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Piove. Tra le feritoie tristi di un locale in cui non scende giù neppure un caffè

A volte le idee arrivano con un bagliore appena percettibile con la coda dell’occhio: dal futuro. Vengono dal futuro. È la moda dei prossimi anni. Non faccio nemmeno in tempo a chiedermi se vengono dal set di un film

Piove. Tra le feritoie tristi di un locale in cui non scende giù neppure un caffè

"Piove" (Opera di Cesar Balaban)

Entrando nel locale la porta mi sfugge di mano, chiudendosi con un tonfo che fa girare la testa a tutti gli avventori. 

Scusate– bofonchio tra i denti –credevo che la porta fosse più..

Ma ormai sono tornati tutti ai loro pensieri e nessuno più mi guarda. Tanto meglio. Posso dedicarmi a risolvere il problema per il quale sono entrato. Improvvisamente il cellulare mi aveva abbandonato. Niente linea. E come se non bastasse si è scatenata questa pioggia fitta e feroce.  E sono ancora lontano da casa. E mi fanno male i piedi, e la schiena non la sento nemmeno più.  Insomma un bel quadretto da disperato. La mia compagna e mio figlio mi mancano tanto e niente in questo postaccio mi ricorda di loro, per consolare la mia malinconia.  Mi guardo intorno. Uno stanzone con il soffitto a crociera, malamente intonacato e una luce al neon fredda come l'aria invernale che le finestre piene di spifferi non riescono a tenere fuori. Molti tavoli, di legno scavato e marcito, sedie spaiate e tante persone. Tutte silenziose, tutte tristi. Chi gioca a carte, senza nemmeno una parola; chi beve, quattro ad un tavolo con il bicchiere in mano ma nessuno parla. Tutti senza allegria. Sento delle voci provenire dal fondo dello stanzone ma è pieno di fumo qui e l'aria pesante e la folla mi dissuadono dall'esplorare il luogo.

Caffè?–

Il barman, più un oste, con grembiule bisunto e un bicchiere pulito ad asciugare con gesti interminabili, mi si rivolge con malumore. Non gli interessano i miei soldi e chiede per abitudine, non per servizio. Però ho lasciato i soldi in macchina. Me ne accorgo nel mettere la mano in tasca mentre dico "si, grazie" L'oste se ne accorge subito.

–Non si preoccupi, è inutile uscire con questa pioggia. Pagherà dopo.– 

Mi si avvicina un accattone. Non lo avevo visto arrivare, come se fosse calato in volo dall'alto dello sconfinato soffitto.

–Un soldino? Solo un...–

–VAI VIA!!– L'urlo dell'oste è terrificante, spropositato, impressionante. Per un attimo mi pare addirittura che gli si accendano gli occhi. Il barbone cade all'indietro, finendo a terra. Sotto il cappotto fradicio intravedo una giacca strana, turchina e con bottoni dorati. E mentre scappa vedo chiaramente che è vestito come un damerino del settecento. Ma chi è questo tipo? Mi guardo di nuovo intorno. Percepisco che i vestiti di ognuno sono stranissimi, ma non riesco a mettere a fuoco. Ma dove sono capitato?

–Guardi che non mi dava fastidio– mi rivolgo all'oste con fare secco –non esageri.–

–A me si. Dava fastidio. Sempre. Non lascia in pace nessuno. E questo è il mio bar.–mi dice mettendomi la faccia sul naso, con un alito a dir poco fetido. Però non profferisce la frase classica: “se non piace vattene”. Questo non lo dice. Perciò lascio correre e prendo il caffè che mi mette malamente davanti.

Cerco un tavolo. La compagnia al bancone non mi è gradita ma non c'è un solo tavolo libero, per quanto allunghi lo sguardo dentro la sala. Mi accorgo solo ora che è enorme. Non riesco a distinguere la parete in fondo e una quantità sterminata di tavoli si perde a vista d'occhio.   Mi risolvo a cercare un posto e scelgo un tavolo con due persone vestite più o meno come me. È strano come tra più sconosciuti ci si avvicini a chi pare vestito nello stesso modo. Due uomini di poco più di trent'anni, in giacca e cravatta, con una birra per uno che tracannano direttamente dalla bottiglia.

–Brrrrr, che pioggia, eh?– esordisco sedendomi, per mostrarmi educato.

–Piove? Sei sicuro? A me sembra che il sole mi spacchi le ossa. Sento sempre caldo, e la luce è insopportabile.–

–Ma che dici?? Qua si vede appena. Non è che soffri di fotofobia? Aspetta, ho i miei occhiali da sole, te li presto.–

In quel momento l’oste mi porge la tazzina del caffè. Non l’ho visto arrivare e mi sembrava che stesse dietro il bancone non più tardi di qualche secondo fa. Impossibile. Come ha fatto ad arrivare fino a noi? Ma forse mi sarò sbagliato. Con la coda dell’occhio si vedono cose diverse, quasi dell’altro mondo.

