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Perché la corona d’alloro? La metamorfosi di Dafne

Quando un amore non consumato diviene ricordo imperituro: anche per uno sciupafemmine come Apollo

Perché la corona d’alloro? La metamorfosi di Dafne

Tutti abbiamo avuto un primo amore, anche il dio Apollo. Eh già proprio lui! Sciupafemmine come il padre Zeus, si invaghì perdutamente di una fanciulla bellissima ma… non poté mai averla. Proprio per questo, a differenza che per le altre, portò sempre con sé il ricordo dell’amata tanto bramata al punto da farne un suo simbolo sacro: il lauro. Il perché il lauro o alloro sia un contrassegno di Apollo e successivamente della gloria poetica (arte che appunto apparteneva alla sfera d’azione del dio) risiede nel nome di una fanciulla che non vi giungerà nuovo: Dafne. Figlia del dio fluviale Peneo (fiume che scorre in Tessaglia), era una “nàiade” (divinità minore delle acque dolci), per la precisione la più bella delle nàiadi. Secondo la versione del mito riportata dal poeta Ovidio nelle sue “Metamorfosi”, pare che Apollo si innamorò di lei per aver deriso il dio Cupido che decise di mostrargli quanto forte era il suo potere colpendolo con una delle sue frecce d’oro e centrando, invece, con una di piombo (che procurava avversione) proprio Dafne. Ecco allora che quella di Apollo divenne una passione impossibile! Dopo aver visto la bella donzella nuda, mentre faceva il bagno in un fiume, nella frenesia di possederla cominciò ad inseguirla, ma Dafne, sdegnosa, non si sarebbe mai e poi mai fermata e mentre correva, ormai esausta, pregava… pregava suo padre Peneo e pregava la madre terra Gea, affinché facessero qualcosa, qualunque cosa, persino ‘dissolvere’ la sua forma, pur di essere sottratta allo stupro del dio. Ecco che allora: «Un pesante torpore le invade le membra, il morbido petto è racchiuso in una sottile corteccia, i capelli si allungano fino a divenire fronde, le braccia rami; i piedi sono inceppati da inerti radici, il viso diviene la cima dell’albero. Solo il suo splendore le resta». La metamorfosi, ovvero il “cambiamento di forma” è compiuto. Ma anche così il dio la ama (!), e allora le dice: «Poiché non puoi essere la mia consorte, sarai il mio albero, o alloro!». Apollo rese quell’albero sempreverde e gli diede il nome della fanciulla: Dafne; difatti in greco ‘lauro’ si dice δάφνη (dáphne). Imprimendone il nome a imperitura memoria, così che ogni volta che si celebrerà una trionfo - che sia esso militare, sportivo o letterario - l’umanità dovrà pensare alla sua Dafne. E, dato che la nàiade era originaria della Tessaglia, si narra (la fonte è Pausania) che i Greci, per formare le corone d’alloro da offrire ai vincitori, lo raccoglievano proprio in questa regione. Che dire? Forse non vorremmo tutte essere ricordate così in eterno da qualcuno?

p.s. quando indossate quella corona d’alloro (se mai vi capiterà) pensate alla nostra Dafne!

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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