quel cambiamento silenzioso, Marta sentì una forma di speranza non urlata, non risolutiva, ma ostinata come la vita che cresce tra le crepe del cemento.


Linea di riva

La spiaggia non era più dove le mappe dicevano che fosse.
Ogni inverno arretrava di qualche metro, e ogni estate qualcuno ridisegnava i confini con corde e paletti, come se il mare potesse essere convinto a fermarsi.
Paolo lavorava per il comune. Non come ingegnere, non come decisore: era uno di quelli che misuravano. Ogni mattina percorreva la linea di riva con un GPS, segnava coordinate, scattava fotografie sempre uguali. Stesso punto, stessa altezza, stesso angolo.
Il suo compito era dimostrare ciò che tutti già sapevano.
Un tempo, sulla spiaggia, c’era un parcheggio. Poi una fila di bar. Poi solo le fondamenta.
Ora restavano pezzi di asfalto che affioravano dalla sabbia come squame, e pali della luce piantati in acqua bassa, accesi la notte per nessuno.
Aveva imparato a riconoscere gli oggetti portati dal mare: tappi, accendini, sandali spaiati, un frigorifero intero una volta.
Non li raccoglieva più.
Li lasciava lì, parte del paesaggio.
Anche quello era un tipo di archivio.
Quel giorno il vento era fermo e l’acqua insolitamente calda.
Paolo si tolse le scarpe e camminò fino alle caviglie. Pensò a suo figlio, che aveva cinque anni e già sapeva cosa fosse l’innalzamento del livello del mare, anche se non sapeva ancora allacciarsi bene le scarpe.
Misurò.
Fotografò.
Registrò.
Poi restò fermo qualche minuto di troppo, fuori protocollo.
L’onda arrivò lenta, senza forza, ma insistente.
Gli bagnò i polpacci, poi le ginocchia.
Paolo fece un passo indietro, poi un altro.
Capì che avrebbe potuto continuare a farlo all’infinito.
Alla fine tornò a riva, si sedette su un blocco di cemento e guardò il mare. Non pensò a soluzioni, né a colpe.
Pensò solo che forse il problema non era dove mettere la linea, ma accettare che fosse mobile.
Quando rientrò in ufficio consegnò i dati.
Nessuno gli chiese cosa avesse visto.

Quota zero

Il quartiere non compariva più nelle brochure comunali.
Sulle mappe digitali era ancora lì, con le sue strade dritte e i nomi di alberi che nessuno piantava più, ma nelle foto ufficiali la città finiva qualche isolato prima, come se oltre ci fosse solo rumore.
Elena abitava al piano rialzato di un edificio anni Settanta.
Il piano terra era stato murato dopo l’ultima alluvione, quando l’acqua aveva raggiunto i contatori e aveva lasciato una linea scura sui muri, precisa come un righello.
Quota zero, l’avevano chiamata nei documenti.
Lavorava come bibliotecaria.
Ogni mattina prendeva l’autobus che passava ancora, anche se sempre meno pieno.
Dalla finestra vedeva il fiume scorrere lento, più largo di quanto ricordasse, con rive irregolari dove crescevano arbusti spontanei.
Nessuno li aveva piantati.
Dopo l’alluvione avevano promesso interventi: barriere, vasche di laminazione, piani di adattamento.
Alcuni erano iniziati, poi sospesi.
Altri non erano mai usciti dai render.
Intanto la città aveva imparato a convivere con l’idea dell’acqua come ospite periodico.
Teneva in casa una cassetta di plastica con dentro l’essenziale: documenti, fotografie, un cambio di vestiti.
La chiamava “la borsa dell’attesa”, anche se non aspettava nulla di preciso.
Solo che l’acqua tornasse.
Una sera di novembre, tornando dal lavoro, trovò il marciapiede coperto da una pellicola sottile.
Rifletteva i lampioni come uno specchio imperfetto.
L’acqua non faceva rumore: avanzava piano, occupando gli spazi bassi, infilando le bocche dei tombini al contrario.
Salì le scale di casa e si affacciò alla finestra.
Vide i cassonetti spostarsi lentamente, urtarsi tra loro, fermarsi contro un’auto parcheggiata.
Le venne in mente una parola letta tempo prima: galleggiabilità.
La città non era stata progettata per galleggiare.
Accese la radio.
Le notizie parlavano di precipitazioni intense, di eventi localizzati, di normalità alterata.
Un esperto spiegava che questi fenomeni sarebbero diventati sempre più frequenti.
Lo sapeva già.
Quando l’acqua raggiunse l’ingresso del palazzo, alcuni vicini scesero per fotografare.
Altri salirono sui balconi.
Qualcuno gridava istruzioni contraddittorie.
Lei rimase ferma.
Guardava la linea dell’acqua salire, lenta, misurabile.
Prese un pennarello e segnò sul muro dell’androne l’altezza raggiunta.
Accanto scrisse la data.
Non era un gesto di protesta, né di memoria storica.
Era un modo per dire: è successo qui.
All’alba l’acqua cominciò a ritirarsi.
Lasciò dietro di sé sabbia fine, foglie, un odore acre.
Il quartiere emerse come dopo una lunga apnea.
La linea sul muro restava.
Nei giorni successivi qualcuno provò a cancellarla.
La pittura chiara non copriva del tutto.
La traccia rimaneva visibile, ostinata.
Era giusto così.
Non tutto doveva essere ripristinato.
La città avrebbe continuato a crescere altrove, più in alto, più asciutta.
Questo quartiere, invece, avrebbe imparato a convivere con il fiume, o sarebbe stato lentamente abbandonato.
In entrambi i casi, l’acqua avrebbe avuto l’ultima parola.
Una sera, tornando a casa, Elena passò la mano sulla linea scura sul muro.
Non era un confine.
Era una misura.

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