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Quando a tradire è il proprio fratello

Atreo e Tieste, il mito senecano più efferato. La lezione degli Antichi era che non esistono i ‘mostri’, non esistono buoni vs cattivi, ma in ognuno c’è una ‘bestia’ che...

Quando a tradire è il proprio fratello

Una nostra lettrice ci ha chiesto di parlare di tradimenti nell’antichità. Sull’argomento ci sarebbe molto da dire su quali fossero le leggi e le loro applicazioni nella Roma antica, dall’età arcaica a quella repubblicana, all’età imperiale, fino alla fine dell’impero, ma – ancora una volta – mi interessa porre l’attenzione sul mito; perché il mito per gli antichi non era una semplice storia ma qualcosa che serviva loro per raccontare l’animo umano, per sviscerare sulla scena le passioni, anche le più torbide che sono insite in qualunque essere umano. La lezione degli Antichi era che non esistono i ‘mostri’, non esistono buoni vs cattivi, ma in ognuno c’è una ‘bestia’ che può venir fuori se vengono toccate determinate ‘corde’. Diverso è per ciascun uomo il ‘limen’ tra ragione e follia naturalmente. Di tradimenti e conseguenti vendette la mitologia ne è gremita, basti pensare a tutti i tradimenti di Zeus (con Europa, con Semele, con Latone, con Leda, etc) tutti a danno della consorte Era; se poi ci avventuriamo tra i mortali come non ricordare il tradimento perpetuato da Giasone ai danni di Medea? E le terribili conseguenze? Il mito è sin troppo noto per essere stato raccontato da Euripide a Ovidio, a Seneca etc. Proprio Seneca, il filosofo e tragediografo latino d’età imperiale, tuttavia ne dà un saggio di psicologia criminale di rara bravura, soffermandosi appunto sulla psiche del personaggio, sull’alternarsi continuo tra “mens vitiata” (mente malata) e “mens bona” (mente sana) che hanno fatto di questa tragedia uno dei capolavori assoluti della letteratura di tutti i tempi. Seneca era più di tutti avvezzo ad un teatro truce, violento, cruento dove i protagonisti sono traditi e traditori che spesso se la prendono con gli innocenti (cfr. Medea che brucia la rivale Creusa per poi uccidere i propri figli), forse perché vive tempi bui: si sente tradito da quel princeps, ossia Nerone, nel quale aveva creduto, da quel governo ‘illuminato’ in cui aveva sperato e che invece si era trasformato nella fase più buia della storia di Roma. Ecco allora che Seneca porta sulla carta il suo malessere e lo fa con la ‘voce’ dei suoi personaggi: Medea, Fedra, Deianira, Edipo, Clitennestra… e Tieste. In questa tragedia, in particolare, viene trattata la terribile vendetta di Atreo nei confronti di suo fratello Tieste. Divenuto re di Micene, Atreo fu defraudato del trono dal fratello Tieste, che gli rubò con l’inganno il vello sacro di Afrodite. Infatti, era stato stabilito che chi avesse ucciso l’animale dovesse divenire re, ma Tieste, dove aver sedotto la moglie di Atreo, si fece consegnare da lei il vello dell’animale e lo mostrò pubblicamente asserendo di essere stato lui ad uccidere l’animale. Tuttavia, grazie alla benevolenza di Zeus, con uno stratagemma Atreo riuscì a riconquistare ciò che gli era dovuto e a mandare in esilio il fratello; finché non scoprì anche dell’adulterio che era avvenuto alle sue spalle. Accecato dall’ira per il doppio tradimento che sua fratello aveva operato ai suoi danni (proprio il sangue del suo sangue!) ordì una vendetta spaventosa. Fingendosi di volersi ricongiungere a lui, invitò Tieste a tornare a Micene con tutta la sua famiglia; una volta che questi giunse a palazzo, ne fece rapire i tre figli che, con inaudita ferocia, uccise e fece a pezzi per imbandirne le carni proprio dinanzi al padre. Solo alla fine del banchetto Tieste si accorge che il vino versato nella sua coppa sembra simile a sangue e si domanda dove siano i suoi figli. Ecco che Atreo svela la terrificante verità, mostrandogli per giunta le loro teste mozzate. Tutto è compiuto. Dinanzi ad una simile empietà persino gli dèi non osano guardare, persino il Sole si voltò altrove. La famiglia di Atreo e tutti i suoi discendenti furono maledetti dalle divinità.

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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