IL MATTINO
Il bilancio
31.12.2025 - 16:57
Il record di click e condivisioni non è stato un premio al cinismo, ma il segnale che c’è una comunità viva, che reagisce, che non è indifferente. Auguriamo alla Basilicata e a tutti i lucani un anno in cui si parli meno per apparenza e di più per sostanza. A chi resta, a chi parte, a chi torna. A chi soffre in silenzio e a chi non ha voce. A chi pretende di più, prima di tutto da sé stesso.
Il 31 dicembre è, per definizione, tempo di riflessioni e di bilanci. Per Il Mattino di Basilicata questo 2025 è stato un anno intenso, attraversato da cronaca, politica, territorio e domande aperte. Una testata giornalistica non può limitarsi ad informare, ma deve anche assumersi la responsabilità di interpretare, analizzare, talvolta disturbare. A chi ci ha letto ogni giorno, a chi ci ha criticato, a chi ci ha contestato duramente: il nostro grazie non è rituale, è sostanziale. Perché senza lettori attenti, anche scomodi, un giornale perde la sua funzione. In Basilicata i problemi sono noti, strutturali, sotto gli occhi di tutti: spopolamento, inverno demografico, fragilità economica, marginalità, crisi industriali, fuga di competenze, una classe dirigente spesso autoreferenziale. Non sono temi nuovi, proprio per questo raccontarli senza infingimenti resta un dovere civile prima ancora che giornalistico.
Nel 2025 un articolo, più di tutti, ha acceso il dibattito. È stato il più letto, il più condiviso, il più discusso. Ha raccolto consenso e rabbia, adesione totale e rigetto feroce. "Potenza città dell'apparenza, dietro la facciata il vuoto" (CLICCA QUI), non era un esercizio di stile, né una provocazione fine a sé stessa. Era – ed è – un’analisi spietata, volutamente priva di anestesia. Un testo che ha messo a nudo nervi scoperti, abitudini sedimentate, meccanismi sociali che troppo spesso vengono sussurrati “a bassa voce”, nei bar, nelle conversazioni private, ma raramente affrontati in pubblico.
Quel pezzo ha funzionato perché ha toccato una verità percepita. Chi si è rivisto in quelle righe lo ha fatto in pieno. Chi lo ha odiato, lo ha fatto con la stessa intensità. Ed è giusto così. Il dissenso, anche aspro, è il sale della democrazia quando nasce dal confronto e non dalla rimozione. “Potenza, città dell’apparenza” ha parlato di una comunità che spesso preferisce sembrare piuttosto che essere. Di un tessuto sociale che fatica a rinnovarsi, che confonde l’ostentazione con il benessere, la rendita con il merito, la furbizia con l’intelligenza. Ha descritto una città che teme il cambiamento più di quanto tema il declino, che si rifugia nella ripetizione come forma di sicurezza. Non era – e non è – un atto di accusa contro Potenza, ma un atto d’amore ruvido. Perché solo chi guarda in faccia i propri limiti può provare a superarli. Fingere che tutto vada bene è la forma più raffinata di immobilismo.
“Potenza, città dell’apparenza” non ha scosso solo il capoluogo, ma l’intera provincia e, per riflesso, tutta la Basilicata. Ha parlato a chi Potenza la frequenta abitualmente senza averci mai abitato, a chi l’ha scelta come città d’adozione e a chi la vive da sempre. Perché quel ritratto non appartiene ad una geografia ristretta ma ad un modo di essere, a dinamiche sociali e culturali che attraversano confini, appartenenze e generazioni.
Il record di click e condivisioni non è stato un premio al cinismo, ma il segnale che c’è una comunità viva, che reagisce, che non è indifferente. E l’indifferenza, quella sì, sarebbe stata la vera sconfitta. Nel 2026 continueremo su questa strada: raccontare i fatti, ma anche le dinamiche; dare spazio alle voci, senza rinunciare alle analisi. Auguriamo alla Basilicata e a tutti i lucani un anno in cui si parli meno per apparenza e di più per sostanza. A chi resta, a chi parte, a chi torna. A chi soffre in silenzio e a chi non ha voce. A chi pretende di più, prima di tutto da sé stesso.
Buon 2026.
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