–Il caffè.–

E mi si para davanti mentre cerco gli occhiali nella giacca. Ma non lo avevo già bevuto, il caffè? Eppure ho ancora voglia. Mi sarò sbagliato anche su questo. Cerco i soldi, ancora una volta mi ricordo, mi trovo gli occhiali in mano.

–Belli!– dice il barista –ecco, questi me li puoi lasciare. Quando prendi i soldi in macchina te li restituisco.–

Una cauzione strana, ma che diamine, cosa me ne faccio degli occhiali qui dentro.

–Ehi, erano per me, gli occh….–

È di spalle, in piedi davanti a me, e non vedo l’espressione del barista ma l’uomo tace d’improvviso. Poi si alza e si allontana di fretta. Lo seguo con lo sguardo mentre va a sedersi ad un tavolo lontano, con quattro soldati che indossano divise molto vecchie. Sembrano una foto di mio padre quando faceva il militare. Ma che strano posto. Certo, è febbraio! Quando viene il Carnevale?

Il telefono sempre in mano, scorgo una pallina sul display. Campo, finalmente! Faccio partire la chiamata, squilla… amore finalmente!!!

–Amore! Zuccherino! Mi senti?– certo è frustrante. Appena smette di piovere me ne vado di corsa. Pochi minuti per un caffè e poi via. –Tesoro! Mi passi il bambino? Luca, papà che fai??–

Niente. La sento appena. Eppure anche lei grida dall’altra parte. Sembra che stia piangendo. O mi sbaglio? Ma no, che vado a pensare? Dio che male alla schiena! Sediamoci un minuto, e poi via a casa. 

Il barista è sempre solo, eppure riesce a fare di tutto. Noto che ogni tanto si presenta in sala con un tavolo quadrato, uno di quei vecchi tavoli in truciolato, pesantissimi e di scarso pregio che si vedono nei bar di terz’ordine, nemmeno abbelliti da un tentativo di tovaglia, e con la sponda bassa per tenere la prolunga ma che non ti fanno infilare le gambe come si deve. Ne aggiunge in continuazione ma lo spazio non manca mai. E tutti i tavoli finiscono per essere occupati. A questo punto comincio a notare i vestiti. Chi arriva, in principio è vestito come me. Quelli dopo, lo sono sempre di meno. Sembrano un film di fantascienza. Non riesco a farmi una idea precisa ma ai tavoli nuovi arriva gente vestita strana. Sempre più tecnica, ma non si tratta di tute sportive, il taglio, piuttosto. Sembra una sequenza. Le giacche diventano sempre più larghe, e poi si stringono. Cappotti mai visti e abbinamenti di colori del tutto squinternati. Una donna entra quasi nuda, con dei pantaloni di plastica trasparenti. Ma chi sono questi? A volte le idee arrivano con un bagliore appena percettibile con la coda dell’occhio: dal futuro. Vengono dal futuro. È la moda dei prossimi anni. Non faccio nemmeno in tempo a chiedermi se vengono dal set di un film, che la mia percezione, ormai aumentata in maniera somma, coglie un altro particolare: sono tutti feriti. La donna con il pantalone trasparente, ora la guardo bene, ha la spalla quasi staccata dal braccio. Un taglio sfrangiato, tanto orribile a vedersi che la mente in principio lo esclude dalla percezione. Non si può sopravvivere in questo modo, con la ferita ancora aperta.

Torno indietro, rinculando per l’orrore, e mi giro verso il mio tavolo, ormai lontanissimo. Mi avvio e accelero, il mio tavolo mi manca come un relitto per il naufrago esausto, alla mia destra sempre il bancone del bar, lunghissimo, interminabile, un muretto a secco che delimita un campo, e tu cammini per chilometri ma il muretto è sempre lì, costruito nei secoli, più che nello spazio che occupa. Alla mia sinistra la porta di ingresso, sempre la stessa, anche se ormai sto correndo tra i tavoli ma la porta è sempre lì, pronta a spalancarsi ad ogni nuovo arrivo. E il barista. Anche il barista mi è sempre a lato, dietro il bancone, come se si muovesse scartando di fianco mentre io mi sposto. È un incubo di posizione, di riferimenti impossibili. Raggiungo il mio tavolo, sudato e sconvolto, e lo trovo lì. Ma non era dietro il bancone? “il tuo caffè”, ma non lo avevo già bevuto?

