Cerca

AntichiRitorni

Il complesso di Ruben, il rapporto di amore e odio col padre

Dalla Genesi ai giorni nostri, quando il papà non ama la mamma

Il complesso di Ruben, il rapporto di amore e odio col padre

Giacobbe e i suoi figli

Dopo la sindrome di Procuste della scorsa settimana, continuiamo a parlare di miti antichi che hanno dato il nome a sintomatologie moderne, in special modo oggi del “complesso di Ruben”. Questa volta il ‘mito’ non proviene da fonti greco-latine bensì dalla Sacre Scritture, dove, nel libro della Genesi, si tratta di Giacobbe, delle sue due mogli e dei suoi 12 figli. Giacobbe, figlio di Isacco, avrebbe voluto prendere in moglie Rachele (da lui sempre amata) ma suo suocero con l’inganno la prima notte di nozze gli fece trovare nel letto la primogenita Lia, dicendo che gli avrebbe dato Rachele solo dopo altri anni di lavoro al suo servizio. Giacobbe non ama Lia e compie con lei solo i ‘doveri’ matrimoniali, al contrario della donna che, invece, lo ama (motivo per cui era stata consenziente al complotto del padre); da lei Giacobbe avrà numerosi figli, di cui il primogenito fu Ruben. Quando Giacobbe finalmente riuscirà a sposare Rachele, non avrà occhi che per lei - sebbene a differenza della sorella Lia, quest’ultima non riuscisse a procreare – e abbandona definitivamente il letto della prima sposa; addirittura quando Rachele morirà di parto, Giacobbe preferirà unirsi alla schiava di lei piuttosto che tornare da Lia, la quale ne soffre tremendamente. In tutto questo cosa c’entra Ruben? Ebbene chi soffre ancor più di Lia per il disamore di Giacobbe è proprio Ruben, il primogenito, che vorrebbe come tutti i figli che mamma e papà si amassero e andassero d’accordo; soprattutto, Ruben vive come un’umiliazione alla propria madre (l’essere che lui ama più di tutti al mondo) il fatto che il padre le preferisca pubblicamente altre donne. Al contrario del complesso di Edipo – come ha osservato Erri De Luca in “Una nuvola come tappeto” (a cui sono grata per questo utile spunto e del cui punto di vista mi avvalgo) – che vede come un ‘rivale’ il genitore dello stesso sesso e vorrebbe invece avere il genitore del sesso opposto tutto per sé, nel complesso di Ruben il figlio vuole che i genitori si amino e cerca in tutti i modi di favorire questa unione. Il complesso di Ruben, a differenza di quello edipico che riguarda i primi anni, si manifesta più nell’adolescenza, quando il ragazzo è in grado di comprendere le dinamiche più complesse dei rapporti di coppia. Ecco allora che nel racconto biblico il giovane Ruben ‘sopperisce’ alla figura del padre e si prende cura della madre, in definitiva è lui che svolge tutte quelle mansioni che spetterebbero al marito; Ruben cresce troppo in fretta, bada alla madre, la consola, non le mostra il dolore che anche lui prova: i ruoli madre-figlio dunque si invertono. La sopportazione, tuttavia, ha un limite: quando Rachele muore e Giacobbe si unisce alla schiava della moglie che amava, Ruben non ci vede più per la rabbia: l’umiliazione per sua madre è troppo forte, allora anche ‘l’altro’ deve essere umiliato. Così seduce la schiava e profana il letto di suo padre: «nella foga di offendere Giacobbe, di punirlo proprio in quel suo letto sempre ostile alla madre, forse c’era anche la speranza di rendere odiosa la nuova preferita. Forse Giacobbe avrebbe aperto gli occhi e avrebbe visto nella madre la prima e vera moglie». Questo per la legge ebraica costituiva peccato e sarebbe costato a Ruben la primogenitura, se non la morte, ma Giacobbe in questo gesto comprende il dolore del figlio e lo perdona; sebbene il figlio che amerà di più sarà sempre Giuseppe (avuto da Rachele). E la storia di Giuseppe venduto dai fratelli la conoscete… Buona domenica!

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Il Castello Edizioni e Il Mattino di Foggia

Caratteri rimanenti: 400

Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

edizione digitale

Sfoglia il giornale

Acquista l'edizione