IL MATTINO
Cultura
14.01.2026 - 09:58
Non tutte le interviste possono essere uguali ed è sbagliato credere che possano diventare un format, soprattutto nel caso di un'intervista scritta, dove tanto del risultato è legato al tipo di rapporto che si riesce a instaurare tra intervistatore e intervistato, da ciò che a conversazione finita rimane, al di là dell'intervista stessa. Per questa ragione ho scelto di suddividere l'intervista in tre momenti: il ritratto, l'intervista, il libro. Perché? Massimo Ielasi, gallerista ischitano, è una persona stratificata, che necessita uno sguardo più fermo e ragionato. Pur vivendo a Ischia ha una dimensione professionale e umana che travalica l’isola stessa, come accade da sempre con l'Arte.
Il Ritratto
Massimo Ielasi non appartiene alle biografie lineari. La sua storia non procede per date, ma per incontri, per sguardi trattenuti, per luoghi che hanno saputo riconoscerlo. È una vita la sua che si è lasciata attraversare dall’Arte come da una corrente calda, lenta, insistente, capace di modellare il tempo invece di subirlo. Cresce a Ischia, ma Ischia, per lui, non è mai soltanto un’isola. È un corpo, un corpo poroso, esposto alla luce e al vento, alla memoria degli approdi e degli addii. Qui impara presto che ogni luogo è una soglia e che abitare significa prestare attenzione. L’Arte entra nella sua vita non come vocazione improvvisa, ma come una presenza naturale, quasi domestica, qualcosa che si riconosce prima ancora di comprenderla. Fin da giovanissimo colleziona, osserva, conserva, non accumula, accoglie. Ogni opera, ogni oggetto, ogni traccia è per lui un deposito di tempo umano, una superficie sensibile che ha assorbito desideri, gesti, silenzi. L’Arte, nel suo sguardo, non è mai separata dalla vita, ne è una forma intensificata, più densa, più esposta. La Galleria Ielasi, nel cuore di Ischia Ponte, nasce da questa necessità di prossimità. Non come spazio di rappresentanza, ma come luogo di intimità. Le opere dialogano con le pietre antiche, con il passo lento dei visitatori, con la luce che cambia durante il giorno. È una galleria che non alza la voce, che non si impone, ma che invita a restare: l’Arte non chiede di essere consumata, ma abitata. Col tempo, diventa un custode di memorie artistiche fragili, spesso marginali, talvolta dimenticate. Il suo lavoro si muove contro la dispersione, contro l’oblio rapido imposto dal presente.
Recupera artisti, storie, percorsi che rischiavano di dissolversi. Non lo fa con spirito museale, lo fa con una partecipazione quasi carnale, come se ogni salvataggio fosse anche una forma di auto-riconoscimento. Parigi entra nel suo orizzonte come controcampo naturale. Un’altra isola, più vasta, più rumorosa, ma ugualmente attraversata da una tradizione di libertà artistica e intellettuale. Tra Ischia e Parigi, costruisce una geografia emotiva in cui il locale e l’universale non si oppongono, si riflettono.
L’ Arte diventa linguaggio comune, spazio di scambio, territorio di responsabilità. E poi c'è la scrittura. Scrivere, per Massimo Ielasi, non è un atto secondario, è un prolungamento del gesto curatoriale, una forma ulteriore di accudimento culturale.
I suoi libri non nascono dall’urgenza di dire tutto, ma dal bisogno di dire giusto. La sua è una scrittura che avanza per contatto, che si avvicina alle figure con rispetto, che ne sfiora le vite senza volerle possedere. "Un irresistibile soffio di luce" rappresenta il punto in cui tutte queste tensioni convergono. Non è soltanto un libro sull’Arte a Ischia, né una ricostruzione storica.
È una narrazione sensibile, in cui gli artisti diventano presenze vive, corpi attraversati dalla stessa luce che attraversa l’isola.
Böcklin, gli anni del Bar Internazionale, le stagioni creative che si sono succedute non vengono mai trattati come capitoli chiusi, ma come pulsazioni ancora attive. La luce, nel lavoro di Ielasi, non è metafora astratta. È materia erotica, quasi tattile.
È il modo in cui il paesaggio incide lo sguardo, in cui l’esperienza estetica modifica il respiro. Nei suoi testi e nelle sue scelte espositive, la luce non redime né consola, rivela. Porta alla superficie ciò che già esisteva, ma non aveva trovato forma.
Dal punto di vista critico, occupa una posizione laterale e per questo necessaria. Non aderisce alle logiche del sistema dell’arte dominato dalla velocità e dall’evento. Il suo lavoro insiste sulla durata, sulla fedeltà, sulla relazione. È un’intelligenza che preferisce la profondità alla visibilità, la continuità al clamore. La sua attenzione alla libertà di espressione, alla dignità del gesto artistico, alla responsabilità culturale emerge anche nelle sue prese di posizione pubbliche. Per Ielasi, l’arte non è mai neutra, è uno spazio in cui si esercita una forma di etica sensibile, una capacità di stare nel mondo senza semplificarlo. Ciò che rende il suo percorso singolare è questa coerenza silenziosa. Nulla, nel suo lavoro, sembra gridato. Tutto appare necessario. Come se ogni scelta, una mostra, un libro, un artista sostenuto, fosse il risultato di un ascolto profondo, di una lunga sedimentazione interiore.
