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I Pensieri dell'Altrove

Otto marzo: ragazze, ma che c'è da festeggiare?

Le donne regine della casa io non le conosco, manco le principesse, conosco donne sciaguratamente normali, ma meravigliose perché piene di pensieri umani, di impegni, di scadenze, di ricette per le cene, di dita ustionate per le teglie che scottano

Otto marzo: ragazze, ma che c'è da festeggiare?

Ma che ci festeggiamo, l'idea di essere una specie che va 'premiata' con una pizza e una birretta in una serata esagerata? O il tanto buonista quanto ipocrita giudizio che 'le donne sono superiori' o 'hanno una marcia in più'? O la sostanziale verità che se il mondo fosse governato dalle donne sarebbe un mondo migliore?

Ogni anno mi chiedo cosa ci sia più da 'festeggiare'. La festa è per un compleanno, una promozione, un obiettivo raggiunto, un momento gioioso. Qui, invece, dopo decenni di festeggiamenti, vedi ancora campagne pubblicitarie che invitano ad adottare "una bambina" perché in alcune zone del sud del mondo vengono vendute, sposate, comprate, abusate, uccise, in una età in cui dovrebbero ancora stare in braccio alle mamme. Dovrebbero essere protette, come specie umana insignificante, da una adozione che le salvi da una sorte che può essere simile a quella di un sasso scalciato, di una formica schiacciata, di una cosa senza anima nè pelle, senza dolore e senza respiro, senza occhi e senza sangue. Ancora, 'festeggiamo' funerali, tanti funerali, con un'unica regia e con la stessa scenografia tragica della gelosia, della sopraffazione, del possesso; 'festeggiamo' la delicata invenzione delle cosiddette quote rosa per avere possibilità e opportunità nell'ambito politico storicamente maschile; 'festeggiamo' tutti i posti di potere nei quali non ci siamo perché pare non abbiamo 'attitudini' e quando si verifica la magia che una su mille ce la fa, si realizza un servizio giornalistico speciale su Rai uno; 'festeggiamo' la mafiosetta tendenza di un certo corporativismo maschile che guarda con diffidenza le colleghe negli ospedali, negli uffici, negli studi. Noi, in realtà, sappiamo e dobbiamo fare le mamme, le fidanzate, le mogli, le geishe. Dobbiamo raccogliere come Pollicino calzini, mutande, camicie e ciabatte disseminati in ordine sparso per le stanze, dobbiamo ricomporre i bagni dopo le esondazioni per una doccia, dobbiamo essere accoglienti, pazienti, carine, artificiosamente serene. Naturalmente, essendo le regine (senza scettro) della casa non abbiamo diritto alla lagnanza, alla contestazione, al disappunto. Le donne regine della casa io non le conosco, manco le principesse, conosco donne sciaguratamente normali, ma meravigliose perché  piene di pensieri umani, di impegni, di scadenze, di ricette per le cene, di dita ustionate per le teglie che scottano e i pollici scuri dopo aver pulito i carciofi. Ma che ci festeggiamo, l'idea di essere una specie che va 'premiata' con una pizza e una birretta in una serata esagerata? O il tanto buonista quanto ipocrita giudizio che 'le donne sono superiori' o 'hanno una marcia in più'? O la sostanziale verità che se il mondo fosse governato dalle donne sarebbe un mondo migliore? Io so che le differenze sono necessarie, biologicamente e politicamente, so che la diversità fa la storia e la disuguaglianza integra e completa la formazione, ma qui non si tratta di omologare i generi, qui si parla di riconoscimenti dovuti ma inespressi, di diritti alla visibilità e alle capacità. Di considerare il mondo femminile non solo un accessorio abbellente della società, ma un intelligente competitor alla pari. Non davanti, non indietro, ma di fianco, e questo richiede intelligenza, ascolto, equilibrio. Ma forse al mondo, imperfetto e cinico, saturo e convulso, non interessa cambiare. Meglio continuare a darci le ragioni di lamentarci, così che poi si possa continuare (strumentalmente) a dire che continuiamo ancora a lamentarci...

 

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Mariantonietta Ippolito

Mariantonietta Ippolito

Il pensiero è la forma più inviolabile e libera che un individuo possa avere. Il pensiero è espressione di verità, di crudezza, di amore. Quando il pensiero diventa parola il rischio della contaminazione della sua autenticità è alto. La scrittura, invece, lo assottiglia, ma non lo violenta. Io amo la scrittura, quella asciutta, un po’ spigolosa, quella che va per sottrazioni e non per addizioni. Quella che mi rappresenta e mi assomiglia, quella che proverò a proporre qui. Dal mondo di “Kabul” al vasto mondo dei pensieri dell’”altrove”.

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