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Coronavirus

Intercultura e l’esperienza in Cina, il rientro in patria e la quarantena. Lei per fortuna è sanissima e ci ha raccontato la sua storia

Intervista alla giovanissima lucana che è pronta a ritornare nel paese asiatico appena tutto sarà passato

I primi timbri sul passaporto, le valigie fatte con attenzione e la possibilità di abbracciare una nuova cultura. La partenza verso una meta così attesa, le aspettative nei confronti di questa permanenza aumentano giorno per giorno. All’inizio del nuovo anno i primi casi di contagio in un Paese in cui risiedono quasi un miliardo e mezzo di persone, piccoli granelli di sabbia in un mare sconfinato. La tristezza di dover tornare e di affrontare il giudizio della gente, pur non avendo avuto alcun contatto col virus. Intercultura è un’associazione che dal 1955 dà la possibilità a studenti delle scuole medie e superiori di partecipare a scambi scolastici ed esperienze all'estero. Rebecca è sanissima, vive in una cittadina lucana e frequenta le scuole superiori, aveva aderito al progetto ma gli sfortunati eventi che hanno coinvolto il popolo cinese e, anche altre nazioni, l’hanno portata a “rinviare” l’esperienza. Speriamo che possa tornare presto nella Repubblica Popolare Cinese per portarla a termine.

Come mai hai scelto proprio la Cina per la tua esperienza all'estero con Intercultura?

«Sono sempre stata attratta dall’Asia in generale, ma in particolare mi affascinava l’idea di poter trascorrere la mia esperienza in Cina, motivo per cui è stata la mia prima scelta. Da sempre sognavo di poter entrare in contatto con una cultura completamente diversa dalla nostra, assaggiare cibi nuovi, visitare posti inesplorati e avere la possibilità un giorno di poter raccontare tutto ciò a chi come me non l’aveva mai provato». 

Com'è la Cina? Raccontaci quello che ti ha colpito di più.

«Sembrerà banale, ma per “capire” la Cina non basterebbe neanche un’intera vita passata lì, chi c’è stato lo sa. Il mio primo giorno a Pechino l’ho trascorso con gli occhi sbarrati ad osservare la grandezza dei palazzi e cercare di contarne i piani uno ad uno (hobby che poi si è proteso nel tempo). Lo stesso giorno ho imparato che in Cina la maggior parte del cibo è piccante, che il pranzo è alle 12.00 e la cena alle 18.00, che la doccia si fa in ciabatte e che non si beve acqua fredda. Ho sentito un senso di inadeguatezza e di sconforto per le prime due settimane circa, avevo paura che non sarei riuscita più a integrarmi e a stare bene. Inutile dire che subito si sarebbe rivelato semplicemente come il cosiddetto “shock culturale”. Dopo aver cominciato la scuola, essermi fatta nuovi amici e cominciato a comprendere qualcosa in più della lingua, pian piano sono diventata parte integrante della realtà controversa che mi circondava».

Come era la situazione appena si è sparsa la notizia dei primi contagi?

«A metà gennaio quando si è sparsa voce del contagio per la prima volta, io mi trovavo nell’ Inner Mongolia con la mia famiglia ospitante per il Capodanno Cinese, dove non c’era nessun caso. All’inizio la preoccupazione era molto bassa, quando poi i casi di contagio sono aumentati tutta la famiglia si è provvista di mascherine e nel giro di un paio di giorni nessuno usciva di casa a bocca scoperta. Sono tornata a Pechino l’ultima sera di gennaio, ricordo di non aver visto nessuno in giro e che prima di entrare nel nostro palazzo siamo stati sottoposti a controlli di temperatura corporea. Non sono più uscita di casa per più di una settimana fino al giorno della mia partenza per l’Italia, in quei giorni la gente si limitava a non ricevere visite nelle proprie case, a sterilizzare persino le maniglie delle porte di casa e mantenere il minimo contatto anche con i membri della famiglia».

Quale è stato l'iter che hai dovuto seguire? Spiegaci le varie procedure dalla partenza all'arrivo e la permanenza in Italia.

«Ho trascorso tutto il viaggio di ritorno (Pechino-Hong Kong-Londra-Roma) con la mascherina, cambiandola circa ogni ora e lavandomi le mani ogni volta che potevo. Ad ogni tappa ci sono stati controlli in aeroporto, oltre a quelli della temperatura corporea, l’ultimo la mattina del 7 febbraio a Roma. Quando sono arrivata in Italia ho continuato a portare la mascherina per un altro po’, tuttavia non era prevista alcuna quarantena per i ragazzi che come me rientravano dalla Cina dopo un periodo di quarantena domiciliare e alcun sintomo di contagio. Ho trascorso un altro periodo di quarantena (14 giorni) dopo che alcuni medici avevano saputo del mio ritorno e mi avevano contattata. Naturalmente non ho opposto resistenza a tale decisione, sono entrata in contatto con loro giorno dopo giorno collaborando e monitorando la situazione».

Ti piacerebbe ritornare?

«Sono partita per l’Italia con la promessa che un giorno sarei tornata per salutare le persone a cui non mi era stata data la possibilità di vedere per l’ultima volta, non escludo neanche la possibilità di tornarci per studiare o lavorare».

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