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La storia del ‘digitus impudicus’

Dall’antica Grecia a Roma, il gestaccio mai debellato

La storia del ‘digitus impudicus’

Non c’è da stupirsi, dal momento che la commedia greca si basava su tre tematiche: cibo, sesso e attacchi verbali, ovvero volgarità a tutto spiano che dovevano suscitare il riso.

Di insulti gli antichi (Greci e Romani) ne avevano a quantità ma anche di ‘gestacci’, alcuni dei quali sono arrivati fino a noi e si usano tutt’oggi. Farà forse sorridere la storia dei “digitus impudicus” ovvero il ‘dito medio’, le cui prime testimonianze risalgono alla commedia attica antica. Non c’è da stupirsi, dal momento che la commedia greca si basava su tre tematiche: cibo, sesso e attacchi verbali, ovvero volgarità a tutto spiano che dovevano suscitare il riso. L’elemento sessuale era fortemente presente sulla scena, al punto che gli attori indossavano calzamaglie imbottite che ricoprivano l’intero corpo su cui veniva indossato un chitone molto corto affinché si vedessero le parti intime, ossia un fallo sempre eretto a 45 gradi (ovviamente quest’ultimo era finto e faceva parte della calzamaglia). Ebbene, in questo contesto più che mai troviamo per la prima volta la ‘citazione’ di un ‘dito medio’ da parte del commediografo Aristofane (V sec. a.C.) che, nelle “Nuvole”, mette in scena un personaggio (Strepsiade) che gesticola con il ditus impudicus; giocando anche sul significato ambiguo della parola ‘dattilo’ che alludeva sia ad una unità metrica sia alla lunghezza anatomica del fallo (vv. 652 ss.). Il termine greco per designare il dito medio era anche καταπύγων (katapygon) che voleva dire “lascivo, libidinoso” per indicare solitamente un ‘cinedo’ (cioè un giovinetto compiacente con gli omosessuali); si evince pertanto che il termine, accompagnato, dal gesto era un vero e proprio insulto di genere a sfondo sessuale. Consultando il “Lessico del comico” (http://www.lessicodelcomico.unimi.it/scostumato/) per questo lemma, si potrà leggere che nelle “Donne alla Tesmoforie” (sempre di Aristofane) un personaggio, Agatone, è accusato di essere un «inculato» che «ha il culo largo non a parole ma a fatti» (vv. 200 ss.); il grammatico Polluce nel suo “Onomasticon” (6, 126) sostiene che katapygon sia sinonimo di κίναιδος («cinedo»), πόρνος («prostituto»), γυναικίας («effemminato»), ἀσελγής («lascivo») o μαλθακός («molle»). Secondo lo studioso Henderson*, il vocabolo accompagnato dal gesto non era una semplice offesa ma un’accusa di passività sul piano sessuale. Veniamo al mondo latino. Qui l’insulto è sentito come meno attinente all’inclinazione sessuale dell’individuo e viene per lo più utilizzato a mo’ di offesa: Isidoro di Siviglia, nelle sue “Etimologie” (11, 1, 71), dice che «il terzo dito della mano è chiamato "impudicus" perché "sovente tramite esso si esprime ammonimento nei confronti di un'azione vergognosa/impudica»; così come il poeta satirico Persio (satira 2, 33) parla di un “digitus infamis”. Il poeta Marziale ne fa citazione nei suoi Epigrammi: «Rideto multum qui te, Sextille, cinaedum Dixerit et digitum porrigito medium» = Sestilio, ridi a volontà di chi ti darà dell’invertito e mostragli il dito medio verso l’alto (2, 28). E potremmo continuare a lungo con le citazioni…

 ** J. Handerson, The Maculate Muse, New York - Oxford 1991 (1975¹).

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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