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I pensieri dell'Altrove

La libertà ubriaca delle parole

Le parole hanno una libertà ubriaca, a volte stramazzano scomposte sulle facce delle persone come una forza dispregiativa, a volte hanno una potenza terapeutica contagiosa, si disperdono in una leggerezza innocua o si insidiano in una minaccia insopportabile.

La libertà ubriaca delle parole

Sono preghiere, ninnananne dolci, sono rimproveri, possono diventare offese, carezze senza mani, passione senza corpi.

Siamo pieni di parole. Per farci conoscere, per farci capire, per usarle nelle frasi che ci faranno amare, incautamente, o deliberatamente, anche in quelle che ci faranno detestare. Per non farci dimenticare appena giriamo la faccia, per lasciare in una poesia qualcosa di più di un bacio frettoloso o di uno sguardo confuso fra tutti gli altri. Per sperimentare in un testo la diffusione di un pensiero, di una tesi, di una canzone. Le parole hanno una libertà ubriaca, a volte stramazzano scomposte sulle facce delle persone come una forza dispregiativa, a volte hanno una potenza terapeutica contagiosa, si disperdono in una leggerezza innocua o si insidiano in una minaccia insopportabile. Ogni relazione ha le sue parole, sono come gli indumenti che ognuno sceglie per sé, distinti e personali, che fanno intima ed unica la comunicazione. Le parole creano e sono confidenza, in talune fortunate circostanze raggiungono direttamente un nucleo profondo della nostra sensibilità, tanto da avvertire intorno a noi una sorta di bolla isolante e protettiva, senti che le affinità elettive sono così intense che puoi giocare a volare, e sai di non cadere, ti accorgi che niente appare superfluo, è tutto perfettamente concentrato e definito, nello scambio e nel loro valore trovi impronte che avevi perso o dimenticato, ti ci ritrovi come in un abbraccio conosciuto, percorri itinerari difficili ma senti che puoi allentare le resistenze. Silenziose ed innocue nei pensieri, poi diventano tono e significato attraverso la voce, sono preghiere, ninnananne dolci, sono rimproveri, possono diventare offese, carezze senza mani, passione senza corpi. Apparentemente noiose, quando ci andiamo ad impattare con quella fetta di umanità che straparla, ma il logorroico non sa di esserlo, è uno che butta fuori, come in un'eruzione, lava che deve raffreddarsi, è uno che ha la necessità impellente di strafare con le parole perché cacciarle nell'aria è dare aria al suo senso di compressione dentro, è un tentativo di portarti tutta la sua storia nella speranza che  tu possa alleggerirgliela, che tu possa sostenerla e magari spostare l'attenzione dal profondo disagio che si è stratificato ed ammassato dentro l'anima. C'è poi la parola scarna, asciutta e sottile, usata con la precisione di un bisturi, ma senza alcuna anestesia, come una lama che brucia e seziona; c'è quella che imbellisce una bugia, quella che denuda un'emozione e quella che dimentichi perché ti serve per sopravvivere ancora un po'. Dietro ogni faccia, ogni storia, ogni problema c'è una narrazione suggerita dalle parole, un progetto di condivisione, un patto di sentimenti, ma dietro di esse la richiesta di una possibile cura è sempre quella, sempre la stessa: l'umano bisogno di parlarsi, perché solo così sappiamo di essere  finalmente ascoltati. Ma che l'ascolto sia quello profondo, sia quello della carne, sia quello dei respiri commossi. E che sia fino in fondo.

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Mariantonietta Ippolito

Mariantonietta Ippolito

Il pensiero è la forma più inviolabile e libera che un individuo possa avere. Il pensiero è espressione di verità, di crudezza, di amore. Quando il pensiero diventa parola il rischio della contaminazione della sua autenticità è alto. La scrittura, invece, lo assottiglia, ma non lo violenta. Io amo la scrittura, quella asciutta, un po’ spigolosa, quella che va per sottrazioni e non per addizioni. Quella che mi rappresenta e mi assomiglia, quella che proverò a proporre qui. Dal mondo di “Kabul” al vasto mondo dei pensieri dell’”altrove”.

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