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Ifi e Anassarete: avere un 'cuore di pietra'

Ecco da dove prende origine il famoso detto

Ifi e Anassarete: avere un 'cuore di pietra'

Iphis e Anaxarete

Quante volte abbiamo sentito l’espressione “essere più duro di una pietra” o “avere il cuore di pietra”… certamente l’aggettivo latino ‘durus’ esprimeva bene questa condizione, ed era per lo più usato da donne abbandonate o tradite dal proprio uomo; si badi che come durus (relativamente al cuore e non ad altre parti del corpo!) era additato Enea da Didone, Giasone da Medea, Ippolito da Fedra, Teseo da Arianna etc etc. Insomma sembra che quella di essere considerato ‘dal cuore di pietra’ sia una prerogativa maschile, eppure il mito ci insegna che la ‘gelida’ per antonomasia, colei che non si smuoveva dinanzi a nulla era invece una donna: Anassarete. La fanciulla era una nobile di Cipro, così bella che tantissimi erano i suoi pretendenti ma lei non perdeva la testa per nessuno; altera e superba sdegnava chiunque. Tra gli spasimanti il più fedele e innamorato era il giovane Ifi, di condizione inferiore ad Anassarete – e per questo ancora più disprezzato da lei – che però non voleva demordere, tentando ogni cosa per dimostrare il proprio amore alla ragazza, per ‘piegare’ il suo cuore di sasso. Ma nulla. Alla fine, devastato dall’amore non corrisposto, Ifi decise di togliersi la vita, impiccandosi proprio dinanzi la porta di casa di Anassarete. Perché? Innanzitutto nella storia letteraria latina il “lamento dietro la porta chiusa dell’amante” (ossia il paraklausithyron) era un vero e proprio cliché di corteggiamento che faceva parte delle prerogative del cosiddetto servitium amoris ("schiavitù d’amore") per cui l’amante si poneva a servizio dell’amata sdegnosa divenendone vero e proprio schiavo per amore. Ma c’è di più, qui Ifi compie un vero e proprio dono di sé: non solo dedica la sua vita al servizio di Anassarete ma gliela offre proprio come supremo gesto per scalfire il cuore di lei. Secondo il sociologo Durkheim, infatti, esistono tre tipologie di suicidio: il suicidio tragico, quello elegiaco e quello nichilistico. Quest’ultimo è l’unico che preveda un annientamento di sé fine a se stesso, ovvero la volontà di non esistere più e basta; mentre il suicidio tragico è considerato per lo più 'egoistico', ovvero mi uccido affinché gli altri soffrano, oppure affinché col mio suicidio io possa ottenere vendetta etc (si pensi al mito di Fedra), il suicidio elegiaco, invece, è da reputarsi 'altruistico': mi tolgo la vita per te, affinché tu ne goda, affinché tu capisca. Orbene, il suicidio di Ifi, da buon innamorato, è da considerarsi altruistico ma neanche questo ultimo estremo gesto scalfì l’algida Anassarete che non solo non versò una lacrima per il povero Ifi ma non degnò neanche quel corpo di compassione. Tuttavia ciò non passò inosservato agli occhi di Afrodite che, proprio mentre la fanciulla si affacciò alla finestra per contemplare superba il corpo del povero ragazzo, la fece diventare di pietra. Da qui il nostro modo di dire…

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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