–No grazie, non mi va il tuo caffè–

E proseguo nella mia corsa, già sapendo cosa sto per vedere. Mano a mano che avanzo, ogni tavolo è occupato da gente vestita in modo sempre più antiquato. Non proprio in modo preciso, cambiano posto, si spostano, ma le zone sono più o meno omogenee. E così i tavoli cambiano, dal truciolato alle assi di legno, sempre più rozze, fino a blocchi di pietra buttati davanti a sgabelli improvvisati con dei tronchi.

–Tu!!– prendo per il petto un tizio che stava bevendo da un boccale, con il cranio sfondato sulla cima della testa –cosa fai qui? Quando sei arrivato??–

–Ehi, toso! Sei sbroccato? Mi fai cadere il vino! Io sto qua da pochi minuti. Mi bevo il boccale e torno a cavallo. Ma che vuoi??–

All’accento veneto aggiungeva un vestito da pirata dei Caraibi. Non è possibile, penso. Non è possibile, scuoto la testa sorridendo. E finalmente mi guardo il petto…

E così, come quando un vecchio amico ti si para davanti e tu lo riconosci dopo pochi secondi, tutto diviene chiaro. Anche i ricordi.

Sono morto con il telefono in mano. Sono morto per colpa del telefono. Scrivevo il numero di casa e non avevo visto l’auto di fronte. Uno scarto a destra per tornare in corsia ed ecco il camion che entrava dallo svincolo. Addio mondo. Quante altre cose da fare, l’amore con lei, riscoprirsi ogni giorno dopo una crisi, vedere mio figlio crescere, più di tutto. Che gran peccato. Niente dolore però. Un tonfo, più che altro. Come quando ti giri e trovi qualcosa, un palo, una porta che credevi aperta. Il botto iniziale, prima di sentir male, ma il male non è arrivato. Il dolore, quanto è vero, ti fa sentire vivo. Ma se non lo ero, che dolore dovevo sentire? Guardo il telefono adesso. Non ho più fretta. L’ultima chiamata mi è concessa, ora che ho capito. Il barista mi guarda e accenna con la testa. Campo pieno, il numero si compone quasi da solo.

–Ada amore ascoltami, sono io.–

–No. Ti prego non lasciarmi.–

–Zuccherino non ho molto tempo. Ascoltami ti prego. Avrei voluto tanto continuare a vivere vicino a te. Avremmo trovato il modo di far funzionare le cose, tutte quelle piccole storture messe di traverso, la serenità che non arrivava. Non ho potuto, perdonami.–

–Ma dove sei? Amore mio tu sei andato via da quattro anni. Sei morto. Ma non è uno scherzo, lo sento, sei tu. Ma cosa succede? Sono impazzita?–

–Ada amore non piangere, ti prego. Fatti coraggio. Sei sempre stata coraggiosa. Io non tornerò più, ormai lo hai capito. Ma farò in modo di proteggerti, in qualche maniera. Troverò un modo, te lo giuro. Ma tu non piangere, prenditi cura di Luca, fallo crescere e non permettergli di dimenticarmi. Ma tu dimenticami, per favore. Non essere infelice, sforzati di costruire qualcosa per te–

Ada piange, disperata. Guardo fuori da questo inferno di bar, dalla finestra con le grate. La mia macchina è lì, irraggiungibile quanto vicina. Non vedo la fiancata destra, quella squarciata dal camion, né il parabrezza sfondato, dal quale sono uscito in volo. Il Suv dal lato posteriore è bello, slanciato, i fari lo avvolgono come il nastro di un regalo. Penso, ridendo, ai soldi che ho lasciato in macchina.

–Devo andare adesso. Sarebbe potuto essere tutto diverso, lo so. Ma è andata così. Ora chiudo amore mio, ho proprio voglia di un caffè.–

Il telefono si spegne. So che tra poco si riaccenderà, con la batteria completamente carica, so anche che avrò dimenticato tutto, e che avrò di nuovo voglia di un caffè che non potrò mai bere, perché ho la trachea sfondata.

Mi avvio per raggiungere il mio nuovo compagno di bevute, un soldato della guerra civile americana, con una baionetta infilata nel cuore.  Amico mio, non fa male come fa male a me.

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Marco Scillitani

Marco Scillitani
È nato nel 1967, il 23 novembre, giorno che gli ha consentito di festeggiare un compleanno indimenticabile con il terremoto del 1980. Fa l'avvocato non per vivere, ma perché lo trova interessante e, non avendo mai saputo usare le mani gli è parso il metodo più efficace per raddrizzare le cose storte. Insegna Magia e Formule all'Università, ma di nascosto. Chi lo ascolta crede che parli di Procedura penale. Solo il titolare della cattedra se ne è accorto ma fa finta di niente. Da piccolo ha cominciato a osservare quello che gli accadeva intorno, collezionando storie e territori immaginari. Quando qualcuno glielo chiede, le restituisce. Ma non si assume responsabilità.

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