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Perché il corvo è nero e porta male? Il mito di Apollo e Koronis

Il primo femminicidio del mito compiuto dal figlio di Zeus. Chi 'riferisce', anche se per lealtà, spesso viene punito

Perché il corvo è nero e porta male? Il mito di Apollo e Koronis

H. Goltzius, incisione, 1590

C’è un proverbio a Foggia, forse diffuso anche in altre zone d’Italia, che dice: “com faje sbaje” ossia «come fai/in qualunque modo ti comporti (bene o male che sia) sbagli comunque». Questa frase sembra sintetizzare bene la storia del corvo, del perché sia considerato uccello di malaugurio e del perché… ha le piume nere (sic!). Spesso questo animale è associato dalla letteratura e dalla tradizione popolare alla morte, basti pensare alla celebre poesia The Raven di Edgar Allan Poe, dove il corvo è assurto a simbolo per antonomasia della morte; questa associazione, che sia dovuta al suo piumaggio scuro o al fatto che si nutra di carcasse (?), non è esistita da sempre: nella tradizione cristiana, ad es., Noè invia un corvo in perlustrazione dopo il diluvio, ed è sempre un corvo che porta il pane al profeta Elia (1Re 17,6). Nella mitologia antica questo animale, però, fu condannato da Apollo. Il poeta latino Ovidio, nelle sue “Metamorfosi” (libro II), narra che il dio si invaghì perdutamente della bella Coronide/Koronis, figlia del re dei Lapiti. Gelosissimo, dato che doveva allontanarsi per un certo tempo, Apollo chiese al suo ‘servitore’, ossia il corvo, che aveva un bellissimo piumaggio bianco (avete letto bene!), di sorvegliare la fanciulla e riferirgli ogni cosa. Il corvo obbediente si mise ad osservare Koronis giorno e notte, ma chi mai avrebbe voluto tradire un dio, il più bello tra gli dèi poi, quando aveva la fortuna di esserne l’amante? E invece la bella era innamorata del mortale Ischi, con il quale tradì più volte il dio; secondo alcune versioni del mito, approfittando dell’assenza di Apollo, stava addirittura per sposarlo. In virtù di ciò, il solerte corvo riferì tutto al suo padrone, sebbene fosse stato invitato dalla cornacchia a tacere (episodio di cui parleremo domenica prossima). Venuto a sapere del tradimento, il lungisaettante Apollo, al culmine dell’ira, colpì Coronide con le sue frecce, uccidendola, ma prima di morire la ragazza rivelò al dio che portava in grembo suo figlio. Rimpiangendo ciò che aveva fatto, mentre era accecato dal furore, il dio estrasse il bambino dal ventre della madre e lo affidò al centauro Chirone: quel bimbo era Asclepio, celebre medico e taumaturgo (di cui abbiamo perlato in un precedente blog http://www.ilmattinodifoggia.it/blog/alba-subrizio/24530/Esculapio--il-serpente-e-l.html). Adirato per aver ucciso la donna che amava, Apollo se la scontò col fedele corvo, “uccellaccio di malaugurio”, tramutando in nero il suo bel piumaggio, condannandolo a gracchiare fastidiosamente, a cibarsi di carogne e a essere considerato simbolo di cattiva sorte.

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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