Massimo Ielasi non costruisce monumenti, costruisce passaggi, tra epoche, tra persone, tra forme del sentire. Il suo contributo alla cultura non è misurabile in numeri, ma in intensità. Nella qualità delle relazioni che ha saputo generare, nella luce che ha permesso di restare accesa. E forse è proprio qui che il suo lavoro trova il suo nucleo più sensuale e radicale, nel ricordarci che l’arte, quando è autentica, non serve a spiegare il mondo, ma a toccarlo. Anche solo per un istante.
Anche solo con un soffio.
L'Intervista
L'intervista parte così.
«In Basilicata c'è un Mantegna, una statua di Sant'Eufemia, un fatto che all'inizio era sembrato strano. "Una statua? Di Mantegna?" È invece un signorotto locale andò a Firenze a commissionarla»
Non è così strano. La Basilicata, la Grande Lucania comprendeva anche tutta la Provincia di Salerno, Paestum , la costa tirrenica. Non era certo solo quella descritta da Carlo Levi
«Ho letto quel libro, non mi è piaciuto. L’ho trovato molto debole dal punto di vista letterario, non ho mai capito perché fosse diventato un successo».
Era un libro necessario per creare un'immagine precisa del Paese. L'Italia era un paese affamato e distrutto, in egual misura, sia a Nord, sia a Sud, quel libro ha contribuito a farlo ripartire in maniera sbilanciata.
Quali sono i tuoi scrittori, italiani, preferiti?
«Calvino, Moravia. Ho conosciuto Moravia, quando era ancora sposato con la Morante e venivano in vacanza a Ischia. Frequentavano il "Regina Palace”. Prendevano due camere separate, per potere scrivere. Lui in quel periodo stava scrivendo "La Ciociara", lei "L’isola di Arturo".Moravia è stato importantissimo.
Ci ha liberati dal “d’annunzianesimo” con “Gli Indifferenti”, restituendoci un ritratto: quello piccolo borghese, che è poi il nostro ritratto più pervicace».
Come inizia il tuo rapporto con l'Arte?
«In famiglia e da piccolo. La sorella di mia padre sposò Emilio Schuberth, il famoso sarto, e mio padre, l’unico dentista sull'isola, incominciò a essere famoso tra gli artisti che la frequentavano Era napoletano, del Vomero, veniva a Ischia a villeggiare e s’innamorò di mia madre. Ho vissuto in un ambiente di artisti e di totale apertura al mondo. Ischia era uno dei luoghi termali più importanti, e a partire dagli anni 50, diventò una vera e propria "colonia" intellettuale. Il Bar Internazionale di Forio con Maria ne era il centro. Maria, che chiamava Auden per come si scrive, diversamente non lo riconosceva, era l’anima di quella comunità. Auden si fidava ciecamente di lei. In lei, non solo lui ma tutti, riconoscevano la franchezza e la sincerità.
La ragione per cui tutte queste persone frequentavano Ischia: si sentivano libere, accolte.»
Hai conosciuto anche Truman Capote
«Ero un bambino, ma lo ricordo benissimo. Faceva scherzi a tutti. Andava in giro con i diamanti, le catenelle alla caviglia. Ha lanciato lui queste mode oggi seguite da chiunque, a prescindere dal sesso di appartenenza. Amava essere al centro delle feste. Pativa Auden, che a differenza sua viveva in maniera più appartata, eppure era amatissimo».
Parliamo di mondi diversissimi ma di due grandi comunque
«Erano e sono indiscutibilmente fuori da qualsiasi catalogazione.»
E poi c’è Luchino Visconti di cui mi ha anche parlato Andrea D'Ambra, tuo cugino
«Andrea è mio cugino, suo padre e mia madre erano fratelli. Fu Roberto, mio fratello, a conoscerlo e ad introdurlo in casa nostra.
Un giorno, lui e mia sorella erano al mare: mia sorella stava rischiando di affogare. Luchino Visconti, che era lì con Cesare Pavani, cercò di aiutarli. In seguito i miei genitori gli fecero affittare la casa dei Colucci, a Punta Molino e Luchino lasciò l'Excelsior, l'albergo che lo ospitava a Ischia. Quando zio Salvatore, ma questa sicuramente la conosci già, cambiò l'etichetta del Biancolella, chiese il parere prima a Luchino. Solo dopo il parere di Luchino mio zio la fece stampare».
Si, me l’ha raccontato Andrea, torniamo ai tuoi genitori
«Mio padre e mia madre erano tra i pochi ischitani a partecipare alle feste che gli artisti tenevano sull'Isola. A una festa di Carnevale, nel '53, vinsero come premio, per le maschere da loro indossate, due quadri quelli di: Carlyle Brown: " Scherzi di Carnevale e di Leonardo Cremonini: " Scherzo di Carnevale", un olio su cartone»
Quando diventi gallerista?
