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I pensieri dell'altrove

Il vento irruento del dolore che viene ad insultarti

Cammino su una parete di vetri rotti, non li scanso più, semplicemente perché adesso mi sento quasi dotata di piedi pneumatici e di sangue solido. 

Il vento irruento del dolore che viene ad insultarti

Il dolore spinge, non lo si può fermare. E spinge così tanto che a volte, quando arriva come le folate di un vento irruento, mi fa pensare che può cambiare la forma della vita e la sostanza dell'anima, modificare le intenzioni del futuro ed insultare il presente.

Vorrei scrivere, ma una mattina ho sentito i pensieri irrigidirsi in un posto freddo della testa. Ho perso la parola, quella giusta e misurata, che non fosse alterata da una traccia personale esageratamente intima o contaminata da emozioni che sono diventate carne che fa male.
Vorrei scrivere, e con un testo neutro sollevare l'anima da questo tragitto di guerra, ricordarmi di una canzone che mi faceva tremare la voce invece di inciampare malamente in un disgusto denso come la lava.
Vorrei scrivere, ma il fluido che serve a sciogliere il nodo ancora non l'ho trovato, non si può trovare il sollievo se prima non provi una cura. Eppure cura non c'è, perché quando arrivano complicazioni al di sopra delle scelte, al di sopra delle paure, queste complicazioni non le puoi combattere, vanno solo subìte. In quei momenti di ingiusto e ingiustificato dolore le risposte sono personali e diverse, la mia risposta è stata, inizialmente, una forma di silenzio paralitico. Se avessi dovuto pensare - e l'ho fatto presumibilmente come tutti- ad un evento spaventoso che avesse coinvolto un membro della mia famiglia, io non sarei riuscita ad arrivare al macabro. mi sarei "fermata" ad una malattia, ad un incidente, ad un epilogo irreversibile, ma mai avrei osato con l'idea sconvolgente dell'incubo perfetto: lo stato vegetativo. E questo, disgraziatamente, è accaduto. Ecco qual è la differenza dinamica fra una elaborazione, una accettazione di un fatto ineluttabile e uno stato di attesa travestita da un
danno impietoso: il danno non ti porta da nessuna parte e in nessun luogo, se non sulla cresta di un buco nero che atterrisce la ragione senza alcuna attenuante.
Vorrei scrivere, ma la spinta ad una appartenenza all'ombra piuttosto che alla luce inibisce lo svolgimento del tema, lo rende faticoso, con un passo lento e la trama triste. Cammino su una parete di vetri rotti, non li scanso più, semplicemente perché adesso mi sento quasi dotata di piedi pneumatici e di sangue solido. Sono attenta al niente e mi distraggo dal tutto, mi avvicino al bene senza essere nel benessere, resto in ascolto delle attese. Il dolore spinge, non lo si può fermare. E spinge così tanto che a volte, quando arriva come le folate di un vento irruento, mi fa pensare che può cambiare la forma della vita e la sostanza dell'anima, modificare le intenzioni del futuro ed insultare il presente.
Il dolore spinge. In certe notti mi solleva e mi scuote, allora per non farmi troppo male immagino di volare e di stare in bilico sulle rotondità appuntite del mondo. resisto e respiro. Poi, quando capisco di essere stanca chiudo gli occhi, non oppongo alcuna resistenza e, come un docile essere umano, mi lascio finalmente cadere nella calda vertigine della paura.

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Mariantonietta Ippolito

Mariantonietta Ippolito

Il pensiero è la forma più inviolabile e libera che un individuo possa avere. Il pensiero è espressione di verità, di crudezza, di amore. Quando il pensiero diventa parola il rischio della contaminazione della sua autenticità è alto. La scrittura, invece, lo assottiglia, ma non lo violenta. Io amo la scrittura, quella asciutta, un po’ spigolosa, quella che va per sottrazioni e non per addizioni. Quella che mi rappresenta e mi assomiglia, quella che proverò a proporre qui. Dal mondo di “Kabul” al vasto mondo dei pensieri dell’”altrove”.

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