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IL PIANETA VEGA

Apocalittici e integrati

Si può essere vegani senza essere nel contempo attivisti? Se la scelta è dettata da etica, la domanda è probabilmente retorica.

Apocalittici e integrati

Le Iene Vegane, attivisti per la liberazione animale

Mi piace riprendere questo titolo di Umberto Eco per parlare di come i vegani siano sempre un po' un corpo estraneo, una spina nel fianco della società. E di come, a loro volta, i vegani si distinguano in quelli che per carità, ciascuno ha le proprie idee e non mi metto a fare propaganda, e quelli che invece devono convertire gli altri al veganesimo a tutti i costi. Quelli, insomma, che si possono definire attivisti. I primi sono gli integrati nella società, praticano la loro scelta senza tutto sommato dare fastidio se non a chi li invita a pranzo. I secondi sono quelli un po' più fastidiosi e un po' più mal visti, quelli che danno tanti spunti a Cruciani per far parlare di sé. Gli apocalittici. In effetti è una definizione che non è così lontana dalla realtà, perché non di rado gli attivisti vegan fanno presente che il pianeta sta andando incontro a tempi duri se non si inverte la rotta e non si impara a inquinare meno, ad esempio abolendo l'allevamento industriale su larga scala. 

Gli apocalittici sono quelli che danno fastidio, che vengono spesso definiti come una setta, come una fazione di fanatici religiosi che mira a convertire chi non la pensa come loro. Penso sia necessario chiarire tale questione. A tutti noi dà fastidio il sentirsi messi nella condizione di vedersi imposti un'idea, un credo, uno stile di vita. E si ha un naturale impulso a reagire di conseguenza. E' comprensibile! Eppure è comprensibile anche il punto di vista e l'atteggiamento di chi tenta di divulgare una scelta che ritiene giusta. Gli attivisti non sono persone che, non avendo niente da fare, pensano a un modo per impegnare il proprio tempo e lo trovano rompendo le scatole alla gente. Sono persone che invece sentono una forte compassione verso i nostri fratelli animali e vorrebbero mettere fine alla violenza gratuita dei mattatoi, della caccia, delle corride e quant'altro. Persone che vorrebbero aprire gli occhi della gente come hanno aperto i propri. Non c'è nulla di male in questo, in fondo combattono per quella che ritengono una giusta causa - e non si può dire non lo sia a priori. Nemmeno io sono d'accordo con quelle derive che abolirebbero l'umano, e propendo per scuole di pensiero differenti, non direi più moderate ma piuttosto volte a ri-scoprire l'umano nella sua vera essenza che non è, come alcuni credono, quella della violenza e della guerra, ma quella dell'altruismo e della compassione. Pertanto il vegano attivista non ha come missione quella di rompere le uova nel paniere della gente, ma quella di garantire a tutti gli esseri viventi una vita degna di tal nome. Qualche tempo fa scrivevo sul mio profilo Facebook qualcosa che ha a che fare col senso dell'umorismo che a molti vegani sembra mancare. Non è proprio così, le cose vanno viste nella loro giusta prospettiva. Dicevo più o meno questo, che "a noi vegani manca l'ironia nella misura in cui manca agli ebrei sulla Shoah, ai cattolici sui bambini abortiti, ai terremotati sulle lasagne di Charlie Hebdo. Ci manca nella misura in cui noi ci opponiamo costantemente e quotidianamente al continuo olocausto di innocenti a tutte quelle gole, a quei palati e a quegli stomaci che non sanno rinunciare al proprio piacere effimero, a quei cuori che non sentono la compassione, a quegli occhi che non vedono di fronte a loro dei fratelli. Ci manca perché noi non scherziamo, non giochiamo, non seguiamo una moda: noi facciamo molto seriamente la nostra scelta e la facciamo anche per voi, perché un mondo di compassione alla fine salva anche chi non ci mette il minimo pensiero a realizzarlo. Oppure l'abbiamo, ma è un'ironia amara. Anzi, ne abbiamo molta per continuare a sorridere nonostante tutto. Non c'è sofferenza che non possa e non debba essere presa sul serio. Piuttosto sarebbe bello ridere insieme, umani e animali, e creato tutto, di quel nuovo mondo che noi intendiamo realizzare. Ridere insieme di gioia, di pace, di vera solidarietà".

Personalmente non mi ritengo una vegana rompiscatole, sebbene sono certa che molti non direbbero così per il solo fatto che oso parlare di questa mia scelta. E già questo è uno scomodare le coscienze. Anche io sono passata dall'essere una vegana integrata, una che non voleva dare fastidio (ma tanto, come dicevo, lo si dà comunque), e che si è sempre adattata. Poi col tempo ho cambiato prospettiva. Siccome non c'è alcuna nostra scelta, nel bene e nel male, che non conduca a una conseguenza globale, ma davvero globale, soprattutto in questo campo, non ci si può esimere dallo spiegare le ragioni di questa scelta in particolare. Altrimenti è come se il nostro impegno, il nostro lavoro, quella che le aziende chiamerebbero la propria "mission", resterebbero a metà. Non si è cruelty free per sé stessi, lo si è sempre per qualcun altro, animale o uomo che sia. Per cui o cari onnivori, la prossima volta che disquisirete con un vegano, non prendete la discussione di petto (ed è un invito che vale per entrambe le parti, ovviamente). Quel vegano sta solo cercando di salvare delle vite, e scusate se è poco.

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Commenti all'articolo

  • Roberto Contestabile

    28 Ottobre 2016 - 14:59

    L'attivismo è sicuramente una parte fondamentale del cambiamento, più che urgente e doveroso. Ma purtroppo si rischia di scendere in conflitti pur legittimi ma spesso controproducenti. L'animalismo passato ha fatto breccia perchè ha intaccato uno status (per esempio la moda delle pellicce) modificandone in parte l'origine, ma non ha proseguito a sufficienza la lotta ed oggi le conseguenze sono ovunque. Il commercio e la ricerca del profitto costituisco un induzione molto forte, ovvero la causa principale dello sfruttamento in genere. Ecco perchè il veganismo (tranne alcune file dell'antispecismo) rischia di essere inglobato nel vortice del marketing consumista. In questo preciso periodo storico chi dispone di un empatia sufficiente ed utile a scalfire le coscienze assopite...non può permettersi di fallire.

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Alessia Roberta Scopece

Alessia Roberta Scopece

Artista, scrittrice di saggi e giornalista pubblicista, autrice radio-tv, nonché convinta vegana. Un po' Alex in Monsterland, un po' Lilac Aysel, nasce nel 1982 in un giorno di mezzo inverno. Attualmente vive su un asteroide, anche se ogni tanto si aggira sul pianeta Terra dove vivono famigliari e amici. Ha due lauree (per la terza ci stiamo lavorando), un diploma in fumetto, tanti anni di studio del pianoforte, un'associazione chiamata "LunaCometa" che si occupa della diffusione di stili di vita etici e sostenibili e di vegan lifestyle nonché del sostegno a persone disagiate. Ama gli arcobaleni, gli animali, i viaggi, le persone gentili, le stelle ed è cittadina onoraria di Vega, piccolo pianeta ubicato un po' più in là dell'Isola-che-non-c'è dove tutti sono cruelty-free. Dalla prospettiva delle immensità siderali si è resa conto che il pianeta Terra è il più bello che esista. Per questo motivo vi parlerà di Vega: per imparare che la Terra e quanto contiene meritano tanta cura, tanto rispetto e protezione e tanto amore.

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