«Quando capisco che tutti gli artisti che conoscevo: Leonardo Cremonini, Gino Coppa, Bolivar, Pepperone hanno bisogno di essere esposti e conosciuti da tutti, non solo sull'isola. È così m’invento gallerista, organizzo mostre, porto a Ischia anche la fotografia: Cecil Beaton, Berengo Gardin, Salgado, nessuno lo conosceva, e inizio a frequentare i luoghi in quel momento dell'Arte, come Milano, Parigi».
Diventi anche amico di Mattotti
L’ho conosciuto ai Comicon, e da lì è iniziata la nostra amicizia. L’ultima sua esposizione l’ho organizzata questa estate a Villa Arbusto».
Cos’è per te l’Arte?
«L' Arte è tutto e niente. Non esiste un valore unico per l’Arte, ci sarà sempre qualcosa di diverso e di più profondo dopo. Prima ero convinto che con l'Arte potessi raggiungere l' Assoluto. Adesso l’Arte mi acquieta come Parigi. Parigi è il luogo in cui tutta le mie irrequietezze trova pace, ed è un luogo che frequento tre, quattro volte l'anno».
In Italia si fa Arte?
«L'Arte è una prerogativa dei paesi ricchi e per questa ragione oggi è difficile parlare di arte contemporanea. Il mondo si è allargato ma allo stesso tempo si è rimpicciolito. Dei contemporanei non sappiamo niente.
Devi frequentare Berlino, New York, Chicago, San Francisco, un po' Londra, per capire cosa è davvero l'arte contemporanea, che non comprende più la pittura ma le installazioni. Ecco, oggi dipingere non è più interessante».
Sei anche stato calciatore
«Ero terzino sinistro e con il Cus Napoli, ai tempi dell'università vincemmo, contro tutti i pronostici, un premio. Ce lo consegnò Valcareggi».
Il Libro: “Un irresistibile soffio di luce”, ImagAenaria edizioni
Questo libro non si apre, accade. Come una finestra lasciata socchiusa nella penombra, un irresistibile soffio di luce entra lentamente, senza chiedere permesso, e muta la qualità dell’aria. Non illumina con violenza, non abbaglia, respira.
È una luce che si insinua, che sfiora, che riconosce le crepe e le abita. La scrittura di Massimo Ielasi procede per movimenti interiori, per risonanze, per brevi scarti dell’anima. Non cerca l’evento clamoroso, ma la vibrazione minima, quel punto impercettibile in cui il tempo sembra fermarsi e la coscienza prende fiato. È una lingua che non racconta per spiegare, ma per far sentire, che non conduce, ma accompagna. Le pagine sono attraversate da una tensione sottile, quella tra il buio e la possibilità della luce, tra la fragilità dell’essere umano e la sua ostinata capacità di resistere. La luce del titolo non è mai trionfante, mai definitiva. È un soffio, appunto, qualcosa che può spegnersi, ma che proprio per questo va custodito. È una luce che nasce dall’ascolto, dal silenzio, dall’attenzione verso ciò che normalmente resta ai margini. Ielasi scrive come chi conosce il peso dell’ombra e non la nega. Nei suoi testi l’oscurità non è un nemico da combattere, ma uno spazio da attraversare.
È lì che il linguaggio rallenta, si fa più denso, più essenziale. Ogni parola sembra scelta non per ornamento, ma per necessità, come se il testo stesso dovesse sopravvivere al proprio dire. Il libro si muove tra pensiero e poesia, tra racconto interiore e meditazione, senza mai fissarsi in un genere preciso. È un’opera che rifiuta le etichette e invita il lettore a fare altrettanto, a lasciarsi andare a una lettura non funzionale, non produttiva, ma profondamente umana. Qui non si cerca una risposta, si accetta la domanda. I temi che affiorano: il tempo, la memoria, la perdita, l’attesa, la speranza, non vengono mai dichiarati pertamente, ma emergono come riflessi sull’acqua. Ogni testo è una soglia, breve o più distesa, ma sempre carica di una tensione che guarda oltre la pagina. È come se la scrittura fosse un modo per restare fedeli a ciò che ancora trema dentro. C’è una forte dimensione etica, ma mai didascalica. La luce di cui si parla non salva, non redime, resiste. È una luce che nasce dalla consapevolezza del limite, dal riconoscimento della vulnerabilità come valore. In questo senso, il libro dialoga profondamente con il nostro tempo, segnato da fratture, smarrimenti, eppure ancora capace di slanci inattesi. Leggere "Un irresistibile soffio di luce" significa accettare un ritmo diverso, più lento, più attento. Significa concedersi il lusso dell’ascolto, della pausa, del pensiero che non deve arrivare subito a una conclusione. È un libro che non chiede di essere consumato, ma abitato. Quando lo si chiude, resta qualcosa di indefinibile. Non una storia da ricordare, ma una sensazione, una traccia, una lieve variazione dello sguardo.
Come se, per un attimo, qualcuno avesse soffiato luce dentro una stanza che credevamo immutabile. E quella luce, anche dopo, continua a respirare.
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