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Medea, quando la madre è 'matrigna'

Si può sopprimere ciò che più amiamo? Uno dei più complessi miti antichi

Medea, quando la madre è 'matrigna'

Da sempre la maternità è stato considerata la condizione ‘suprema’ per antonomasia, e il dare la vita come il ‘dono’ assoluto, così come assoluto e sconfinato si dice sia l’amore di una madre. Eppure, talvolta, il diventare madre non corrisponde a l’essere madre; alla condizione giuridica non fa da pendant una condizione affettiva. Sebbene nell’immaginario collettivo il rapporto madre-figlio dovrebbe essere oltre ogni cosa, tuttavia nella realtà dei fatti sono molte le madri che non vorrebbero o non dovrebbero essere tali. Non starò ad indagare i fattori psicologici o socio-antropologici di simili atteggiamenti – poiché non è di mia competenza, né ho la presunzione di farlo – ma il pensiero corre al “complesso di Medea”. In psicanalisi si definisce tale la condizione di chi usa i figli per punire il partner, arrivando finanche all’uccisione della prole. Quest’idea scaturisce da una famosa frase del tragediografo Euripide, ripresa poi da Seneca: «Sic natos amat? Bene est, tenetur, vulneri patuit locus» (“Ama così tanto i figli? Bene, è in mio potere, ho scoperto il suo punto debole”); a ben guardare tuttavia – ed è questo che sfugge ai più – la psicologia del personaggio di Medea è più complessa. Medea, la barbara che proviene dalla Colchide, la maga, l’assassina, non è solo una donnetta tradita che se la prende con i figli perché non può colpire il marito. Medea può (!): con la sua magia, ha piegato monti, invertito il corso dei fiumi, ucciso nemici e ora non potrebbe forse impedire le nuove nozze e riprendersi Giasone? Sì, ma non è questo che vuole. Il dolore che la tormenta è che lui l’abbia usata e gettata via, che tutto ciò che ha fatto per lui sia stato un enorme sbaglio; questo dolore diventa furor: lei per lui ha tradito padre e patria, per lui ha ucciso brutalmente il proprio fratello, per lui ora è una barbara in una terra ostile; lei, Medea, principessa della terra dei Colchi, ora non è più nulla. La maga potente è solo una donna abbandonata, umiliata, che deve andare in esilio, a cui – tra l’altro – verranno sottratti i figli che andranno a vivere col padre e la sua nuova sposa. Con chi ce l’ha Medea? La risposta è: con se stessa.  Più volte nella tragedia Medea ribadisce di voler tornare a essere se stessa, ovvero quello che era un tempo: «Medea! – Fiam» (“Medea! – Lo diventerò”), prima di conoscere Giasone, prima di ‘trasformarsi’ nella donna innamorata pronta a tutto per lui. Per tornare a quello status, ossia alla vita ante acta direbbero i latini (= la vita prima delle azioni commesse), per cancellare l’omicidio del fratello, il tradimento del padre, Medea deve ‘cancellare’ il frutto a cui tutte queste azioni l’hanno condotta: i figli. Ciò che lei più ama, ma che ha ottenuto ingiustamente da un uomo ingiusto, a discapito della sua famiglia d’origine. Ora non può essere che tutto questo sia stato commesso invano, sia stato commesso per permettere a Giasone di vivere felice con i figli, mentre a lei non rimane nulla (sic!). Ecco allora che Medea dà e Medea prende: non è un caso che, dopo l’assassinio del primo bambino, il marito la scongiura di salvare il secondo, perché già uno è una punizione sufficiente, ma a lei non basta: non è questione di ‘punizione’ ma di cancellare ciò che è stato. Solo allora dirà: «Medea nunc sum» (“Ora sono Medea!”), divenendo paradigma di se stessa. A ciò si aggiunge la presa di coscienza del male che ha fatto alla sua famiglia di origine, che emerge solo ora: «Di chi è l’ombra indistinta che viene avanti con le membra in pezzi? È mio fratello, chiede vendetta: l’avrai, ma pagheremo TUTTI». È in quel ‘tutti’ che è racchiuso il gesto folle di Medea: da questa vicenda nessuno esce vincitore.

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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